20 – GLI ENTI LOCALI e PUBLIC UTILITIES

CAPITOLO XX

GLI ENTI LOCALI e PUBLIC UTILITIES

In tutti i paesi del mondo sono presenti varie forme di amministrazione, dette “locali” in quanto unità minori entro gli stati, in genere a livello di contea, città, regione, provincia o distretto. In Italia sono: Comuni, Province e Regioni, creati dal governo centrale con delega di determinati poteri. Gli amministratori locali sono eletti direttamente dal popolo e hanno competenza in materia amministrativa, fiscale, anagrafica e sanitaria.

Il decentramento negli stati dell’Unione Europea si ispira al principio della sussidiarietà, secondo il quale le decisioni da assumere per la soddisfazione delle esigenze comuni spettano alle istituzioni più vicine ai cittadini e alle forme di autogoverno locale, mentre alle istituzioni maggiori spettano solo i compiti che non possono essere adeguatamente affrontati da quelle minori. Il trasferimento di poteri consente anche, almeno in linea teorica, di ridurre l’apparato burocratico statale.

Non andiamo oltre, per passare a parlare delle problematiche primarie.

 

IL NUMERO di ENTI LOCALI

In Italia esistono tantissimi enti locali: Regioni, Province e Comuni, a cui bisogna aggiungere Comunità Montane, Enti di bonifica, Circoscrizioni, consorzi ecc. (oltre a Parlamento Nazionale e Parlamento Europeo). Il che significa che nell’anno 2.000 erano più di 180.000 persone che facevano politica attivamente.

 

Il problema non è solo il costo, ma una varietà così ampia di enti locali e di carrozzoni burocratici vogliono dire che ci sono circa 200.000 persone, che discutono, trafficano, mediano e fanno clientelismo. Inoltre, la presenza di così tanti politici comporta un’eccessiva burocratizzazione della vita sociale ed economica, in quanto ogni ente ha i suoi regolamenti e una sua amministrazione; per non parlare degli inevitabili conflitti che spesso nascono tra gli enti locali e si trascinano in tribunale per anni. Più enti locali esistono, più possibilità ci sono di accavallamento di poteri e di competenze. Immaginate un imprenditore che apre un’azienda e che deve avere a che fare con Comuni, Province, Regioni, consorzi, comunità montane ecc..

 

     Il numero giusto di enti locali. In un paese, per non limitarci all’esperienza italiana, non devono esserci troppi enti locali, ma neanche troppo pochi, col risultato che verrebbero a mancare autorità capaci di interpretare le esigenze locali. L’esperienza ci ha insegnato che il numero di enti locali dipende dalla grandezza del paese. Quelli più grandi, come il Brasile o gli Stati Uniti, è giusto che siano divisi in stati, a loro volta divisi in contee e comuni. I paesi di dimensioni simili al nostro e con la stessa densità di popolazione, non dovrebbe avere più due enti locali: i Comuni o le Regioni, in alternativa le province o le contee. In effetti, oltre ai Comuni, che non dovrebbero avere meno di 4 – 5.000 abitanti, dovrebbe esserci solo un altro ente locale: regione o provincia (o contea) non ha molta importanza.

 

LE COMPETENZE

Un’altra questione fondamentale è che bisogna delimitare con certezza i settori di competenza di ogni ente locale, in modo da evitare sovrapposizioni di compiti, ma soprattutto conflitti. In altre parole bisogna evitare che vari enti locali si interessino delle stesse cose. Ad esempio, in Italia sul dissesto geologico hanno competenze: Comuni, Province, Regioni, Comunità Montane e Consorzi di Bonifica, con il risultato che nessuno realizza le opere di prevenzione necessarie e così basta che piove un po’ in più, che si verificano frane, smottamenti, quando non straripa qualche fiume allagando le zone circostanti. Quando, poi, succedono i disastri, si assiste al classico scaricabarile. Bisogna evitare perciò due problemi: l’intreccio di competenze e l’ampliamento delle competenze.

 

L’intreccio di competenze. Come abbiamo accennato, in Italia spesso più enti locali “concorrono” per fornire un servizio. Prendiamo il caso di una linea di metro costruita dal comune in una grande città, dato che i trasporti sono competenza anche delle Regioni, ecco che può succedere che non viene completata, quando se mai mancano soltanto pochi milioni per renderla utilizzabile. Questo può succedere perché il Governatore della Regione non ritiene tale opera valida, ma anche semplicemente perché è di uno schieramento politico opposto a quello del sindaco. Lo stesso succede nella raccolta dei rifiuti solidi urbani, dovrebbe essere il comune a raccoglierli, ma poi lo smaltimento dovrebbe essere compito delle Province o delle Regioni ecc., ed ecco che si verificano gli inevitabili conflitti, che quasi sempre generano disservizi.

 

Inoltre in questo modo viene violato il principio dell’attribuzione della individuazione delle responsabilità, cioè in caso di disservizio non si sa con chi prendersela. Occorre cambiare tutto questo, ogni ente locale deve occuparsi in modo esclusivo di un settore, ad es. l’edilizia popolare dovrebbe essere lasciata solo ai comuni, le Regioni non dovrebbero aver alcun voce in capitolo.

Una volta che il comune ha ricevuto l’approvazione per realizzare gli edifici, deve fare tutto da solo, cioè la Regione non deve più entrarci. Lo stesso per i rifiuti, ogni comune, se vuole, deve avere la possibilità di smaltirli da solo, se mai creando nel proprio territorio un impianto di compostaggio o un termovalorizzatore.

 

     L’ampliamento delle competenze. Gli amministratori locali più impavidi, approfittando della debolezza del governo centrale, spesso cercano di allargare la propria sfera di competenza oltre quanto dovrebbe essere consentito loro. Ad esempio in Italia, la polizia provinciale, istituita in molte province, era proprio necessaria? Non bastavano polizia municipale, carabinieri, Guardia di Finanza, pubblica sicurezza, guardie forestali e tutti gli altri corpi militari che abbiamo? Quanta parte di questa decisione è stata dettata da vera necessità e quanta dal desiderio di creare posti di lavoro da distribuire alle proprie clientele?

La legge dovrebbe indicare con precisione di quali settori gli enti locali devono occuparsi ed eventuali abusi devono essere puniti con la sospensione dell’amministratore dal suo incarico.

 

No ad attività imprenditoriali. Gli enti locali sono degli enti pubblici, quindi, tra le loro competenze non possono esserci la facoltà di gestire attività imprenditoriali, ad esempio non possono possedere compagnie marittime (come la Regione Sicilia che aveva quote della “Tirrenia”, in Molise esistevano società partecipate che allevavano polli ecc.), né devono avere la possibilità di comprare pacchetti di azioni, aziende vinicole o immobili ed affittarli.

In parole povere non si possono comportare come imprenditori privati, perché questo esula dai loro compiti. In particolar modo non possono essere proprietari di giornali o televisioni o altri mezzi di comunicazione, né devono poter concedere loro finanziamenti, in quanto così si farebbero propaganda con soldi del contribuente.

In conclusione, agli enti locali non deve essere lasciata molta discrezione in termini di competenze ed essere proibito in modo esplicito investimenti in attività private.

 

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I COMPITI degli ENTI LOCALI

Il nostro modello prevede soltanto due tipi di enti locali: i comuni e le contee (che sostituirebbero le vecchie province).

I primi dovrebbero avere una popolazione minima di 4.000 – 5.000 abitanti; mentre le contee dovrebbero essere enti locali con più di 600.000 abitanti o con una superficie superiore ai 4.000 kmq e un territorio formato da un capoluogo di provincia e un’area rurale abbastanza estesa.

 

I COMUNI

A nostro avviso dovrebbero essere competenti nei seguenti settori:

     Urbanistica eviabilità, costruzione e manutenzione di strade, aree di parcheggio, piazze e giardini, illuminazione. Controllo del traffico.

Edilizia. Rilascio di licenze edilizie e urbanizzazione di nuove aeree.

Ambiente. Controllo delle acque potabili, raccolta dei rifiuti solidi urbani, smaltimento delle acque piovane, sistema fognario ecc., oltre ad interessarsi di ogni tipo di inquinamento.

     Servizi sociali. Assistenza domiciliare agli anziani e ai disabili, case di riposo, aiuti ai senza tetto e alle persone povere e indigenti.

Trasporti. Autobus urbani e tram locali.

Abitazioni. Case popolari e contributi alloggiativi.

Servizi. Cimiteri (che potrebbe essere anche privati).

Attività culturali. Biblioteche comunali, iniziative culturali e convegni.

Anagrafe. Registrazione di matrimoni, nascite e decessi.

Istruzione. Scuole materne comunali, assistenza alle scuole.

Tasse comunali. Riscossione delle imposte locali.

Commercio. Concessioni di licenze commerciali, fiere.

Servizi Sanitari. Vaccinazioni dei bambini, farmacie comunali e assistenza sanitaria alle persone meno abbienti, che non possono pagare il ticket.

     Raccolta dei rifiuti solidi urbani. Dovrebbero essere di competenza dei comuni, che possono organizzarsi anche per smaltirli correttamente da soli, se ne hanno le possibilità.

Polizia locale. Oltre al traffico dovrebbero avere anche compiti di ordine pubblico, ad es. contrasto del traffico di droga, immigrazione clandestina e controllo della prostituzione.

 

LE CONTEE

I loro compiti, che non devono mai sovrapporsi a quelli degli altri enti locali, dovrebbero essere:

Crescita economica. Dovrebbero interessarsi di promuovere lo sviluppo e l’occupazione nel suo territorio, favorendo l’inserimento di nuove aziende (produttive, non di servizi pagati dalla collettività). Ad esempio dando finanziamenti, suoli, permessi ecc.

Formazione. Corsi di formazione finalizzati all’inserimento diretto nel mondo del lavoro, ad es. corsi per orafi, per parrucchieri ecc..

