La Democrazia: Istruzioni per l’uso

I  REGIMI DEMOCRATICI

    La parola democrazia deriva dal greco, demos, popolo e kratein, potere; ed indica un sistema politico basato sulla sovranità dei cittadini. Nell’accezione moderna, il termine implica anche l’eguaglianza giuridica dei cittadini e l’esistenza di alcune condizioni che garantiscano una condizione di libertà nell’esercizio del voto, come l’assenza di coercizione, la pluralità delle opinioni e la possibilità di esprimere liberamente il proprio parere.

È opportuno, però, prima di andare avanti, liberare il campo da possibili equivoci. Anche se il termine democrazia vuol dire “governo del popolo”, è chiaro che non è da intendere in senso letterale. Il popolo è troppo numeroso per potersi governare da solo. È praticamente impossibile comandare tutti insieme. Qualsiasi azienda o comunità ha bisogno di una struttura per poter funzionare: di un leader, di quadri dirigenti e di una base che segue le indicazioni che vengono dall’alto.

Il secondo motivo per cui è impossibile il governo del popolo, è che non tutti la pensano allo stesso modo, anzi se si indagasse a fondo si scoprirebbe che non esistono due persone che la pensano esattamente allo stesso modo. Alle elezioni ognuno di noi, di solito, vota per il partito che ritiene più vicino.

La democrazia diretta è quindi un’utopia, un’idea bella, romantica, ma impossibile da mettere in pratica. È un regime che può esistere nelle piccole comunità, ma non negli attuali stati-nazione, con una popolazione di 60 milioni come il nostro. “È la democrazia degli antichi, ovvero delle antiche città, dove un piccolo numero di cittadini si riunivano e decidevano sui problemi che li riguardavano” M. Cotta, (2009)

L’unica strada percorribile, perciò, è la democrazia rappresentativa, dove le decisioni vengono prese da rappresentanti eletti dal popolo.

    Il vero significato di democrazia. In sintesi il concetto di democrazia implica due caratteri fondamentali:

    1 – Alternanza al potere. È un regime in cui, dopo una competizione elettorale, libera e competitiva, chi vince le elezioni va al potere, per un certo periodo, e chi perde va all’opposizione, col compito di controllare l’operato del governo. Non significa affatto condivisione del potere.

 

2 – Libertà. Democrazia significa un regime in cui sono rispettate le 8 garanzie istituzionali, che per gli studiosi di scienza politica sono: 1) Libertà di pensiero e di espressione, cioè di esprimere la propria opinione liberamente, senza essere perseguitati per questo; perciò libertà di stampa e comunicazione. 2) Libertà di associazione e di organizzazione, ognuno può fondare dei partiti formare movimenti o di riunirsi in gruppi o associazioni. 3) Diritto di voto, ossia il diritto di scegliere liberamente i rappresentanti dell’organo legislativo, cioè il Parlamento. Quindi suffragio universale, voto libero, volontario e  segreto. 4) Possibilità di essere eletti (elettorato passivo). 5) Diritto dei politici di concorrere per il sostegno elettorale, cioè di cercare il consenso popolare e farsi pubblicità. 6) Elezioni libere e dirette, cioè senza trucchi e senza norme che penalizzano la concorrenza, come la limitazione del numero di partiti. Le elezioni dei regimi non democratici, infatti, si caratterizzano essenzialmente come elezioni senza scelta e di facciata (Helmet 1978). 7) Possibilità di essere eletti a pubblici uffici, cioè a cariche elettive. 8) Esistenza di istituzioni che rendano le politiche governative dipendenti dal voto e da altre espressioni di preferenze.

LA DEMOCRAZIA FUNZIONALE

    La democrazia è stata una grande conquista per l’umanità; non più l’assolutismo di un monarca o di un despota, ma il popolo che sceglie liberamente i suoi governanti. Costruire un regime democratico veramente efficiente e funzionale, purtroppo, non è un’impresa semplice. “La democrazia – scrive G. Pasquino – è un fenomeno politico davvero complesso. Il problema si trova nelle possibilità e nelle modalità con le quali costruire regimi democratici stabili, duraturi ed efficienti.” Se ne rendono conto quei paesi che, usciti da un duro regime dittatoriale, cercano di intraprendere un percorso democratico.

