7 – LA POLITICA MONETARIA

CAPITOLO VIII

LA POLITICA MONETARIA

Le istituzione proposte alla politica monetaria sono la Banca Centrale e il Ministero del tesoro. Vediamo le loro funzioni e quali sono le problematiche primarie.

Le funzioni della Banca Centrale. In Italia era la Banca d’Italia, con sede centrale a Roma e filiali in tutte le province, ma dopo l’adozione dell’euro, gran parte delle sue funzioni sono passate alla BCE. Noi, come abbiamo dichiarato più volte (non solo in questa pubblicazione), siamo assolutamente contrari alle unioni valutarie, ritenendole una “forzatura” delle leggi naturali dell’economia. Ogni paese deve avere la sua moneta che si deve poter rivalutare o svalutare rispetto alle altre, a seconda di come va la sua economia. Se si vuole fare delle “unioni” occorre prima procedere con l’unione politica ed eleggere un governo centrale, poi si può pensare all’unione monetaria.

I fatti ci danno ragione, non a caso l’euro è l’unico esempio al mondo di unione valutaria e sta causando un disastro economico in tutti i paesi del sud Europa. Se le unioni monetarie fossero state una cosa positiva anche altri paesi, ad iniziare di Usa, Canada e Mexico, l’avrebbero fatte.

Per secondo, come ci insegna la storia dell’economia le unioni valutarie nel passato sono sempre finite male (ci torneremo più avanti, vedi commercio con l’estero). Perciò in questo manuale parleremo di come va impostata una politica monetaria in un paese “normale”, non soggetto alle strette regole che comporta l’adesione a un moneta unica.

 

Banca centrale pubblica. La banca centrale, che è quella che emette moneta e controlla le altre banche, deve essere di proprietà dello stato e non privata come era, ed è ancora oggi, la Banca d’Italia. È l’unico caso che non ammettiamo eccezioni perché il signoraggio deve restare rigorosamente in mane pubbliche e non permettere che certi privati si arricchiscano sfruttando l’ignoranza della gente.

Per essere più chiari l’emissione delle banconote (ma anche delle monete) deve essere compito esclusivo della banca centrale che deve corrispondere alla tipografia solo il costo della stampa e dell’inchiostro. Oggi noi compriamo alla BCE il denaro secondo il valore nominale e ad essi costa solo il prezzo della stampa. È una forma meschina di sciacallaggio e di sfruttamento ai danni della povera gente. Sulle banconote deve essere scritto: ”proprietà del popolo italiano” e non deve essere permesso a nessuno di impossessarsi di questo primario strumento finanziario. In pratica, il denaro circolante deve restare di proprietà pubblica, cioè di tutti.

In questo modo sarà il popolo tutto a godere degli effetti benefici del signoraggio, dato che è stato calcolato che un paese come il nostro potrebbe stampare circa 6 – 7 miliardi di euro all’anno di banconote senza produrre inflazione, il che permetterebbe di abbassare le tasse e alleggerire il debito pubblico. Il Brasile, che negli anni prima del 2.000, per citare un caso, era schiacciato da un enorme debito pubblico, ha risolto il problema “monetizzando” cioè stampando denaro. Molti paesi come gli USA, la Gran Bretagna, il Giappone ecc. sono riusciti a uscire dalla crisi finanziaria del 2008 “stampando denaro” … mentre l’Italia,vincolata dagli accordi europei non ha potuto stampare nemmeno un euro e ha dovuto strangolare il popolo con le tasse. Ma torniamo al nostro argomento.

I compiti della banca centrale sono:

 

1 – Il signoraggio. Con questo strumento la Banca Centrale controlla la liquidità. Friedman e Anna Schwartz hanno descritto l’evidenza empirica sulla relazione tra moneta e produzione negli Stati Uniti nel corso di un secolo. Inoltre interpretarono la grande depressione come il risultato di un fatale errore di politica economica: una riduzione dell’offerta di moneta che provocò una serie di fallimenti bancari che la FED avrebbe potuto compensare aumentando la base monetaria (crisi di liquidità). In effetti una crescita dell’offerta monetaria genera, per lo meno, sul breve periodo, un’espansione economica, con aumento della produzione e perciò dell’occupazione. Friedman sosteneva che una crescita costante della moneta sia fondamentale per sostenere la crescita. Chiaramente non bisogna superare certi limiti per evitare di innescare processi inflattivi (di questo parleremo più avanti).