Ricerca scientifica finalizzata. Non dovrebbero occuparsi di ricerca di base, ma ricerca diretta a costruire determinati prodotti. Ad esempio diesel biologico.

Turismo e cultura. Promozioni del turismo e di attività culturali. Promozione, cura e amministrazione del patrimonio archeologico ed artistico. Musei, parchi archeologici ecc..

Viabilità. Costruzione e manutenzione di strade provinciali e regionali.

Difesa del territorio. Prevenzione frane, alluvioni, incendi dei boschi, terremoti ecc. ed interventi nel caso di catastrofi naturali.

Infrastrutture. Porti e aeroporti. Acquedotti, perché di solito hanno un’estensione provinciale e servono più Comuni. Nella fornitura di acqua potabile i comuni devono essere tagliati fuori.

Trasporti. Autobus extraurbani, linee ferroviarie locali.

Rifiuti solidi. Smaltimento dei rifiuti soldi urbani (inceneritori ed altri), mentre della raccolta si interessano i comuni. A meno che questi ultimi non si dotano di propri impianti.

 

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LE FINANZE LOCALI

Un’indagine del Sole 24 ore, ha messo in rilievo un fatto incontestabile: gli enti locali in Italia col tempo sono diventati degli apparati mastodontici, i cui costi sono lievitati anno per anno. Non solo, ma di pari passo è cresciuto fortemente il loro indebitamento. Non è problema solo italiano, dappertutto si studiano misure per tenere sotto controllo la spesa locale.

 

Vediamo quali sono i criteri fondamentali da seguire per evitare che i bilanci degli enti locali finiscano fuori controllo:

 

     L’autonomia impositiva. In certi paesi come l’Italia funzionava, in seguito parzialmente cambiato, un sistema per certi versi anomalo: la fonte di gran lunga più importante di fondi per gli enti locali era costituita dalle erogazioni dello Stato. Se si usa questo sistema, chiaramente, agli amministratori locali conviene spendere quanti più soldi possibili, avviando il maggior numero possibile di progetti, per poi tornare a bussare di nuovo cassa al governo centrale.

L’assurdo era che molti sindaci o molti governatori lo facevano adducendo la semplice ragione che i loro bilanci erano andati in rosso. Il risultato era: il governo centrale alzava le tasse per aumentare i finanziamenti agli enti locali, che non solo aggravava i bilanci dello Stato, ma era una ghiotta occasione di corruzione.

Gli esperti dicono che gli enti locali devono avere le proprie entrate e che le spese devono essere commisurate ad esse.

Chi sfora i bilanci deve affrontare l’impopolarità aumentando le imposte locali. In effetti, gli enti locali devono avere proprie entrate, che possono aumentare o diminuire. Lo Stato centrale deve intervenire soltanto in casi particolari, ad esempio quando si tratta di piccoli comuni o di aree economicamente depresse o in caso di calamità naturali. Perciò è sbagliato finanziare l’economia degli enti locali con trasferimenti di fondi dal governo centrale (devono essere autonomi ed avere proprie entrate) e appianare periodicamente gli enormi deficit lasciati dalle amministrazioni corrotte e incapaci. Ciò costituisce soltanto un precedente e un incentivo a sperperare denaro pubblico.

 

     Limiti alla pressione fiscale locale. L’esperienza ci suggerisce che se si lascia mano libera agli amministratori locali spenneranno i propri cittadini come polli. Per questo motivo per ogni tassa o imposta, il governo centrale deve mettere dei tetti massimi. In effetti, bisogna lasciare sì agli amministratori locali autonomia, ma fissare anche dei limiti oltre i quali non possono andare.

 

Limiti all’indebitamento. Una volta per gli enti locali c’era l’obbligo di parità di bilanci, oggi nessuno si pone più questo obiettivo, anzi non di rado in molti paesi come l’Italia si ricorre a trucchi contabili, per camuffare conti pesantemente in rosso. Anche qui se si lascia mano libera agli amministratori locali è facile che creino delle vere e proprie “voragini” nei bilanci.

La soluzione è una sola: il governo centrale deve fissare un tetto massimo di indebitamento. Ad esempio, nessun ente locale può indebitarsi oltre il 100% del proprio Pil (usando un termine improprio). Una volta raggiunta questa soglia gli amministratori locali non possono chiedere nuovi mutui o cercare altri capitali sui mercati finanziari nazionali o internazionali.

In effetti ogni ente locale deve presentare il proprio bilancio annuale, indicando le proprie spese e le entrate, se le prime superano di molto le seconde, bisogna costringerli ad operare dei tagli.

 

Previsione di spesa. Gli enti locali in paesi come l’Italia spesso ricorrono a trucchi contabili per potersi dare alle “spese pazze” e superare i vincoli del bilancio. Essi gonfiano ad arte le previsioni di entrate, ad esempio una Provincia fece risultare che avrebbe incassare 10 milioni di euro dalla messa in vendita di alcune case popolari soltanto perché aveva valutato il prezzo medio di ognuno di esse intorno ai 350.000 euro, un prezzo irreale, per avere così la possibilità di contrarre un debito di pari importo e far risultare il bilancio in attivo.

In effetti, non devono avere la possibilità di programmare le spese in base a quanto pensano di incassare l’anno seguente, perché questi preventivi spesso sono gonfiati. Le previsioni di spesa devono esser fatte in base alle entrate effettive incassate l’anno precedente (se poi aumenta il gettito fiscale possono spendere le somme in più l’anno successivo).

 

Le forme di indebitamento. In Italia in questi ultimi anni molti enti locali, in particolare nel sud, si sono finanziati ricorrendo a onerose forme di finanziamento: i derivati. Dalla trasmissione Report su Raitre del 14/10/07 sono emersi dati allarmanti. Molti enti locali, come il comune di Napoli, quello di Torino, la Regione Piemonte o quella Campana, per citarne alcuni, si sono inguaiati(e altri lo stanno facendo) con i derivati, una formula di prestito con le banche che funziona così: i primi 3 – 4 anni sono gli enti locali a ricevere soldi, ma poi incominciano a scattare i pagamenti, che diventano sempre più esosi col tempo.

Lo scopo, neanche troppo velato, è di usufruire subito di soldi da usare per i servizi sociali (o per distribuire ad associazioni di tutti i tipi, gestite da amici e per finanziare progetti) e lasciare i debiti all’amministrazione successiva (la tecnica, infatti, consiste nello spostare in avanti il debito). È necessario che le leggi specifichino bene a quali forme di indebitamento gli enti locali possono ricorrere, vietando “prodotti finanziari pericolosi”, che nel futuro possono aprire voragini nei conti degli enti locali.

 

     La discrezionalità di spesa. È un altro aspetto molto importante: va limitata l’eccessiva discrezionalità in materia di spesa degli enti locali. Ad esempio, è assurdo che alcune Regioni, come è successo in passato in Italia, si sbarazzino di funzionari indesiderati mandandoli in pensione a 55 anni, come pure non deve succedere che alcuni enti locali usino i soldi del contribuente per finanziare la squadra di calcio locale o per comprare 1.000 copie di un romanzo di uno scrittore loro amico. In altri casi gli amministratori locali si sono pagati il viaggio negli Stati giustificandolo come viaggio d’istruzione.

 

La fantasia dei politici in materia di spese locali non ha limiti. In un comune della Puglia, San Giuliano, il sindaco, prima delle elezioni, alcuni anni fa, distribuì i soldi ricevuti per il terremoto dividendoli in parti uguali tra tutti i cittadini, circa € 2.200 a testa. Chi si cambiò la macchina, chi fece un viaggio, chi si cambiò i mobili ecc. Una bella campagna elettorale, non c’è che dire, fatta con i soldi di chi voleva essere soltanto solidale!

Ad agosto del 2009, alcune amministrazioni comunali, tra cui quella di Ficarra nel nord e Anguillara, vicino Roma, giocarono al superenalotto con la speranza di rimettere in sesto le finanze locali. Di questo passo arriveremo al punto che i sindaci si siederanno al tavolo verde nei casinò con i soldi del contribuente? Per questo motivo la legge deve stabilire con precisione in quali settori gli enti locali possono spendere i soldi,ad es. non deve essere permesso loro di finanziare giornali o squadre di calcio.

 

IL PERSONALE

I posti di lavoro negli enti locali sono da sempre molto ambiti perciò l’assunzione, l’avanzamento di carriera e la retribuzione del personale degli enti locali sono altri tasti dolenti, in quanto costituiscono spesso un’occasione di clientelismo, oltre che fonte di sprechi e di favoritismi. Vediamo le cose da evitare:

 

Organici gonfiati. Un’indagine di alcuni anni fa del Sole 24 ore, mise in evidenza un fatto incontestabile: gli enti locali stavano diventando degli apparati mastodontici, i cui costi lievitavano di anno in anno. Ad esempio, la Regione Campania a novembre del 1999, aveva ben 7.383 impiegati. Più di una grossa azienda o di una multinazionale.

È ovvio che chiunque viene eletto negli enti locali cerca di inserire i suoi raccomandati, spesso procedendo ad assunzioni non necessarie. Per questo motivo il numero dei dipendenti comunali deve essere fissato dal governo centrale, in rapporto al numero di abitanti residenti in quel comune o regione. Come pure non deve essere permesso loro di assumere personale precario, che poi scenderà in piazza per avere un contratto a tempo indeterminato. Ad esempio, un comune di 4.000 abitanti può avere al massimo 5 impiegati, sei vigili, 10 netturbini ecc. (i numeri sono citati a caso, però è chiaro il principio che bisogna seguire).

 

Assunzioni clientelari. I criteri di reclutamento non sempre sono trasparenti, i concorsi locali non solo nel nostro paese troppo spesso sono viziati da pratiche clientelari. Se i posti da ricoprire, ad esempio, sono 30, spesso vengono divisi così: 12 al sindaco, otto al vicesindaco e cinque ad ognuno degli assessori più importanti. D’accordo ogni tanto qualcuno riesce a passare soltanto in base ai meriti, ma si tratta di un’eccezione che conferma la regola.