Una volta festeggiata la libertà conquistata si trovano davanti alle difficoltà concrete di tradurre in pratica il concetto “governo del popolo”. Innanzitutto si rendono conto che, al di là dell’aderenza ai principi democratici, ci si trova davanti a una pluralità di partiti, di fazioni e di posizioni spesso impossibili da conciliare. Non di rado ci si convince che la democrazia è un regime adatto solo ai paesi ricchi, avanzati, che hanno una mentalità moderna.

Il problema vero, invece, è che per instaurare un regime democratico funzionale bisogna possedere il know-how giusto, cioè conoscere profondamente come funziona una democrazia e le strutture di cui ha bisogno per sopravvivere e affermarsi. I regimi democratici attuali, infatti, presentano una grande varietà di strutture e di modalità di funzionamento, capirne i meccanismi è essenziale se si vuole costruire un modello funzionale.

A nostro avviso, le principali strutture che deve avere una vera democrazia sono:

1) Un buon sistema elettorale che garantisca la formazione di governi stabili.

2) Un parlamento, che fa le leggi.   

    3) Un governo, che cura l’esecuzione delle direttive approvate da parlamento.

4) La presenza di un garante, cioè di un capo dello stato (carica che nelle moderne democrazie è coperta dal Presidente della Repubblica, mentre nelle monarchie costituzionali, dal Re) che faccia rispettare le regole democratiche e sblocchi la situazione quando il sistema politico va in crisi.

5) Separazione dei poteri: legislativo (che spetta al parlamento), esecutivo (che spetta al governo) e giudiziale, che spetta alla Magistratura, che deve essere indipendente, cioè non soggetta ai voleri dei politici.

 

I SISTEMI ELETTORALI

    Una democrazia, secondo i politologi è caratterizzata da elezioni libere, competitive, tenute a scadenza regolare e significative, nel senso che servano effettivamente per scegliere i rappresentanti da mandare in Parlamento. Nessuno mette più in discussione, infatti, che il voto democratico debba essere universale, cioè esteso a tutti, libero, nel senso che sia esente da costrizioni, segreto (cioè espresso al riparo dagli occhi dall’esenzione altrui), e uguale, ogni voto conta quanto un altro.

    I requisiti di un buon sistema elettorale. L’importanza di avere un buon sistema elettorale è stata compresa nel nostro paese soltanto da qualche decennio. Il modo con cui si elegge il Parlamento è determinante per la governabilità di un paese, per la qualità della democrazia e, come abbiamo detto, persino per la sua stessa esistenza. “Ormai l’incidenza dei sistemi elettorali sui partiti e sui sistemi partiti è stata ampiamente dimostrata dagli studiosi di scienza politica. Per questo motivo la costruzione del sistema politico dipende in larghissima misura dal tipo di sistema elettorale” G. Sartori, 2004.

Se il sistema elettorale, ad esempio, produce un’eccessiva frammentazione del quadro politico e diventa impossibile costituire un governo, si può creare una situazione di instabilità che può far perdere fiducia nella democrazia e aprire la strada a un colpo di Stato. È ciò che è successo tra il 1919 e il 1921 in Italia. Se avessimo avuto un buon sistema elettorale, Mussolini, forse non sarebbe andato mai al potere. Se si esamina, infatti, la storia “saltano agli occhi i numerosi casi di crollo del regime (o comunque un’atmosfera di incertezza diffusa) nei paesi ad alta instabilità governativa” M. Cotta, 2009. “Se è vero che i casi di caduta del regime democratico nei paesi europei sono stati tutti caratterizzati da periodi antecedenti di elevata instabilità, però, non mancano eccezioni rilevanti. Ad esempio la Finlandia, la Francia della terza repubblica e Israele hanno tutti conosciuto un periodo piuttosto alto di instabilità governativa senza che da questa degenerasse, almeno per lungo periodo, un tracollo del regime democratico” Colliard, 1978.