 

2 – La determinazione del tasso d’interesse ufficiale o tasso di sconto. È quello applicato dalla Banca centrale sui prestiti concessi alle altre banche che si rivolgono a essa per avere denaro liquido. È lo strumento principale per gestire la politica monetaria; è essenziale per controllare l’inflazione, in quanto regola gli interessi richiesti dalle banche per concedere prestiti, quindi i mutui per le case o per gli altri investimenti.

La Banca Centrale lo fissa in base alla situazione economica e a una serie di parametri. Quando c’è pericolo di inflazione lo aumenta, come abbiamo accennato, mentre lo abbassa quando vuole promuovere sviluppo e rilanciare l’economia. Gli imprenditori in quest’ultimo caso, di fatti, pagano meno caro il denaro in banca e quindi sono più invogliati a investire.

È un fattore fondamentale, però, è un grave errore sopravvalutarne l’importanza. Variando il tasso di sconto, infatti, si riesce a incidere sul sistema fino a un certo punto. Ad esempio, in determinate condizioni, può succedere che l’inflazione continui ad aumentare nonostante vari interventi sul tasso di sconto, ma di questo parleremo più avanti a proposito dell’inflazione.

 

3 – La variazione dei coefficienti di riserva obbligatoria. La funzione principale delle riserve obbligatorie è quella di permettere alle autorità monetarie di controllare l’ammontare dei depositi. Un modo per ridurre i rischi di assalti degli sportelli, infatti, è imporre alle banche di mantenere un tasso di riserva più elevato di quello che sceglierebbero autonomamente.

La riserva obbligatoria è l’insieme delle norme fissate dalla Banca centrale per determinare il tasso di riserva minima che ogni banca deve detenere sui depositi che le sono stati affidati. Negli Stati Uniti il tasso di riserva minima obbligatoria per i depositi a vista è del 10% (a nostro giudizio troppo basso). In Italia è del 20%, a nostro avviso è la misura giusta.

 

4 – Le operazioni di mercato aperto. La Banca centrale può decidere di acquistare o vendere titoli di Stato (bond), nel mercato.

Quando intende aumentare l’offerta di moneta, incarica i propri trader di acquistare titoli di Stato nel mercato obbligazionario, in questo modo la moneta con cui la Banca centrale paga, va ad aumentare il circolante.

Se la Banca centrale, al contrario, intende ridurre l’offerta di moneta, vende titoli di Stato al pubblico, ricevendo in pagamento denaro. In questo modo riduce la quantità di moneta circolante o depositata presso le banche. Le operazioni di mercato aperto sono lo strumento più utilizzato dalla Banca Centrale per gestire la politica monetaria.

 

LE FUNZIONI di CONTROLLO. Esse sono:

    1 – Supervisione del sistema bancario. La Banca centrale deve vigilare sulle attività di tutti gli istituti bancari e autorizzare l’apertura di nuovi sportelli bancari sul territorio.

 

2 – Il controllo dei mercati azionario e obbligazionario. In Italia il compito di vigilare sul corretto funzionamento della borsa, sull’adeguato finanziamento delle singole operazioni e sulla correttezza degli operatori è svolto dalla CONSOB o Commissione Nazionale per le Società e la Borsa, ente pubblico istituito in Italia nel 1974.

 

3 – La sorveglianza sul mercato dei cambi. Con quest’azione la Banca centrale tutela la stabilità del valore della moneta nazionale sui mercati internazionali. Ne riparleremo nel capitolo Ministero Commercio con l’estero.

 

4 – Il pareggio del bilancio dello stato. La Banca centrale controlla il flusso dei pagamenti e degli incassi dello stato. Ne parleremo più avanti.

 

5 – Situazioni di crisi delle banche. La Banca centrale interviene anche nelle situazioni di crisi di banche o di gruppi bancari e ne autorizza trasformazioni e fusioni. Inoltre, ha anche il compito di correre in aiuto alle istituzioni finanziarie che si trovano in grosse difficoltà. Negli Stati Uniti, ad esempio, nel 1984 molti risparmiatori incominciarono a prelevare propri risparmi dalla Continental Illinois National bank allarmati da voci di sofferenze. La Fed, per salvare la Banca concesse un prestito per più di 50 miliardi di dollari. Nel 2008, quando è scoppiata la crisi finanziaria, moltissime le banche in tutto il mondo occidentale hanno ricevuto cospicui aiuti dai loro governi per impedire che dichiarassero bancarotta.