La soluzione migliore è quella di abolire i concorsi locali. Quando ad un’amministrazione serve del personale lo fa presente a un “ufficio concorsi” nazionale, i cui vertici sono nominati dal governo centrale. Quest’ufficio si accerta, con un incontro col sindaco, delle competenze che devono avere le figure professionali di cui hanno bisogno e indice un concorso pubblico.

Le commissioni, poi, devono essere miste, cioè in parte formate da rappresentanti degli enti locali e per metà da persone nominate dal ministro e le prove devono essere in maggioranza scritte. In questo modo sarà molto più difficile agli assessori o ai sindaci fare assumere i propri raccomandati. Si porrà un limite alla corruzione e al clientelismo, ma soprattutto si scoraggerà dal fare assunzioni non necessarie.

 

Promozioni facili. È un altro tasto dolente, i sindaci o gli assessori, pur di ingraziarsi i dirigenti o gli impiegati comunali, il cui appoggio non di rado è fondamentale per vincere le elezioni, concedono con facilità aumenti ben oltre il tasso di inflazione o si inventano indennità o favoriscono immeritati avanzamenti di carriera. Il risultato è che il costo del personale degli enti locali non ha fatto altro che lievitare in questi ultimi decenni con un aggravio pesante della spesa pubblica. In Italia in molti enti locali (il fenomeno è, infatti, diffuso anche nelle Regioni e nelle Province) i dirigenti sono più numerosi degli impiegati.

Al comune di Catania nel 2002, per citare un caso, gli uscieri diventavano tutti tecnici informatici, i vigili ispettori cosicché non rimaneva nessuno che andava in strada. La soluzione anche qui è quella di fissare in rapporto al numero di residenti nell’ente locale e degli impiegati, il numero dei dirigenti e delle figure professionali. Ad esempio, se in un comune ci sono 8 vigili urbani, al massimo ci può essere un solo ufficiale.

 

     Le cariche direttive. Chi viene eletto sindaco o governatore di una Regione, non può trovare tutte le cariche importanti già occupate da persone nominate dalla precedente amministrazione. Occorre rispondere all’esigenza legittima di chi viene eletto di circondarsi di una “squadra di governo” di sua fiducia. Quando in un’azienda privata cambia la dirigenza, non va via solo l’amministratore delegato, ma tutto il gruppo che ne è alla guida. L’esperienza ormai ci ha insegnato che esiste una sola soluzione a questo problema: gli incarichi direttivi devono essere limitati nel tempo, ad esempio durare al massimo 5 anni, in modo chi viene eletto dopo, possa nominare altre persone. Ad esempio, la carica di comandante dei vigili urbanideve decadere automaticamente con l’elezione del nuovo sindaco.

 

CORRUZIONE E CLIENTELISMO

Nella maggior parte degli enti locali il clientelismo è così diffuso, che ormai funziona tutto tramite amicizie e favoritismi. In Italia, ad esempio, talvolta bisogna ricorrere a conoscenze politiche persino per avere un posto barca nel piccolo porto davanti al paese o per comprare una nicchia al cimitero, perché non se ne costruiscono abbastanza. Se la corruzione e il clientelismo a livello nazionale, ci riferiamo a quella praticata dai parlamentari, è ad esempio 10, negli enti locali si arriva tranquillamente 100. Questo per dare un’idea delle proporzioni del fenomeno. Prendiamo, ad esempio, i posti di vigile urbano. Nella maggior parte dei casi il concorso è solo una formalità, soprattutto al sud, i posti vengono “lottizzati” tra sindaci ed assessori. La nostra esperienza purtroppo ci dice che è così nella maggior parte del mondo, cioè che corruzione e clientelismo sono molto più diffuse a livello locale, che nazionale. Vediamo alcuni casi e quali potrebbero essere le soluzioni al problema.

 

     Le società miste. I concorsi locali anche se spesso “pilotati” tuttavia almeno assicurano una parvenza di legalità, oggi in Italia si è trovato il sistema per evitarli. Perché rischiare di andare in galera favorendo l’assunzione di un amico, quando si può ottenere lo stesso risultato servendosi di una società mista o una cooperativa? In Italia sono state la grande novità degli anni ’90, da qualcuno ribattezzate le macchine clientelari del XXI° secolo. Queste ultime, essendo private, non hanno alcun vincolo, possono assumere chiunque, dare subappalti, chiedere consulenze ecc., senza rischio di finire sotto inchiesta. Ma come possono essere considerate private se sono finanziate con soldi del contribuente? Se nella maggior parte dei casi erogano servizi pubblici, come la fornitura di gas o di acqua?

Non andiamo oltre, le soluzioni possibili sono due: la prima è obbligare le società miste, i cui bilanci sono finanziati col denaro pubblico ad assumere solo tramite concorsi pubblici. L’altra è abolire le società miste e seguire i consigli che daremo nel capitolo successivo a proposito delle “public utilities”.

 

Le consulenze. Oggi le tangenti sono superate, perché per ricompensare qualcuno dell’appoggio alle ultime elezioni, si ricorre a sistema molto semplice: “le consulenze”. Il “prescelto” prepara una relazione, non di rado scaricata da Internet e l’ente locale paga un’onerosa parcella. Per gli inquirenti la strada è tutta in salita, devono riuscire a dimostrare che non si tratta di una consulenza, ma solo un modo per gratificare qualcuno che ha fatto dei favori elettorali. La legge,invece, dovrebbe prevedere con esattezza quando si possono chiedere consulenze, ma soprattutto stabilire che non ci si può rivolgere ad esperti esterni quando l’ente locale anni ha nel suo organico bravi professionisti. Ad esempio, se la provincia ha già due legali che paga profumatamente, non può richiedere consulenze legali ad avvocati esterni.

Altri, invece, consigliano di seguire un’altra strada: dato che le consulenze esterne non sono eliminabili, in quanto un amministratore può benissimo dichiarare di non aver fiducia nelle persone nominate dal suo predecessore, bisogna evitare l’assunzione a tempo indeterminato di professionisti come avvocati, architetti e consulenti di ogni tipo. In questo modo si evita almeno di dare stipendi a gente che spesso resta inutilizzata. Meglio ricorrere a incarichi quinquennali, in modo che, se non godono della fiducia del nuovo sindaco o nel nuovo governatore, se ne tornino al vecchio lavoro.

 

L’esternalizzazione dei servizi. Un servizio trasmesso su Rai 3 a novembre del 2006, dalla testata giornalistica Report, ha messo in luce un fenomeno, chiamato dai giornalisti “processo di esternalizzazione dei servizi”. Il sistema è questo: anche se, ad esempio, all’interno del comune esiste già un ufficio incaricato della riscossione delle multe, si crea una società mista e gli si affida questo compito.

In questo modo oltre a guadagnarci molti soldi, in quanto dietro queste società create ad hoc ci sono sempre dei politici, si possono sistemare, dando loro un’occupazione, tante persone che, poi, in tempo di elezioni ricambieranno col voto.

In effetti, molte società miste, molte cooperative o associazioni costituiscono soltanto dei doppioni dei servizi che già esistono.

La soluzione in questi casi è semplice, se all’interno dell’ente locale esistono delle strutture che si occupano già di un determinato servizio, non si può esternalizzare tale compito a una società mista. Ad esempio, se ci sono degli uffici comunali per aiutare i disoccupati a trovare un posto di lavoro, non si può creare una nuova società che svolge le stesse funzioni.

 

     I lavori pubblici. La maggior parte degli amministratori locali tenta di mettere in cantiere quante più opere pubbliche è possibile, non solo per far vedere di aver fatto delle cose pratiche, ma anche per “fare favori”, distribuire denaro e lucrarci sopra. Insomma più denaro circola, più i politici ci guadagnano. Per limitare la corruzione in questo settore è fondamentale un’esemplificazione delle procedure d’appalto e svolgere le gare come abbiamo suggerito nel capitolo “Ministero dei lavori pubblici”.

 

I RAPPORTI con GLI ENTI LOCALI

I rapporti tra il governo centrale e gli enti locali sono una questione delicata, ma importantissima; esiste, poi, il problema dei controlli di questi enti. Il governo centrale, perciò, non può assolutamente disinteressarsi di ciò che succede in “periferia”, ma è opportuno che sia creato un ministero che svolga questa funzione.

Lo scopo è anche quello di intervenire quando si creano gravi disservizi o grossi problemi a livello locale o regionale, come quando nel 2006 la città di Napoli rimase sommersa dalla spazzatura, e le foto delle sue strade con i cumuli dei sacchetti di spazzatura che arrivavano fino ai primi piani delle case fecero il giro del mondo.

In effetti, ogni volta che si creano gravi disservizi negli enti locali, come ad esempio la situazione economica fallimentare verificatesi alcuni anni fa nel comune di Catania, in cui non avevano più nemmeno i soldi per far camminare gli autobus urbani, il governo deve intervenire e non fare come se non fossero affari suoi.

A tale scopo è consigliabile la creazione di un ente o di un Ministero con la funzione di supervisionare l’operato degli enti locali; il che sarà sicuramente un freno alla corruzione e ai “giochi politici” di tanti amministratori pubblici che spesso fanno come vogliono, come se fossero delle piccole repubbliche indipendenti.

Nei casi estremi, quando si creano situazioni intollerabili, bisogna intervenire innanzitutto per aiutare a risolvere il problema, ma anche per rimuovere gli amministratori inetti che hanno provocato il disservizio. In altre parole bisogna creare una procedura per costringere alle dimissioni coloro che con il loro comportamento si rendono colpevoli di gravi inadempienze.

Questo, però, senza cadere nell’eccesso opposto. Il governo centrale non può assolutamente intervenire e intaccare le autonomie locali, nel caso non sia stata infranta alcuna legge o si siano verificati gravi disservizi, che hanno suscitato forte indignazione popolare. In parole povere, controlli sì, ma senza interferire nella normale amministrazione.