 

Ma andiamo con ordine, incominciamo dai requisiti che deve avere un buon sistema elettorale. Deve soddisfare soprattutto due criteri:

 

1 – Garantire la funzionalità e la stabilità dei governi. “Nei regimi parlamentari le questioni critiche sono quelle della sua stabilità (e quindi anche del rapporto tra istituzioni e partiti) e della formazione e composizione della maggioranza di governo” M. Cotta, 2009. L’instabilità governativa significa un aumento della frequenza di crisi di governo, porta ad inefficacia decisionale, parimenti problematico sarà eseguire le decisioni faticosamente prese (ineffettività). Inoltre, spesso si innesca un circolo vizioso che conduce all’ulteriore approfondimento della crisi; più esattamente l’inefficacia decisionale può spingersi fino a un virtuale immobilismo, cioè il governo non si muove, non agisce, per non cadere.

Le conseguenze sono note: governi che durano poco, che non hanno la forza di portare avanti una linea politica precisa, non riescono a imporre scelte impopolari e sono estremamente instabili, i partiti piccoli che ricattano quelli grandi e diventano sempre più esosi in termini di richieste e di pretese, clima di litigiosità perenne non solo tra governo e opposizione, ma anche all’interno della coalizione di maggioranza. Non andiamo oltre perché abbiamo sperimentato anche nel nostro paese nella prima Repubblica i problemi di un sistema partitico, frutto di un sistema elettorale proporzionale puro.

 

2 – Evitare le degenerazioni dei parlamenti. Gli studiosi di scienza politica, tra cui G. Pasquino, sono abbastanza concordi nelle individuare nel trasformismo (costituzione estemporanea di maggioranze eterogenee, legate quasi esclusivamente allo scambio di favori), nel consociativismo (che è l’accordo sistematico tra le diverse forze politiche di maggioranza e opposizione, per renderle tutte partecipi dei vantaggi economici e di prestigio connessi al potere) e nell’assemblearismo (i deputati non ubbidiscono più a nessuna disciplina di partito, ma si muovono secondo i propri interessi, badando unicamente ad assicurarsi cariche, favori e maggior guadagni, spesso facendo e disfacendo i governi), le tre principali forme di degenerazioni in cui possono evolvere i regimi democratici. Un buon sistema elettorale permettendo la governabilità, la stabilità e la distinzione netta tra maggioranza ed opposizione, può scongiurare questi pericoli. Lo vedremo più avanti.

I sistemi elettorali. Esistono tantissimi sistemi elettorali, a volte presentano solo lievi differenze, altre volte sono impostati in maniera completamente diversa. In questa sede, data l’esiguità dello spazio a nostra disposizione, piuttosto che “consumare” molte pagine per descriverli, ci limiteremo ad indicare un sistema elettorale ideale, frutto di anni studi e di riflessione. Se fosse adottato nel nostro paese, non solo ci darebbe governi più stabili ed efficienti, ma ci consentirebbe di avere una classe politica più preparata e onesta e un regime democratico più funzionale.

 

IL SISTEMA ELETTORALE IDEALE

    Il sistema elettorale da noi proposto è un proporzionale a doppio turno, che riunisce insieme i vantaggi del sistema proporzionale e di quello maggioritario, cioè garantisce sia la governabilità, sia una rappresentanza alle minoranze favorendo altresì il ricambio della classe politica (evitando che il nostro paese sia guidato sempre da settantenni).

    Il primo turno o primarie. Si svolgerebbe con le stesse modalità e persino gli stessi collegi della prima Repubblica. In un certo senso, questo primo turno costituirebbe un salto indietro, ossia un ritorno al proporzionale, prima del 1993. Le uniche differenze sono: a) L’introduzione della preferenza unica (modifica che fu apportata nel nostro sistema negli anni 90), per impedire cordate e abbinamenti; b) L’adozione di una doppia scheda, la prima su cui esprimere il voto per il partito e il candidato a primo ministro prescelto (su questa scheda si vota semplicemente con un segno di croce, senza scrivere niente); la seconda per indicare le preferenze, ossia il nome delle persone da mandare in Parlamento.

Una volta terminato il primo turno, i due partiti o le coalizioni (che possono essere costituite al massimo da tre partiti, questo per evitare che si creino raggruppamenti troppo eterogenei).  che prendono più voti vanno al ballottaggio, gli altri restano alla finestra. In altre parole, chi ha perso le elezioni non può partecipare, appoggiando un partito maggiore alla seconda tornata elettorale, né tanto meno può entrare nella coalizione o fare accordi. Tutto ciò per evitare manovre oscure o promesse in cambio di voti e favori. La possibilità di formare delle coalizioni, perciò, resta limitata alla prima fase. Chi si coalizza prima, bene, altrimenti non è possibile farlo in un secondo momento.