 

6 – Controlli dei prodotti finanziari. La banca centrale deve controllate attentamente che gli istituti di credito non emettano prodotti finanziari truffaldini o che si sbarazzino di titoli spazzatura (come è successo anni fa con la Parmalat prima del suo fallimento). Stesso discorso per i derivati, le azioni di società fantasma estere ecc., insomma bisogna cercare di tutelare al massimo i risparmiatori e non permettere che si approfitti della loro ignoranza. In agosto del 2014 le autorità americane hanno condannato la Banca di America ad un maxi muta di 16 milioni di dollari per certi prodotti finanziari che erano una vera truffa ai danni dei risparmiatori; è un esempio che dovremmo seguire anche in Italia.

 

POLITICA e FINANZA

    La crisi finanziaria scoppiata in Usa nel 2008 e poi propagandandosi in tutti i paesi dell’occidente ha fatto riflettere gli economisti, ma anche i governanti più attenti e preparati. Ci si è chiesto innanzitutto come è potuto accadere una cosa del genere e come far sì che si potesse evitare disastri simili in futuro, in particolare si è incominciato a parlare sempre più spesso di strapotere della finanza che soffoca l’economia e la politica.

“Le banche con la loro spregiudicatezza hanno causato la crisi finanziaria degli ultimi anni, stanno cambiando la natura della nostra società, controllano ormai vaste aree della vita pubblica e stanno disgregando l’industria produttiva negli Stati Uniti e in parte anche in Europa”, Noam Chomsky (2010). In particolare sono accusate di strangolare gli imprenditori in difficoltà, non concedendo prestiti; il risultato è la delocalizzazione delle industrie nei paesi emergenti.

Le banche d’affari, poi, sono ritenute colpevoli delle speculazioni su molti prodotti, in particolare sulle materie prime, con il risultato di portare il loro prezzo alle stelle. In effetti, secondo questa interpretazione non è più il mercato a fare il prezzo dei prodotti, ma la grande finanza.

Un’altra accusa che spesso si muove verso le grandi banche è di speculare sui titoli di Stato. In parole povere non deve accadere, come nel 2010, che molte banche prendevano soldi all’1% dalla BCE e poi li davano in prestino ai singoli stati con tassi di interesse del 4 – 5% o compravano BTP.

In conclusione, gli istituti di credito in questi ultimi anni hanno spesso condotto operazioni al limite della legalità, avviato speculazioni finanziarie, provocato la crisi finanziaria del 2008 (del mercato del credito parleremo più avanti) ecc.. La Banca Centrale, perciò, deve sorvegliare per obbligare le banche a fare bene il loro lavoro. La loro funzione deve essere di servizio al sistema economico e non la speculazione.

 

    Il rapporto tra politica e finanza è presto delimitato: i politici, o meglio i governanti, devono stabilire le regole a cui la finanza deve attenersi. “La crisi del 2008 non è stata determinata dalla liberalizzazione del mercato, ma da una regolamentazione assente o sbagliata” O. Blanchard, 2009. Per questo il quadro normativo deve essere stabilito da chi sta al parlamento, chiaramente tenendo presente anche il punto di vista degli istituti di credito, in modo che tutto il mondo finanziario si muova secondo certe norme e non si verificano comportamenti sleali. In effetti, il mondo della finanza non deve diventare una specie di giungla dove prevale la “forza” o meglio la logica del profitto ad ogni costo diventi l’unica “molla” che guidi i mercati. Ad esempio deve essere vietato alla banche di prestare soldi a persone che non hanno alcun reddito.

 

Per questo motivo i governanti devono operare per combattere “le patologie” del sistema, in particolare devono evitare:

  1. a) Che la finanza strangoli il sistema produttivo. È la tematica di cui abbiamo parlato sopra. I banchieri non devono mettere alla corda i produttori o coloro che fanno impresa e creano ricchezza.
  2. b) Che si creino le condizioni per un’altra crisi finanziaria come quella scoppiata nel 2.008, cioè devono regolare il mercato del credito, per evitare che gli istituti di credito falliscono a catena per i crediti non recuperati.