 

L‘URBANIZZAZIONE

Uno dei compiti più delicati degli enti locali, in Italia i Comuni, è il rilascio delle licenze edilizie. L’argomento è piuttosto ampio e complesso tuttavia non vogliamo mancare di dare delle indicazioni di carattere generale.

Per prima cosa, occorre far chiaro che se si lascia mano libera ai privati, cioè li si lascia costruire senza regole, faranno scempio del territorio. In altre parole costruiranno di tutto e in ogni luogo, seppellendo le coste sotto una colata di cemento. Basta guardare cosa è successo in Albania dal 2002 al 2014, dove gli edifici spuntavano dappertutto come funghi, distruggendo anche bellezze naturali come la costa a sud di Valona fino a Sarande. Un esempio più eclatante sono le favelas brasiliane dove accadeva che la mattina aprendo la finestra scoprivi che il tuo vicino aveva edificato a meno di un metro togliendoti aria e luce. Per questo non solo regole precise, come distanza minima tra gli edifici e limiti in altezza, ma anche piani regolatori dettagliati zona per zona.

Non è neanche consigliabile seguire l’esempio di molti paesi, come in molti comuni Italiani, dove si può costruire in proporzione all’estensione del suolo, ad es. si può costruire il 30% del terreno di proprietà, perché in questo caso si assisterà a un profilare di edifici a macchia di leopardo, cioè in ordine sparso, rovinando lo stesso il paesaggio.

Il migliore sistema è decidere di urbanizzare un certa zona, ad es. costruire un nuovo quartiere in una determinata zona (possibilmente scegliendo un’aerea pianeggiante, non paesaggistica). In questo caso si tracciano le strade, si dividono i terreni in lotti ecc., poi si vendono ai costruttori che li richiedono. È il metodo usato in molti paesi di lingua inglese come l’Australia. Per evitare speculazioni e disuguaglianze, cioè che tutti i proprietari che hanno i terreni edificabili si arricchiscano, mentre coloro su cui suoli ci sono vincoli paesaggistici siano penalizzati, si possono far pagare delle quote a primi per risarcire i secondi.

 

Le coste. Le zone di particolare bellezza paesaggistica devono essere soggette a particolari vincoli, in effetti devono essere delle commissioni, composte da architetti e ingegneri, a stabilire dove si può costruire e con quale altezza. È opportuno evitare di costruire in cima alle colline, spesso a gradoni, mentre è auspicabile costruire nei tratti pianeggianti dove non si intacca il paesaggio, né è opportuno edificare grattacieli se dietro ci sono colline molto basse. In effetti zona per zona devono essere stabilite precise regole.

E per lo coste già rovinate? Una commissione composta da architetti di un’altra regione o stranieri, decide quali edifici deturpano il paesaggio e vanno demoliti. Li si espropria risarcendo i proprietari e poi li si butta giù, ristabilendo il paesaggio. Si può far pagare l’esproprio ai proprietari i cui immobili sono rivalutati in quanto la zona diventa di maggior pregio.

 

Il consumo di territorio. In molti paesi come l’Italia si continua costruire case basse consumando ogni anno una fetta enorme di superficie agricola. Il risultato è che le nostre città si espandono in modo sproporzionato cosicché tra poco alcune aree, diventeranno un solo conglomerato di case da una provincia all’altra.

Altrove, negli Usa, in Cina, in Brasile, gli edifici alti, come i grattacieli a 20 piani sono molto comuni, in quanto presentano notevoli vantaggi. Costruire in altezza ci farebbe risparmiare territorio in modo da avere più spazi verdi e abbasserebbe il prezzo degli immobili, diminuendo altresì il costo per i trasporti.

Per questo motivo, piuttosto che utilizzare spazi verdi o campi coltivati per le nuove costruzioni, bisognerebbe abbattere quelle vecchie, compreso fabbriche dimesse, edifici fatiscenti e così via. In effetti, bisognerebbe varare un provvedimento per il recupero delle vecchie aree industriali o far pagare tasse salate a chi non abbatte vecchi capannoni o case abbandonate. In effetti, solo il terreno agricolo non deve pagare imposte, mentre ai proprietari dei fabbricati non agibili si deve dare due anni per demolirli. In caso non provvedono, devono pagarci le tasse come fossero nuovi.

Identiche iniziative occorrerebbe prendere per demolire vecchi quartieri popolari degradati, composti da palazzi vecchi, spesso senza ascensori, non antisismici, con un sistema fognario inefficiente ecc., in modo che si possa sostituirli con “new town”. Il segreto è costruire prima negli spazi liberi degli edifici a 12 piani dove spostare gli abitanti che vivono nelle vecchie case e, poi, demolire queste ultime a mano a mano che si va avanti. Alla fine si avrà un nuovo quartiere con edifici moderni, dotati di spazi di parcheggio e garage, con negozi eleganti e se mai con una linea della metropolitana. I vantaggi sarebbero per tutti.

 

Orari esercizi commerciali. Una volta in Italia i negozi erano soggetti a severi orari di apertura uguali per tutti, era un modo per salvaguardare degli addetti del settore, poi abbiamo copiato il sistema americano con orari liberi. Allora si è visto gente che tiene aperto 12 – 14 ore al giorno, senza riposo settimanale, commessi costretti a stare dietro i banchi di un negozio 12 ore al giorno, casi di sfruttamento e schiavismo, che si vedevano solo in paesi come la Thailandia.

 

Non solo, ma in questo modo la maggior parte dei commercianti fa poche ferie o non le fa affatto, difficilmente passa un’ora di svago al ristorante con la famiglia o frequenta un palestra, semplicemente perché non ha il tempo.

Un peggioramento notevole del tenore di vita dei commercianti, perciò è un sistema che andrebbe evitato. Bisogna fissare un numero di ore giornaliere massimo che possono stare aperti e l’obbligo del risposo settimanale, poi ognuno decide come vuole. Si avrebbero negozi sempre aperti, a turno, però si eviterebbero per gli operatori del settore orari di lavoro inumani.

 

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LE SOCIETÀ di SERVIZI

Public utilities

Il termine inglese “public utilities”, entrato da poco tempo anche nella nostra terminologia, indica i servizi pubblici essenziali per la vita della collettività come la fornitura di elettricità o di gas, l’approvvigionamento idrico, le telecomunicazioni ecc.. Sono un aspetto importantissimo della vita economica di una nazione in quanto costituiscono il nucleo “principale” delle infrastrutture di ogni paese che vuol definirsi moderno. Ma veniamo alle problematiche primarie.

 

UNA GIUNGLA di SOCIETÀ

La prima questione, può sembrare strano, è proprio quella di individuare con sicurezza quali sono le società di servizio. In Italia esistono migliaia di aziende e di consorzi controllati da Comuni, Regioni e Province: operano in settori tradizionali come energia, trasporti e rifiuti, ma gestiscono anche stabilimenti balneari o termali, centri di analisi sensoriali, addestramento cavalli, producono e commerciano ceramiche (La Repubblica 22/1/2008). Arroccate in piccoli e grandi monopoli, hanno resistito per decenni ad ogni riforma e tentativo di privatizzazione, per un motivo semplice: perché sono dei carrozzoni clientelari, capaci di erogare fondi sotto le elezioni e di essere serbatoi di voti (si pensi che i rappresentanti pubblici nei consigli di amministrazione nel 2007 erano quasi 20.000 per un trattamento economico costato, sempre nello stesso anno, quasi 124 miliardi di euro), ma i loro bilanci, quasi sempre in rosso continuano ad essere ripianati con i soldi pubblici.

 

Classificazione. A nostro parere le public utilities sono quelle che forniscono un servizio alle nostre abitazioni. Per noi sono solo sette:

1 – Fornitura di energia elettrica 2 – Fornitura di acqua potabile 3 – Distribuzione di Gas di città – 4 Telefonia fissa e mobile 5 – Poste e telecomunicazioni. 6 – Stazioni televisive 7 – Raccolta di rifiuti solidi urbani.

 

Poi, ci sono le “società di servizi nel settore trasporti”, ossia i mezzi di trasporti collettivi che permettono la libera circolazione di merci e di persone sul territorio nazionale. Esse sono: 1 – Ferrovie 2 – Autostrade e strade nazionali e locali. 3 – Aeroporti 4 – Porti marittimi o fluviali. 5 – Trasporti pubblici, urbani ed extraurbani di solito tramite autobus o metro. 6 – Traghetti per le isole.

 

In ultimo, ci sono “le società di servizi locali”, cioè forniscono quei servizi che nel nostro paese di solito sono forniti dai comuni, come assistenza agli anziani, la gestione di parcheggi, manutenzione di strade, di giardini e così via. Non parleremo di questi ultimi perché nel nostro modello sono di competenza dei comuni o di altri enti locali.

 

Le altre società municipalizzate andrebbero tutte privatizzate; come abbiamo detto in precedenza gli enti locali non si dovrebbero occupare di attività imprenditoriali.

 

Agenzia di controllo public utilities. Il governo deve creare un’agenzia nazionale che vigili sulle società dei servizi, questo sia per tutelare i consumatori: qualità dei servizi offerti, scoraggiare disservizi e comportamenti truffaldini (ad es., registrino consumi superiori a quelli effettivi, rendano difficile il passaggio ad altre compagnie per chi vuole cambiare ecc.), sia per tutelare i lavoratori di queste società (evitare che non paghino adeguatamente i dipendenti, ricorrano a contratti precari o a cottimo ecc.).

 

PUBBLICHE O PRIVATE?

Le public utilities possono essere: pubbliche, private o miste. Come vedremo nessuna delle tre è la soluzione ideale.

Vediamo vantaggi e svantaggi di ognuna di queste tre soluzioni.