 

    Il secondo turno o secondarie. Il partito o la coalizione che prende anche un solo voto in più al secondo turno vince le elezioni e prende il premio di maggioranza. In effetti, il nostro modello prevede un numero fisso e prestabilito di parlamentari, indipendentemente dal numero degli elettori. La nostra proposta è una sola camera, la camera dei deputati, composta da non più di 540 persone. Alla maggioranza potrebbero andare 290 seggi e 250 all’opposizione. Questo indipendente dalla percentuale di voti ottenuti, ad esempio anche se la coalizione vincente arrivasse a prendere l’90% dei voti o l’opposizione il 49%.

Il Senato, eletto con il sistema proporzionale, avrebbe un compito totalmente diverso da quella che ha oggi (che lo porta a essere un doppione della camera). Questa assemblea, infatti, si dovrebbe riunire solo in particolari occasioni, ad esempio per cambiare la Costituzione, per riformare il sistema elettorale, per eleggere il Presidente della Repubblica ecc.. In effetti, ognuna delle due camere avrebbe una funzione diversa. La camera dei deputati avrebbe la funzione legislativa per la quotidianità, cioè per le questioni normali, voterebbe la fiducia al governo ecc., mentre il Senato interverrebbe solo in casi ben precisi e specificati dalla costituzione, cioè quanto serve una maggioranza qualificata.

 

    L’opposizione. I seggi da assegnare all’opposizione (stiamo parlando della camera), nel nostro esempio 250, invece, vanno ripartiti in modo proporzionale ai voti conseguiti nel primo turno elettorale. Questo per far sì che tutte le forze politiche che superano una certa soglia, ad esempio il 3% su scala nazionale, siano rappresentate in Parlamento. In questo modo non solo è garantita la governabilità, ma anche la rappresentanza delle minoranze e non si costringe i partiti a fare coalizioni innaturali. I partiti maggiori se trovano buoni alleati bene, altrimenti possono decidere di correre da soli. Ad essi basta arrivare al ballottaggio per avere serie possibilità di vincere le elezioni. Finirebbe il ricatto dei partiti piccoli, indispensabili per formare governi di minoranza, non solo, ma ciò consentirebbe di formare coalizioni più omogenee.

    La convention. Una volta terminato il primo turno elettorale, questa è l’altra grande novità, i parlamentari dei due partiti vincitori (nel nostro esempio 290 persone) si riuniscono in una convention per scegliere chi li deve guidare. Una volta che hanno il loro candidato a Primo Ministro, quest’ultimo mette a punto il programma elettorale e forma la sua squadra di governo, cioè indica coloro che diventeranno i suoi ministri, nel caso di vittoria al ballottaggio. In questo modo, il popolo già prima del secondo turno saprà chi sarà il prossimo Ministro della Giustizia o quello della Pubblica Istruzione, sempre che vinca quella coalizione. Al limite, se un elettore non gradisce alcuni ministri, può benissimo decidere di votare per l’altro schieramento. Il vantaggio con questo sistema è duplice: non solo andrà al potere un leader con una maggioranza certa, ma si sapranno in anticipo già i nomi dei componenti del governo.

Poi si vota, chi prende un solo voto di più, prende 290 seggi, la coalizione perdente va all’opposizione, insieme agli altri.

 

I VANTAGGI. Questo sistema, a nostro giudizio, racchiude in sé i pregi sia dei sistemi proporzionali che di quelli maggioritari, che sono:

 

Garantisce la governabilità. Una volta noti i risultati del ballottaggio, non solo non c’è bisogno di lunghe consultazioni da parte del capo dello Stato per dare l’incarico per formare il governo, ma abbiamo già la lista completa dei ministri e il governo è stato già legittimato dal consenso popolare. Non si può verificare che vince la sinistra e si formi una coalizione di destra o viceversa. Il mandato popolare è rispettato al 100% e non dimentichiamo che la governabilità è la migliore assicurazione contro eventuali tentazioni autoritarie.