Il mercato del credito. La crisi finanziaria, partita dagli Stati Uniti, ha fatto capire una cosa importantissima: i governi devono tenere sotto controllo l’espansione del credito, per impedire che scoppi una nuova bolla speculativa. Negli anni precedenti il 2008, infatti, negli USA quasi tutte le famiglie (anche per la pressione delle banche, che al limite dell’incoscienza concedevano prestiti a tutti, anche a coloro che non erano in grado di pagare) erano tutte fortemente indebitate.

Non si comprava a rate soltanto l’appartamento o le auto, ma anche il televisore a cristalli liquidi, i cellulari, gli elettrodomestici ecc., persino viaggi e trattamenti estetici. È bastato che un 30% delle famiglie non è stato più in grado di pagare le rate del mutuo, che è crollato tutto il sistema. Le banche, a partire dalla Lehman Brothers, sono incominciate a fallire l’una dopo l’altra, così è dovuto intervenire il governo per salvarle.

 

È questa la prima misura che molti economisti suggeriscono: non bisogna salvare mai tutte le banche, ma operare una selezione. In effetti, secondo questa posizione non va salvato oltre il 60% degli istituti bancari, a cominciare da quelli con meno problemi. Invece, bisogna far fallire le banche decotte, che hanno buchi enormi nei bilanci.

Il motivo è semplice, se si salva tutti, gli istituti bancari saranno pronti dopo qualche anno a ricominciare con i prestiti facili, tanto c’è l’ombrello dello Stato. Invece, ci deve essere sempre chi paga, in questo modo ogni banca starà attenta a non finire negli ultimi posti, perché conosce già la sentenza: il fallimento. Oltretutto l’espansione del credito comporta anche un altro spiacevole effetto negativo: crea inflazione, in quanto aumenta l’offerta di moneta.

 

In secondo luogo, quando lo stato interviene per salvare una banca, deve pretendere le dimissioni di tutto il gruppo dirigente, cioè di coloro che hanno portato l’istituto al fallimento. Queste persone devono lasciare o essere trasferite a ruoli inferiori dove non possono più nuocere.

La strategia di intervento principale, comunque, in questi casi resta sempre un continuo controllo da parte della Banca Centrale per impedire che gli istituti di credito si espongano troppo. Nel caso lo facciano, occorre fermarle o fare un comunicato stampa in cui si avvisa tutti del pericolo di insolvenza dell’istituto bancario. Crediamo che basti solo una minaccia del genere per farle cambiare strada.

 

    L’indipendenza della Banca Centrale. È una questione di cui ancora oggi si discute ma che ormai si può considerare chiusa. L’esperienza ci ha insegnato che la BC deve essere indipendente dal potere politico riguardo certe funzioni, soprattutto quella di supervisione delle altre banche, ma deve lavorare in perfetta sintonia col governo quando si tratta di misure di politica monetaria, come la gestione del tasso di cambio. Immaginate che cosa succederebbe se il governo ritiene auspicabile una certa svalutazione per rilanciare le esportazioni, mentre la banca centrale potrebbe difenderne, per motivi di prestigio internazionale, il valore.

 

LE PROBLEMATICHE PRIMARIE

Gli obiettivi primari del Ministero del Tesoro sono soprattutto 3:

  1. a) La stabilità dei prezzi, ossia si interessa delle misure per tener sotto controllo l’inflazione, un fenomeno negativo, molto temuto da tutti i governi.
  2. b) La regolazione dei cicli economici per dare stabilità al sistema ed evitare il ristagno economico, la disoccupazione e l’inflazione.
  3. a) Contenimento del Debito pubblico. Un altro degli obiettivi primari sia del Ministero del Tesoro, che dalla Banca centrale è tenere sotto controllo il debito pubblico.

 

L’INFLAZIONE

Negli anni 1970 il livello generale dei prezzi negli Stati Uniti raddoppiò e il presidente Gérard Ford giunse a definire l’inflazione “il nemico numero uno”. Questo per dare un’idea di quanto questo fenomeno sia temuto e del perché il mantenimento di un tasso di inflazione moderato è considerato uno degli obiettivi principali della politica economica in tutti paesi del mondo. Un’inflazione molto elevata, infatti, impone gravi costi alla società, taglia il potere di acquisto dei salari e pensioni, rende difficile il risparmio ecc.. Gli effetti dell’iperinflazione possono essere devastanti. La crescita della quantità di moneta e del credito distrugge ogni legame con i valori reali e obbliga la popolazione a ricorrere a complicate forme di baratto.