 

    Società pubbliche. Per il passato in quasi tutti i paesi occidentali erano di proprietà pubblica o soggette a un forte controllo governativo. Tale situazione è, però, mutata nel corso degli anni Ottanta, a seguito delle politiche di privatizzazione. Oggigiorno permane la tendenza generale a passare a privati la gestione di queste società, cercando altresì di creare un regime di libera concorrenza. Si ha poca fiducia nello Stato come imprenditore e nella sua capacità di dirigere in modo efficiente un’azienda, sia pure di servizi. La proprietà pubblica delle public utilities, perciò, oggi è vista dagli economisti come una soluzione inefficiente, causa di sprechi e disservizi.

Le società municipalizzate, totalmente in mano pubbliche, presentano tutti gli inconvenienti più volte denunciati: scarsa produttività, forte influenza dei politici nelle nomine dei consigli di amministrazione, assunzioni clientelari, organici gonfiati, favoritismi negli appalti ecc., il che, quasi sempre, si traduceva in cattiva qualità dei servizi e conti sempre in rosso. Per questo motivo gli enti locali erano chiamati ad intervenire, quasi tutti gli anni, per risanare i loro debiti.

Il vantaggio di aziende controllate totalmente dallo stato, invece, era uno solo: prezzi dei servizi stabiliti dagli enti pubblici, ciò si è tradotto, quasi sempre, almeno nel passato, in prezzi bassi. È vero ogni tanto gli utenti erano costretti a combattere contro una di queste società per qualche problema, ad es. passava molto tempo prima che effettuassero una riparazione, ma tutto sommato funzionavano meglio di quanto si vuol far credere oggi. Non sono mancati neanche i casi di società municipalizzate ben organizzate, con ai vertici funzionari capaci, seriamente interessati al bene comune che svolgevano bene il loro compito. Tuttora nel Nord Italia continuano ad esistere efficienti aziende di servizi pubbliche. Non sempre pubblico significa inefficienza, anche se è così la maggior parte delle volte.

 

Società private. L’economicità e l’efficienza del servizio dovrebbero essere i principali vantaggi di questo sistema. Nessuno infatti, è bravo a gestire un’azienda come gli imprenditori privati, questo però in condizioni di libero mercato. Le difficoltà, purtroppo nascono quando si va tradurre in pratica questa intenzione in quanto, nel settore dei servizi, spesso è quasi impossibile creare condizioni di concorrenza. Prendiamo il caso delle ferrovie, costruiamo tre linee ferrate così ognuno viaggia con la compagnia che ritiene più conveniente? E per la fornitura di acqua potabile, costruiamo tre acquedotti così ogni utente si serve da una società diversa? In effetti, non sbagliano coloro che sostengono che le public utilities sono dei monopoli naturali e per questo privatizzarle non è la soluzione ottimale.

 

Le società dei servizi in mano ai privati, infatti, nella pratica hanno dimostrato di avere notevoli difetti, che sono:

Tariffe più alte. Essendo aziende private chiaramente mirano al massimo profitto, il che si traduce in tariffe più alte, in quanto quasi sempre operano in regime di monopolio. L’unica alternativa che ha l’utente che non vuole pagare circa 15 euro per andare in autostrada da Napoli fino a Roma, è quella di percorrere le strade statali con il traffico che c’è e i limiti di velocità di 50 km/h persino sulle superstrade. Il leader della CISL Bonanno denunciava sul Corriere della Sera (8/5/2006) che quando andava a casa in Abruzzo, spendeva più di pedaggio che di benzina. Lo stesso leader dichiarò a un giornalista del Corriere della Sera: “Ci avevano detto che le privatizzazioni sarebbero andate a vantaggio dei cittadini. È invece successo il contrario. La cessione di autostrade ha creato un grande monopolio per alcuni privati che non hanno nemmeno rispettato gli impegni sugli investimenti. Per giunta, vedendosi riconoscere aumenti tariffari continui e ingiustificati a fronte di un enorme aumento del traffico.”

Da molti imprenditori le società di servizi sono ritenute il business ideale: alti profitti, nessuna concorrenza, non c’è la necessità di garantire la qualità dei servizi, hanno un parco clienti già consolidato e la domanda dei servizi è poco elastica, in pratica tutte le famiglie hanno bisogno di gas, acqua ed elettricità. Tant’è vero che queste società hanno attirato subito l’attenzione degli investitori stranieri, che in Italia ne hanno comprate diverse.

Inoltre, le public utilities in mano ai privati:

– Fanno investimenti solo a breve termine, ad esempio nessuna società privata si sogna di rifare tratti delle tubature di un acquedotto, che perdono acqua. Si ripara alla meglio e si va avanti alla giornata.

– Spesso utilizzano la metà del personale che sarebbe necessario, per risparmiare sulle spese di gestione, costringendo i propri dipendenti a orari massacranti e ritmi di lavoro elevati. Non di rado ricorrono al lavoro precario. Le Poste Italiane nel 2005 persero una causa contro i portalettere, il cui contratto veniva rinnovato ogni tre mesi e fu costretta ad assumerli a tempo indeterminato.

– Pagano male i dipendenti. La Telecom, una grande multinazionale della telefonia fissa, pagava (i dati sono del 2005) le signorine che rispondevano al call center poco più 6 euro all’ora. Persino le collaboratrici domestiche straniere prendevano di più.

– Fanno lobbying e influenzano le scelte politiche a loro favore. In effetti, spesso si crea un connubio tra politici e queste società. Sentite cosa scrive a proposito il Corriere della Sera del 8/5/2006: “Il rischio più grande è che le privatizzazioni siano fatte per costituire un vero e proprio presidio di potere tra alcune imprese e alcuni leader politici. Non per creare concorrenza e aumentare l’efficienza del paese, quindi, ma per influenzare i corsi politici”. Citiamo un caso per tutti: la Società Autostrade nella campagna elettorale del 2006 deliberò un finanziamento a favore di tutti partiti (ovviamente per assicurarsi “condizioni favorevoli” chiunque vincesse le elezioni).

 

LE SOCIETÀ MISTE. È la strada che si è intrapreso in Italia negli ultimi anni. L’idea era quella di coinvolgere i privati nella gestione di queste società, soprattutto per attirare capitali freschi (indispensabili per rinnovare certe strutture) e per avere una migliore organizzazione del servizio. Si pensi, ad esempio, alla rete idrica di molti comuni che perdeva (e perde tuttora) per strada più della metà dell’acqua che trasportava. Lo scopo era anche quello di abbassare le tariffe e ottenere così un migliore rapporto qualità prezzo.

Questo è ciò che era nelle intenzioni o che si è voluto fare credere ai cittadini, mentre le società miste sono l’uovo di colombo, l’invenzione degli amministratori locali per avere le mani libere nei loro giochi politici e clientelari, senza il rischio di finire sotto il mirino della magistratura. Le società miste, infatti, sono private e perciò possono assumere liberamente, operare come e quando vogliono. Oggi chi controlla le società miste in una grande città ha buone possibilità di essere eletto sindaco e “un parco clienti” abbastanza ampio per candidarsi con successo alle elezioni provinciali o regionali, persino a quelle Parlamentari.

È un brillante “invenzione” per aggirare le incognite dei concorsi pubblici e liberarsi dai limiti imposti da norme e regolamenti. La Regione Campania nel 2006 aveva ben 37 società partecipate, spesso dei paradossi dal punto della struttura societaria. Ad esempio, l’Imast (il distretto hitech di Portici) aveva un rapporto amministratori dipendenti unico al mondo, da Guinness dei primati: 27 consiglieri di amministrazione e un solo dipendente (Panorama 9/11/2006). In effetti, le società miste si sono rivelate enormi carrozzoni clientelari, inefficienti e spreconi.

Si è raggiunto almeno l’obiettivo di ottenere una maggiore economicità nella gestione o quindi di abbassare le tariffe? Neanche per sogno, i cittadini di Arezzo subito dopo la privatizzazione della società per la fornitura dell’acqua potabile si ritrovarono un aumento delle tariffe quasi del 300%. Aumenti un po’ inferiori ci sono stati un po’ dappertutto. Da una ricerca riportata dal giornale “La Repubblica” del 17/1/2006, il costo dell’acqua in Italia in 5 anni era cresciuto mediamente del 23%, mentre quello dei servizi idrici integrati (che comprendono diverse voci, dall’acquedotto alla depurazione o al nolo contatore) nell’ultimo anno era salito ben del 5%, più del doppio dell’inflazione, con punte del 40% a Macerata e a Terni. Il servizio può avere, infatti, costi anche tre volte superiori rispetto a un’altra provincia e più che doppi tra province, nell’ambito di una stessa Regione.

 

Il motivo di questi aumenti è piuttosto semplice: perché essendo privati ci vogliono guadagnare. Per questo le public utilities italiane fanno molto gola agli stranieri (ogni tanto si legge sui giornali che qualcuna di queste società è finita nelle mani di multinazionali straniere, spesso francesi) o perché le aziende del gas o dell’energia elettrica sono ritenute in borsa i titoli più sicuri.

In conclusione, le società miste hanno dimostrato di avere gli stessi difetti delle società pubbliche, con in più il difetto che fanno pagare tariffe più care. Inoltre, si sono rivelate molto permeabili al clientelismo e alla corruzione. In effetti, oggi, nella maggior parte delle volte, sono in mano a imprenditori privati, a volte a veri e propri “boss locali” (se non a mafiosi), legati a doppio filo con i politici, che decidono su ogni cosa dalle assunzioni ai lavori da fare. Tanto valeva tenersi le vecchie società municipalizzate.