Il grosso vantaggio di questo sistema è che andrà al potere un solo partito o al massimo una coalizione di pochi partiti (nel nostro modello non più di tre) e quindi si avranno maggioranze più compatte, governi più stabili, finiranno litigi, discussioni e ricatti, come quelli che animano da anni il sistema di partiti italiani. Anche perché in caso di crisi si va alle urne, cosa che non conviene a nessuno.

Inoltre, questo sistema elettorale non costringe, come abbiamo accennato, a fare accordi innaturali con partiti ideologicamente diversi. I piccoli partiti non saranno costretti a coalizzarsi per non essere cancellati dal Parlamento. Se riescono a stringere delle alleanze bene, altrimenti possono puntare ad ottenere la rappresentanza in parlamento garantita dalla quota proporzionale.

 

Evita l’eccessiva frammentazione. Col tempo i piccoli partiti saranno spinti a coalizzarsi o ad entrare in quelli maggiori, in quanto correre da soli significa soltanto ottenere una piccola quota proporzionale in Parlamento, senza, però, avere alcuna voce in capitolo nelle scelte politiche. Il sistema proporzionale al primo turno non deve indurre in inganno e nemmeno la presenza di una soglia di accesso molto bassa, perché sono due requisiti sufficienti solo per essere presenti in Parlamento, non per andare al governo. In pratica, chi vorrà contare di più, dovrà coalizzarsi o resterà emarginato ed isolato all’opposizione.

Col tempo resteranno sulla scena non più di 4 – 5 soggetti politici. I piccoli partiti, soprattutto quelli estremisti, inoltre, perderanno a poco a poco l’appoggio popolare e scompariranno. Ad esempio, in Italia i sostenitori dei partiti di estrema sinistra saranno costretti a far convergere i loro voti sul partito democratico, se non vorranno far vincere sempre i partiti di destra.

  

Garantisce una rappresentanza alle minoranze. L’abbiamo visto, dato che i seggi destinati all’opposizione sono distribuiti in modo proporzionale, anche i piccoli partiti saranno presenti in parlamento. Non succederà, come nel maggioritario, che i piccoli partiti vengono eliminati o schiacciati. In secondo luogo non si impedisce a nuovi partiti di nascere e affermarsi. Tutti potranno avere un rappresentante in Parlamento.

 

Limita il clientelismo. È vero che al primo turno non cambia quasi niente, i parlamentari per essere eletti continueranno a cercare il voto distribuendo favori, ma con il tempo il secondo turno cambierà tutto. Un partito o una coalizione, infatti, se vuole vincere, non può basarsi solo sul voto clientelare, perché per spuntarla al ballottaggio (dove non esistono le preferenze) deve prendere il 51% dei voti e perciò deve puntare sul voto di opinione. In parole povere, al secondo turno deve proporre un programma credibile, soprattutto deve convincere gli elettori dei partiti ormai fuori dal gioco (cioè che hanno perso al primo turno).

La doppia scheda. Il peso dei voti clientelari sarà ulteriormente ridotto, come abbiamo detto, dall’adozione di una per scegliere il partito e una per le preferenze. Se è vero, infatti, che gli elettori continueranno in maggior parte a votare in modo clientelare nell’esprimere le preferenze, sarà diverso per la prima scheda, quella in cui si vota solo per il partito, per intenderci. Qui prevarrà, essendo anche meno controllabile, il voto di opinione.

In effetti i voti di scambio conteranno molto meno che nel sistema attuale in quanto sarà la prima scheda a determinare il numero dei parlamentari da assegnare a ciascun partito. Le preferenze, espresse sulla seconda scheda, infatti, servono solo a stabilire quali dei candidati di quel partito vanno in parlamento.

Tale meccanismo è usato già con successo in Germania, dove l’elettore esprime due voti: Erststimme e zweitstimme. Il primo serve per votare per i collegi uninominali, il secondo esprime un voto soltanto alle liste. È questo secondo voto (che è sicuramente voto di opinione, perché senza preferenze), a determinare il numero di seggi da assegnare ai singoli partiti, mentre il primo voto, Erststimme, serve a indicare quali dei candidati di quel partito andranno al Parlamento.