I governi, da parte loro, la maggior parte delle volte, tentano di coprire le spese in continuo aumento stampando nuova moneta, ma in questo modo non fanno che aggravare ancora di più la spirale dell’inflazione e compromettere la stabilità economica, sociale e politica. Il potere di acquisto delle famiglie si corrode, le pensioni si riducono in poco tempo a sussidi da fame, i salari diventano insufficienti per il sostentamento di una famiglia, i risparmi si polverizzano in meno di un anno e il debito pubblico aumenta.

Una volta innescato il processo inflazionistico, purtroppo, rimane vittima di un processo di auto alimentazione difficile da fermare. Poiché il denaro vale sempre meno, la gente è spinta a comprare qualsiasi merce e a qualsiasi prezzo, pur di avere qualcosa che conservi il suo valore nel tempo. Poiché, però, le merci sono limitate, questa corsa agli acquisti, a sua volta, fa salire ancora di più i prezzi, alimentando sempre di più l’inflazione.

 

TIPI di INFLAZIONE. È utile, prima di passare all’esame delle cause e alle misure per contenere l’inflazione, distinguere tra i vari tipi di inflazione. Innanzitutto è utile far presente che per molti economisti il tasso ottimale di inflazione non è 0, come si poteva credere ma sotto il 3%. Un leggerissimo aumento dei prezzi è un “lievito” per l’economia.

 

L’inflazione strisciante. Si verifica quando la tendenza al rialzo dei prezzi è graduale e irregolare, ossia è contenuta mediamente entro pochi punti percentuali all’anno. Non viene considerata una seria minaccia e può addirittura stimolare l’attività economica. L’illusione della crescita del reddito personale può, infatti, incoraggiare il consumo. Ad es., gli investimenti edilizi possono aumentare in previsione di una futura rivalutazione dei prezzi, come pure l’investimento in impianti e attrezzature può accelerare, giacché i prezzi salgono più rapidamente dei costi e i debitori (privati, imprese, enti pubblici) prevedono che i prestiti saranno ripagati con denaro che avrà un potere d’acquisto potenzialmente minore.

 

L’inflazione cronica. È caratterizzata da un aumento elevato dei prezzi, con tassi annuali che vanno dal 10 al 30%. L’inflazione cronica può diventare permanente e tende sempre più a salire con l’accumularsi della distorsione economica e delle previsioni negative. È un vero flagello economico in quanto altera il normale svolgimento delle attività economiche: i consumatori acquistano beni e servizi per evitare prezzi più alti in futuro; la speculazione edilizia aumenta; le aziende si limitano a fare investimenti a breve termine; gli incentivi a risparmiare, a stipulare assicurazioni o a costituirsi pensioni si riducono in quanto l’inflazione diminuisce il loro futuro potere d’acquisto; i governi espandono rapidamente le spese in previsione di entrate inflazionate, mentre i paesi importatori, svantaggiati sul terreno della concorrenza, sono costretti a ricorrere al protezionismo e al controllo dei cambi.

 

L’iperinflazione. È la forma più estrema, quella che comporta l’aumento cronico dei prezzi e che causa la crisi dell’intero sistema economico, di solito supera il 30% ma può anche raggiungere più del 100%.. L’iperinflazione verificatasi in Germania in seguito alla prima guerra mondiale, ad esempio, fece sì che il volume della moneta circolante si espandesse di oltre 7 miliardi di volte e i prezzi aumentassero 10 miliardi di volte durante i 16 mesi che precedettero il novembre del 1923. Altri fenomeni di iperinflazione colpirono Unione Sovietica e Australia dopo la prima guerra mondiale.

In regime di iperinflazione la crescita della quantità di moneta e del credito risulta esplosiva, distrugge ogni legame con i valori reali e obbliga a ricorrere a complicate forme di baratto. I governi tentano di coprire le spese in continuo aumento espandendo rapidamente l’offerta di moneta, ma questo modo di finanziare i disavanzi di bilancio aggrava ancora di più la spirale dell’inflazione e compromette la stabilità economica, sociale e politica.