 

LA SOLUZIONE

Se nessuna delle tre è la soluzione giusta, allora a chi bisogna affidare la gestione di queste società? Non esiste un’unica risposta a questo quesito, ma diverse. L’esperienza di questo ultimo mezzo secolo ci ha insegnato una cosa incontestabile: in ogni settore in cui è relativamente facile creare delle condizioni di libero mercato, la privatizzazione è la soluzione ideale. Sarà la concorrenza tra gli operatori a tenere bassi i prezzi e a migliorare la qualità dei servizi. Ecco i settori dove è relativamente facile privatizzare:

 

La telefonia mobile. Dato che possono coesistere benissimo più compagnie telefoniche, è sciocco pensare a società pubbliche o a società miste, perciò è bene lasciarle in mano a compagnie private in regime di libera concorrenza. L’unica cosa da fare è assicurare un’attenta opera di vigilanza della commissione antitrust, per evitare che si formino cartelli. Non ci sono grossi problemi neanche per la telefonia fissa, è un settore che si può tranquillamente privatizzare in quanto l’utente ha l’alternativa: si compra un cellulare e telefona quando vuole. Ormai i costi non differiscono molto.

 

I canali televisivi. Anche per quanto riguarda le televisioni è facile stabilire delle condizioni di libero mercato, perciò non ha senso mantenere canali pubblici come la RAI in Italia, con il canone che tutti gli anni aumenta. Si assegnano le frequenze televisive a diverse aziende, oggi con il digitale terrestre i canali possono essere tantissimi, poi, ognuno si autofinanzia con la pubblicità. L’unica cosa è limitare lo spazio orario (non più di 6 minuti all’ora) che essi possono dedicare alla pubblicità per evitare che “sommergano” il telespettatore con un mare di spot commerciali.

 

    I servizi postali. Dato che possono coesistere benissimo varie aziende che recapitano lettere e pacchi, non c’è alcun motivo per lasciare il monopolio a un’unica società, in Italia le “Poste Italiane”. L’importante è che si crei una situazione di mercato con varie aziende, almeno 2 – 3 soggetti, che si facciano concorrenza tra di loro.

 

La produzione di energia elettrica È una strada percorribile anche in questo settore, anche se con certe precauzioni. Varie società private, in concorrenza tra di loro, producono energia elettrica che, poi, vendono a una società di distribuzione (ne parleremo più avanti).

 

    COME PRIVATIZZARE. Alle critiche e ai cattivi esempi di privatizzazioni che si porta loro, i neoliberisti rispondono che la questione non è se privatizzare o non, ma come si privatizza. Tutti i giorni abbiamo esempi di privatizzazioni condotte male dai governi. A volte si svendono le società dei servizi a prezzi troppo bassi (è stato il caso delle autostrade in Italia), altre volte i politici manovrano per favorire i loro “amici” nell’acquisizione, altre volte privatizzano le società, ma si guardano bene dal creare un mercato. È il caso delle “poste italiane”, era giusto imboccare la strada della privatizzazione, ma si doveva favorire la nascita di una seconda società che svolgesse gli stessi compiti, da mettere in concorrenza. L’argomento è davvero molto vasto, per questo motivo, senza pretendere di essere esaurienti, riportiamo alcune delle misure da adottare se si vuole privatizzare una public utilities.

 

Regole per privatizzare. Non è semplice privatizzare una società di servizi, ecco le regole principali che bisognerebbe tenere presenti:

1 – Controllare la solidità economica delle società che partecipano alle gare d’appalto, in modo che non apra, truffi un po’ di gente e poi chiuda. Non deve accadere che ogni giorno, con giochi di finanza, nascano nuove compagnie e ne falliscono altre. Sono tutte cose negative per l’utenza. Per questo, prima di dare la licenza di operare a nuova società, bisogna chiedere precise garanzie di solidità economica.

 

2 – Obbligare la società di servizi a mantenere la sua sede amministrativa e i suoi uffici in Italia. Non deve accadere che, per abbassare i costi, una società di servizi metta il suo call center in India o stabilisca la sua sede legale in Olanda, così ogni vertenza legale con l’utenza vada svolta in quella città.

 

3 – Obbligare le società ad aprire degli uffici pubblici periferici in quasi tutte le province o le regioni in cui la società ha un certo numero di clienti. Non si deve verificare che un utente del sud deve andare a Milano per protestare per un disservizio o, addirittura, che deve combattere contro una segreteria telefonica, cioè chiamare vari numeri senza riuscire mai a parlare con qualcuno.

 

4 – Sanzionare severamente e rapidamente le società che si rendono responsabili di disservizi e di inadempienze. Nei casi più gravi se la compagnia continua “a comportarsi male”, bisogna toglierle la licenza di operare.

 

5 – Stabilire precise regole per il subappalto. Non deve essere permesso alla società di passare gran parte del lavoro ad altre società, che operano al limite della legalità, ad esempio utilizzano personale in nero, sottopagando i lavoratori ecc.. Vedi regole per il subappalto indicate nel capitolo: ministero delle infrastrutture.

 

6 – Indicare le retribuzioni a cui hanno diritto gli operatori del settore. Non deve essere possibile che le compagnie telefoniche paghino 5 euro all’ora gli operatori del call center (o che guadagnino solo se fanno nuovi contratti) o che quelle del gas diano 3 cent. a lettura, a coloro che passano per le casa a rilevare i consumi. In altre parole devono essere costrette ad assumere con contratti a tempo indeterminato, in cui sono ben specificati orari, ferie e retribuzioni.

 

IL RITORNO ALLE SOCIETÀ PUBBLICHE

Non in tutti i settori, purtroppo, è facile creare un mercato. È quasi impossibile stabilire una condizione di libera concorrenza in alcuni servizi pubblici come nella distribuzione dell’energia elettrica e la fornitura di acqua potabile. Che facciamo, mettiamo tre rubinetti in ogni casa, così ognuno sceglie la società da cui rifornirsi?

La distribuzione dell’energia elettrica, la fornitura di acqua potabile, la distribuzione di Gas di città o le autostrade sono quattro monopoli naturali, quindi la strada della privatizzazione non è percorribile. Vediamo le soluzioni percorribili in questi casi.

 

L’ACQUA POTABILE

L’acqua è vita, non è solo uno slogan, perché è uno degli elementi indispensabili per l’uomo. È un settore delicato, non semplice da gestire. Negli ultimi decenni del XX secolo è prevalsa in tutto il mondo la tendenza a privatizzare il servizio. Si riteneva che lo Stato non fosse in grado di gestire in modo efficiente queste società di servizio e che fosse meglio affidarle a privati, quasi sempre delle multinazionali. In Francia, ad es., più del 70% degli acquedotti pubblici sono gestiti da grosse società, ed è lo stesso in molti altri paesi, compreso l’Italia, dove l’ultimo governo ha intrapreso questa strada (fermata però da un referendum).

L’esperienza purtroppo ci ha insegnato che privatizzare un servizio essenziale come quello dell’acqua non è la soluzione ideale in quanto presenta molti più svantaggi di quanto si potesse credere all’inizio. Ecco che cosa emerge dalle esperienze di altri paesi europei, in particolare della Francia.

Per primo, le gare per l’affidamento della gestione degli acquedotti urbani spesso sono solo formali. Ad esempio, in Italia alcune di queste società si sono messe d’accordo e si sono divise la torta, senza farsi in alcun modo concorrenza tra di loro. Non raramente alla gara ha partecipato una sola società che avesse le credenziali giuste e quando manca la concorrenza, il mercato scompare ed entrano in gioco gli interessi privati.

In secondo luogo, le società private tendono a spendere il minimo possibile per la gestione dell’acquedotto, fanno solo i lavori di manutenzione ordinaria, spesso solo quelli esterni e poco costosi per dare l’impressione di efficienza, ma, ad esempio, non sostituiscono le tubature che perdono, in quanto non è conveniente farlo. Se sono addette alla depurazione delle acque sostituiscono i filtri soltanto quanto sono costretti e non quando sarebbe necessario, tanto far rifluire in un fiume acqua sporca per essi non è un problema.

Per terzo, non investono per i miglioramenti, soprattutto per la ricerca o per le grandi infrastrutture. A una società privata non conviene cambiare delle pompe che prelevano acqua dal sottosuolo, costruire nuove vasche per filtrare l’acqua con il carbone attivo ecc., in parole povere si limitano, sempre per massimizzare profitti, a fare il minimo.

Quarto, tendono ad aumentare le tariffe ogni anno, spesso ricorrendo a metodi clientelari o offrendo tangenti ai politici. Ad esempio, fanno credere di aver dovuto sostenere delle spese straordinarie per migliorare il servizio, senza che ciò sia vero. Se si intende privatizzare il servizio, bisogna almeno che siano gli enti locali ad approvare, per giustificati motivi, l’aumento delle tariffe.

Quinto, i controlli sulla qualità dell’acqua spesso sono scarsi e insufficienti. Gli enti pubblici non di rado non controllano adeguatamente, inoltre le società tendono a corrompere i funzionari. Di frequente in Francia sono stati i cittadini, attraverso dei comitati, a protestare per ottenere un miglioramento.

 

    Ritorno al pubblico. Tutti questi problemi hanno convinto molti governanti a fare marcia indietro e ad invocare un ritorno alla gestione pubblica degli acquedotti. Si è intrapresa questa strada persino negli Stati Uniti, la patria del liberalismo, e in Francia la patria delle multinazionali delle acque. Ad esempio, l’acquedotto di Parigi dopo essere stato gestito per moltissimi anni da tre società private è tornato nel 2006 nelle mani del Comune.

I risultati non si sono fatti attendere: tariffe più basse e miglioramento della qualità del servizio. Anche l’acquedotto di Milano è gestito dal dopoguerra da una società pubblica e nella capitale lombarda fino a qualche anno fa le tariffe erano tra le più basse d’Italia. Non solo, ma la qualità dell’acqua e del servizio erano tra le migliori in tutto il paese.

In ultimo, facciamo presente, che l’acqua è una materia prima a costo zero, cioè si preleva dalle sorgenti o dal sottosuolo, a volte dai fiumi, e che il nostro paese, tranne alcune zone, è molto ricco d’acqua, anzi sembra che negli ultimi anni la piovosità sia aumentata. Per questo motivo, se il servizio è gestito bene, l’acqua dovrebbe costare davvero poco.