 

Le regole che completano questo sistema elettorale sono:

    Separazione tra governo e opposizione. Per evitare tentazioni trasformistiche o di incappare in una delle degenerazioni del Parlamento analizzate dai politologi (a  cui abbiamo accennato), tutti coloro che sono eletti all’opposizione non possono ricoprire incarichi di governo o essere chiamati a dirigere enti, società pubbliche ecc., tutto ciò per evitare la “compera” di deputati. Democrazia non significa spartizione del potere, in altre parole governo e opposizione devono essere sempre due forze distinte, che si contrappongono.

La principale funzione dell’opposizione, difatti, è controllare l’operato del governo, rivelare casi di corruzione e evidenziare le scelte sbagliate. Senza opposizione il sistema fa fatica a correggere i suoi errori e il regime può trasformarsi in una democrazia clientelare. Non deve essere possibile, come succede in molti enti locali, che il sindaco, distribuisce incarichi, fondi e favori a tutti, mettendo a tacere l’opposizione.

 

Nel caso, poi, il Primo Ministro voglia operare un rimpasto nel suo governo, lo può fare, ma non può nominare persone appartenenti ai partiti di opposizione.

Fedeltà al mandato popolare. Una delle cose più scandalose della prima Repubblica era il cambio di casacca (crossing the floor). Persone elette nelle liste di sinistra che passavano a destra o viceversa. Un politico non può presentarsi alle elezioni portando avanti una certa linea politica, ad esempio, si dichiara contrario all’aborto o al nucleare, e poi, una volta eletto, cambia schieramento e principi. “Quando i parlamentari adottano comportamenti trasformistici senza subire immediate sanzioni elettorali, quando maggioranze e opposizioni confondono consociativamente i rispettivi ruoli, quando il governo non si afferma come guida riconosciuta, rispettata e obbedita dalla propria maggioranza parlamentare, la forma parlamentare di governo degenera fino a produrre una democrazia impotente, destinata a un cattivo funzionamento” Pasquino, 2009.

La regola deve essere una sola: chi cambia idea e non vuol più far parte di un determinato partito, deve dimettersi e lasciare il posto al primo dei non eletti. Non deve capitare che un partito parta con 30 parlamentari e alla fine della legislatura si ritrovi solo con 10. Il partito in questione aveva ricevuto voti sufficienti per avere 30 parlamentari, non 10. La gente vota innanzitutto per il partito, poi per la persona e la sceglie anche in base al partito a cui appartiene. Non dimentichiamo, inoltre, che la nostra è una democrazia di partiti, non di individui. Se sparissero i partiti, si cadrebbe nell’individualismo e il parlamento diventerebbe un organismo incontrollabile.

 

    Elezioni in caso di crisi. Il vero spirito democratico significa, innanzitutto,  rispetto della volontà popolare. Non si deve verificare che i partiti che hanno perso le elezioni, vanno al governo (se mai comprando un gruppo di parlamentari) o che chi ha vinto le elezioni si ritrova senza una maggioranza. Per questo motivo in caso di sfiducia del governo, il capo dello Stato deve sciogliere il Parlamento ed indire nuove elezioni. In tal modo i piccoli partiti o eventuali gruppi parlamentari dissenzienti saranno più prudenti a creare una crisi di governo. In Italia, però, per fare ciò occorre cambiare la Costituzione, che impone, in caso di crisi politica, al Presidente della Repubblica di cercare altre maggioranze in parlamento.

 

Le liste bloccate. Le elezioni per essere veramente democratiche (non è solo il nostro pensiero, ma quello della maggior parte degli studiosi di scienza politica) devono essere dirette e significative, nel senso che deve essere il popolo in piena libertà a scegliere i suoi rappresentanti. Col sistema delle liste bloccate esistente da noi, invece, sono gli apparati di partito o i leader a decidere chi deve andare in parlamento. Non deve succedere che le persone vengono inserite nei primi posti solo perché nelle simpatie dei segretari dei partiti o che, addirittura, arrivino a candidare i propri familiari. Ma nel nostro paese c’è chi ha fatto di peggio, ha messo tra i primi posti l’amante o la propria segretaria.

Una democrazia che vota con le liste bloccate, è una democrazia di facciata, non vera democrazia, per questo motivo riteniamo tale metodo antidemocratico e andrebbe abolito ovunque è usato.

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