In conclusione, l’idea di un ritorno alla gestione pubblica degli acquedotti, seppure con maggiori controlli e nuove regole, è la strada da percorrere. Non si può lasciare nelle mani di privati, spesso avidi e senza scrupoli, un bene vitale come l’acqua. I comuni dovrebbero nominare un assessore addetto a questo settore assegnandogli ampi poteri e rendere pubblico il suo nome così i cittadini, nel caso di disservizi, saprebbero con chi prendersela e dove andare a protestare (principio della responsabilità).

 

LE NUOVE PROPOSTE. Un ritorno alla proprietà pubblica, però, non è l’unica strada percorribile. Esistono anche altre possibilità, in questa sede ne indichiamo due: “le aziende ad amministrazione diretta” e “le società pubbliche a gestione privata”.

Vediamo di che cosa si tratta.

 

Le aziende ad amministrazione diretta. È una denominazione ideata per indicare una società pubblica gestite dagli stessi utenti. In altre parole, pur restando pubbliche, vengono sottratte al controllo degli enti locali e dei politici per essere guidate da un consiglio di amministrazione eletto direttamente dagli stessi utenti.

 

Le cose funzionerebbero così. Ogni due o tre anni, insieme alla bolletta arriverebbe anche una scheda elettorale (ogni titolare di utenza ha diritto a un voto). La votazione si può svolgere sia organizzando un seggio elettorale in ogni quartiere o si vota per posta o via internet utilizzando i moderni sistemi di identificazione. Il candidato che prende più voti diventa il presidente della società, con ampi poteri di gestione. Se gli utenti scelgono le persone sbagliate o votano per clientelismo, pagheranno tariffe più care e avranno un pessimo servizio. Per questo motivo saranno motivate a votare per la persona giusta.

 

Una variante di questo sistema è “l’elezione della società”. Gli enti locali selezionano tutte le società che hanno i requisiti per gestire un determinato servizio, ad esempio l’acquedotto, poi si vota; così sarà l’utente stesso a scegliere da quale società vuole fare gestire l’acquedotto. Dato che le elezioni si svolgeranno ogni quattro anni, la gente si guarderà bene dal votare una società che ha aumentato spesso le tariffe o se il servizio non funziona bene. Chiaramente le infrastrutture e gli immobili della “società acquedotto” restano del comune, solo la gestione passa ad imprese esterne.

 

Le società a gestione privata. È un tipo di contratto già esistente nel settore privato. Immaginate di avere una farmacia e di non volerla gestire più direttamente per limiti d’età, né di volerla vendere o affittare. In questo caso la soluzione migliore è quella di nominare un manager e dargliela in gestione. La proprietà resta vostra, percepite gran parte dei profitti e in più conservate il diritto di supervisione. Abbiamo pensato a una soluzione simile per certi servizi. Per non tenerci sul vago, illustriamo il tutto con un esempio pratico.

Facciamo il caso che un Comune di 100.000 abitanti ha il problema della gestione della società dei trasporti urbani (quella che si occupa degli autobus di superficie, per intenderci). Si convoca una conferenza stampa con cui si rendono pubbliche le proprie intenzioni e si invita le persone interessate a formare delle società, in modo da presentare, poi, un’offerta alla gara d’appalto.

I termini del contratto sono questi: tutti gli immobili della vecchia azienda dei trasporti, i beni mobili, il parco macchine e le attrezzature, restano di proprietà pubblica (ma cedute in comodato di uso gratuito). Per questo motivo la società che vincerà la gara non potrà venderne nessuno, né autobus, né macchine. Tutti i beni mobili quando diventano vecchi e inservibili, perciò dovranno essere riconsegnati agli addetti del comune, che provvederanno a rottamarli o a portarli in discarica.

La società di gestione, per quanto riguarda l’aspetto economico, incasserà totalmente il prezzo dei biglietti, ma dovrà pagare i dipendenti, provvedere alla manutenzione delle macchine esistenti e organizzare le varie linee di trasporti urbani, non solo secondo principi di economicità, ma anche sociali (ad esempio deve garantire un minimo di servizio anche alle zone più isolate). Come ulteriore limitazione la società, anche se privata e indipendente, deve essere sempre soggetta ai controlli del comune, che se trova delle gravi irregolarità nei bilanci, può denunciarle alla magistratura. In effetti, chi vince la gara di appalto non può fare quello che vuole, ma è soggetta alla supervisione dell’ente appaltatore.

 

Le tariffe. Devono essere stabilite in base ai costi di produzione, non a quelli di mercato, perché quasi sempre si tratta di società in regime di monopolio. Non solo, ma deve essere la pubblica amministrazione (lo stato o gli enti locali), ad autorizzare qualsiasi aumento. In pratica lo possono fare solo se dimostrano che c’è stato un aumento dei costi, ad esempio se è aumentato di molto il prezzo della benzina.

 

IL GAS di CITTÀ

La distribuzione del gas in città tramite un gasdotto è da ritenersi senz’altro un monopolio naturale. Il gasdotto è unico ed anche se ad esigere le bollette sono varie società, che cambiano da città a città, è difficile poter ipotizzare una situazione di libero mercato.

 

È vero, che in effetti si tratta di concorrenza monopolista, in quanto in molte zone il gas è distribuito in bombole, da comprare il negozio, però è una possibilità più teorica che pratica. Dove esiste una rete di distribuzione non è ipotizzabile servirsi delle bombole, perché quest’ultimo modo di distribuzione presenta svantaggi molto gravi: il trasporto è difficoltoso, in quanto le bombole sono pesanti e pericolose. In secondo luogo essendoci molti passaggi intermedi, dal produttore al consumatore, dato che ognuno ci vuole guadagnare, il prezzo lievita sensibilmente.

Per il consumatore, inoltre, c’è il grave problema che la bombola può finire in qualsiasi momento, ad esempio durante il pranzo o in un giorno festivo, quando i negozi sono chiusi. Il che induce molti a costruirsi una riserva, ma mantenere in casa bombole di gas propano piene è piuttosto pericoloso, in caso di incendio si trasformano in vere e proprie bombe.

 

La soluzione più valida è una di quelle che abbiamo viste sopra: le aziende ad amministrazione diretta, con i dirigenti eletti direttamente dagli utenti; una società a gestione privata, con una gara di appalto svolta dal comune. In alternativa, il comune seleziona tutte le società che hanno i requisiti per poter fornire in modo efficiente questo servizio, saranno poi gli utenti a scegliere, con una votazione ogni quattro anni.

 

LA RACCOLTA DEI RIFIUTI SOLIDI

Questo servizio in Italia è svolto dalle società miste o dalle municipalizzate, con tutti i difetti che questa soluzione presenta: tariffe alte, sprechi, inefficienze, inefficienze, cattiva qualità del servizio ecc.. In questo settore esistono alternative più valide. Vediamole.

 

Società private. Non tutti sanno che il servizio di raccolta dei rifiuti può essere privatizzato senza eccessivi problemi. Ecco come fare: si formano 3 – 4 società, ad esempio una verde, una gialla, una rossa ecc., poi ogni cittadino si abbona con una di esse. Chiaramente l’abbonamento è obbligatorio e sostituisce l’attuale tassa di raccolta di rifiuti. La società è tenuta a fornire i sacchetti dove mettere i rifiuti solidi, sacchetti che avranno a seconda della società un colore diverso: verde, giallo, rosso ecc, e comunica ai propri abbonati i giorni in cui ritira l’umido, quelli in cui ritira la carta, la plastica ecc..

I cittadini lasciano fuori dal portone la sera i sacchetti dei rifiuti, durante la notte passano gli addetti di quella società e ritirano i propri sacchetti, ad esempio ritirano i sacchetti verdi. Si creerà la concorrenza perché ogni società può applicare tariffe diverse per incrementare il numero dei propri abbonati. Il comune, poi, controlla che il servizio sia svolto bene e se nota infrazioni, ad esempio sacchetti della società rossa lasciati in strada fino al giorno seguente, applica forti multe alle società.

Le quote dovrebbero essere molto più basse di quanto si paga ora, perché le società organizzate dai privati sono più efficienti e produttive. Comunque, il segreto per tenere basse queste tariffe è quello di far pagare a tutti, compreso i proprietari di immobili non abitati (se mai applicando una riduzione della tariffa), in quanto anche se nessuno vive nell’appartamento comunque si fornisce loro un servizio, cioè c’è qualcuno che ritira i rifiuti.

 

Le società a gestione privata. In questo caso il Comune indice una gara d’appalto per affidare a una società la raccolta dei rifiuti. Se il territorio è troppo grande, ad esempio per le città che superano i 100.000 abitanti, si divide in zone, per ognuna delle quali si fa una gara d’appalto.

La società che si offre di raccogliere i rifiuti solidi urbani al prezzo inferiore, vince la gara. Queste società devono provvedere a tutto: automezzi, auto compattatori, personale ecc., tranne il sito per lo stoccaggio. Il comune, però, deve conservare una funzione di supervisione, ad esempio verificare che queste società non utilizzino lavoratori in nero, che paghino il personale secondo legge, che siano rispettate le norme di sicurezza ecc., e che il servizio di raccolta sia effettuato bene, cioè le strade siano pulite. Nel caso verificano delle inadempienze possono applicare delle multe.

  

————————— LE SOCIETÀ DEI SERVIZI NEI TRASPORTI ————————-

 

LE AUTOSTRADE

È un altro settore impossibile da privatizzare, in quanto costituisce un monopolio naturale. In Italia, fa rabbia vedere le autostrade, in grandissima parte costruite con i soldi dei contribuenti, finite in mano private, che ogni anno aumentano le tariffe e non migliorano affatto la qualità del servizio. Sono per i gestori una vera miniera d’oro.

Gli inconvenienti sono gli stessi visti per l’acqua: la società che li gestisce spende il minimo per la manutenzione o per i lavori, spesso gonfia le spese per far credere che sono aumentati i costi, ricorre al clientelismo e alla corruzione per ottenere ogni anno aumenti, spesso senza giustificati motivi. Sono considerate il miglior business di questo secolo.

Una volta costruite, la manutenzione, se fatta nei modi e nei tempi giusti, costa molto poco rispetto agli enormi introiti che si incassano con i pedaggi (a cui bisogna aggiungere le royalities che incassano con gli autogrill e i distributori di benzina). Inoltre è un settore facile da automatizzare, in quanto il personale ai caselli può essere ridotto al minimo, ricorrendo alle macchinette o introducendo carte di credito prepagate. Se passassero nelle mani pubbliche e fossero gestite nel modo giusto, potrebbero costituire una entrata così consistente per le casse dello Stato, che consentirebbe di ridurre sensibilmente la pressione fiscale.

 

Per tutti questi motivi crediamo che siano fondate le ragioni di chi sostiene che le autostrade devono tornare nelle mani di una società pubblica, controllata direttamente dal governo, anche se con nuove regole. Ad esempio, gli appalti per la manutenzione straordinaria devono essere affidati mediante delle gare, le assunzioni del personale devono essere effettuate attraverso concorsi pubblici e così via.

 

LE FERROVIE

Sono un altro monopolio naturale. In questo settore è difficile costituire una situazione di mercato, in quanto non si possono costruire tre strade ferrate e affidare ognuna a società diverse, in modo da metterle in concorrenza tra di loro. Le cose, però, a differenza degli altri settori stanno un po’ meglio, per due motivi.

Per primo, si tratta di un monopolio imperfetto (concorrenza monopolista), in quanto subiscono la forte concorrenza di aerei, di autobus privati e del trasporto privato. In fondo, se il treno costa troppo, posso sempre decidere di prendere la macchina o l’autobus.

Per secondo, è un settore dove, al contrario di quanto si può credere, non è difficile da privatizzare. Si sta già cominciando a fare in Italia, infatti fra poco avremo in circolazione i primi treni privati. Ecco come si procede: si divide la rete ferroviaria in varie tratte; ad esempio la tratta Roma – Milano, la tratta Venezia – Torino, Udine – Venezia ecc.. Poi si concede la licenza di circolare con propri treni a due o tre società private. I passeggeri possono scegliere, perciò, la compagnia con cui viaggiare, a seconda dei prezzi e del servizio offerto.

 

La manutenzione della linea ferroviaria, cioè dei binari, poi è assegnata a un’altra società, scelta dalle stesse società che gestiscono le varie tratte (in parole povere dalle “proprietarie” dei treni). Il tutto sotto il controllo pubblico, che deve intervenire soltanto in caso di necessità, ad es. in caso di fallimento o di gravi disservizi. La cosa importante è che i bilanci delle società private non siano pareggiati sistematicamente con i soldi pubblici. Una volta affidata loro la gestione devono cavarsela con i propri mezzi.

 

GLI AEROPORTI

In Spagna una sola società (l’AENA) gestisce e pianifica tutti gli altri aeroporti e non permette che si costruisca un aeroporto se ce n’è un altro troppo vicino, cioè a meno di 60 KM. Nel nostro paese ogni aeroporto fa concorrenza a quello vicino, con l’impostazione: “vinca il migliore”. È il caso dell’Emilia-Romagna dove a distanza di 50 km l’uno dall’altro esistono ben tre aeroporti. Peccato che i buchi di gestione siano, poi, regolarmente appianati da fondi pubblici e che anche l’aeroporto peggiore non muore mai. In Spagna, invece, il ministero non appiana nessun buco di bilancio perché la Aena è in attivo.

Il sistema italiano di lasciare in mano agli amministratori locali l’iniziativa di aprire nuovi aeroporti è fonte di sprechi, corruzione e clientelismo, in quanto ognuno cerca di portare avanti il suo progetto (per poi piazzare i propri uomini nelle società miste, nei consorzi, nelle cooperative ecc. che ruotano intorno alla struttura). In effetti anche le piccole città aspirano ad avere un aeroporto, quasi sempre senza avere un’utenza abbastanza numerosa per sperare che l’operazione porti utili. Quanti passeggeri possono viaggiare in aereo se si tratta di una città di meno di 100.000 abitanti? Sicuramente non avrà abbastanza clienti per coprire le enormi spese annuali che la gestione di un aeroporto comporta. In Italia sono gli enti locali a coprire la differenza, scaricando tutto sul contribuente. È uno dei motivi per cui l’imposizione fiscale è così alta.

Inoltre aprire un aeroporto non è sufficiente per convincere le compagnie aeree ad atterrarci e quasi sempre per farlo chiedono soldi. Il risultato è che la maggior parte degli aeroporti nel nostro paese hanno i bilanci in rosso e ogni anno assorbono una montagna di denaro pubblico per continuare a funzionare.

La strada giusta è quella intrapresa dalla Spagna, bisogna togliere agli enti locali ogni competenza in questo settore. Deve essere il Ministero dei trasporti ad autorizzare l’apertura di nuovi aeroporti e le licenze non devono essere concesse se ne esiste un altro nel giro di 60 km, a meno che non si tratti di grandi aree urbane come Roma o Milano. Anche in questo caso occorre valutare effettivamente se gli aeroporti esistenti sono sufficienti o non.

Per secondo l’unico criterio da tenere presente è il bacino di utenza, in altre parole se il numero potenziale di passeggeri è sufficiente a coprire le enormi spese che la gestione di un aeroporto richiede. Per le località turistiche si può pensare ad aeroporti che funzionino soltanto 4 – 5 mesi all’anno, mentre d’inverno restano chiusi. Il principio da tenere presente è uno solo: le spese di ordinaria amministrazione devono essere coperte con le tasse di imbarco e non col denaro pubblico.

 

I PORTI

In Italia esiste una procedura lunga e farraginosa per affidare la gestione di questi importanti infrastrutture. Gli enti locali e la camera di commercio scelgono una terna che sottopongono al Ministro, che a sua volta propone la sua scelta al governatore della Regione ecc., fino a che non si arriva al Parlamento. Oltre che ci si può impiegare anni per arrivare a un nome condiviso da tutti, la maggior parte delle volte finiscono per dirigere queste importanti infrastrutture politici incompetenti del settore. Ad es. nel 2010 è staro nominato al porto di Cagliari un chirurgo plastico. È un sistema del tutto inadeguato.

La cosa migliore è far gare di appalto per affidare la loro gestione a società private nazionali (per evitare che cadano nelle mani di società straniere). Però occorre vigilare che il personale sia pagato bene e almeno di 60% di esso sia costituito da manodopera locale (ad es. evitando che società cinesi comprino una di queste importanti strutture e assumano solo connazionali).

 

I TRASPORTI PUBBLICI

In Italia il settore dei trasporti pubblici urbani ed extraurbani è nelle mani delle Regioni. Quasi dappertutto si sono creati faraonici piani regionali di trasporto urbano, il risultato è che i bilanci di queste società annualmente devono essere ripianati con i soldi pubblici, non sempre i servizi funzionano bene, quando non succede che autobus regionali viaggiano vuoti o con pochi passeggeri a bordo; altre volte non si controlla che tutti passeggeri paghino il biglietto ecc.. Le disfunzioni sono tante, ma soprattutto sono società che assorbono denaro pubblico, che potrebbe essere utilizzato in modo molto più utile.

 

Le proposte. La soluzione migliore è un ritorno al privato nei trasporti extra urbani (con contributi regionali per rendere conveniente il collegamento con i paesi più piccoli e isolati), mentre per quelli urbani si può adottare la soluzione suggerita nelle pagine precedenti: le società a gestione privata.

Ad ogni modo i trasporti urbani, tramite autobus, non sono difficili da privatizzare. Bisogna ricreare la situazione che c’era in molte città italiane nel dopoguerra o in uso prima della seconda guerra mondiale a New York, quando accanto agli autobus della società ufficiale dei trasporti operavano autobus abusivi, che prendevano 1 dollaro a corsa, cioè meno dell’azienda pubblica. Anche a Napoli per il passato operavano dei furgoni abusivi che facevano concorrenza agli autobus pubblici.

 

Le cose funzionerebbero così: si divide la città in linee, ad es. il numero 64 che fa dalla stazione a piazza Cavour, e si dà il permesso ai due gestori privati per ogni linea di operare. Essi devono provvedere a tutto: autovetture, autisti, manutenzione ecc. ma incassano totalmente il biglietto. Lavorerebbero in perdita?

Non crediamo perché ridurrebbero al massimo le spese. Chiaramente non bisogna far pagare loro tasse, essendo un servizio pubblico prima svolto a carico della comunità (o prevedere addirittura dei contributi regionali). Il prezzo dei biglietti, però, può essere aumentato solo su autorizzazione del comune nel caso che dimostrino che c’è stato un effettivo aumento dei costi.

 

Traghetti per isole. Per le compagnie che svolgono collegamenti con le isole, molto frequentate, non ci sono grossi problemi: è un settore che si può privatizzare tranquillamente. Sarà la concorrenza a tenere bassi i prezzi.

Se, invece, non esiste una utenza abbastanza numerosa per coprire le spese di collegamenti quotidiani o per lo meno frequenti (è il caso delle piccole isole), il sistema migliore è lasciare gestire il servizio a società private ma dare loro un contributo per ogni viaggio (max due al giorno) che il traghetto fa. In questo modo si avrebbe un servizio efficiente (per questo devono essere previsti dei controlli degli enti locali, che affibbierebbero delle multe se notano disfunzioni), ma nello stesso tempo non si peserebbe eccessivamente sui contribuenti.

La cosa da evitare sono i monopoli con i servizi affidati società miste, veriserbatoi di voti clientelari, i cui bilanci sono generosamente e periodicamente ripianati dagli enti locali.

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