Ogni paese ha una rete di rilevazione capace di avvisare quando i prezzi si surriscaldano, in Italia questa funzione è svolta dall’ISTAT.

 

    Le misure di stabilizzazione. Le politiche di stabilizzazione mirano ad eliminare gli effetti distorti dell’inflazione ripristinando la normale attività economica. Chiaramente si tratta di una problematica dipendente delle cause. In effetti la soluzione consiste nell’individuare tutte le cause che sono all’origine del fenomeno e per ognuna di esse studiare un piano di intervento. Ad esempio, se l’inflazione dipende dal fatto che lo Stato stampa troppo moneta, bisogna ridurre la quantità di moneta circolante.

 

Queste le misure di stabilizzazione più efficaci:

1 – Alzare il tasso di sconto. Alzando i tassi di interesse si rallenta la spinta inflazionistica. È una misura che va presa in tutti i casi, anzi è la prima mossa che un buon economista fa, anche se intende agire su altri fattori.

 

2 – Ridurre le emissioni di moneta. Lo scopo è quello di limitare la quantità di moneta in circolazione. Questo strumento è particolarmente efficace quando i governi stampano moneta per far fronte al deficit dello stato. Ma soprattutto “la banca centrale deve annunciare un impegno credibile a rinunciare alla monetizzazione del debito pubblico. Ad esempio alla banca centrale potrebbe essere proibito, per decreto, l’acquisto di titoli pubblici, in modo da evitare anche una parziale monetizzazione del debito pubblico”, O. Blanchard, 2009.

 

3 – Aumentare le riserve obbligatorie. Le banche centrali possono influenzare la disponibilità e il costo della moneta e il volume del credito, anche agendo sulle riserve obbligatorie. Portarlo al 20% (negli Usa è solo al 10%) è una buona misura per frenare il credito.

 

4 – Inasprire la pressione fiscale. È una misura quasi obbligata quando ci si trova di fronte a un forte il disavanzo del bilancio dello stato. Bisogna solo stare attenti a non superare certi limiti, soprattutto per quanto riguarda le imposte sulle imprese, perché si potrebbero concretizzare le condizioni per una recessione.

 

5 – Tagliare la spesa pubblica. È ritenuta una delle misure migliori: eliminazione degli sprechi e tagli alle spese infruttuose. Di solito, però, per ottenere dei risultati bisogna agire su ambedue questi fattori, occorre cioè sia tagliare la spesa pubblica che aumentare le entrate fiscali. Soprattutto bisogna ridurre le inefficienze strutturali e tagliare i costi della politica.

 

6 – Contenere l’aumento di stipendio e salari. È la cosiddetta politica dei redditi. Di solito viene attuata ponendo un limite agli incrementi salariali. Se esiste una indicizzazione del salari bisogna per lo meno cercare di allungarne i tempi, l’aggiornamento dei salari, ad esempio, non avviene più ogni 3 mesi, ma ogni sei mesi.

 

7 – Incoraggiare la libera concorrenza. Lo scopo è quello di contrastare la formazione di cartelli o accordi sottobanco per tenere alti i prezzi. Più si aumenta la concorrenza, più si abbassano i pezzi.

 

8 – Sussidi ai produttori. Consiste nell’erogare finanziamenti ai produttori per far tenere bassi i prezzi. Questa strategia ha il grave difetto che non sempre riesce nello scopo (spesso ha l’effetto solo di ritardare il rialzo dei prezzi), inoltre è una politica che richiede notevoli risorse economiche, che quasi sempre il governo non ha.

 

9 – Vendita di titoli pubblici. La Banca Centrale vendendo o acquistando titoli pubblici sul mercato aperto, cioè in borsa, può fare contrarre o espandere le riserve bancarie. Queste cosiddette “operazioni di mercato aperto” sono il più importante strumento stabilizzatore a disposizione di ogni Banca centrale. Ad esempio, nel caso ci sia aria di inflazione, la Banca centrale può decidere di vendere una grossa somma di buoni ordinari del Tesoro, che acquistati dai cittadini, ridurranno la quantità di moneta in circolazione.

 

10 – Favorire il risparmio. Un altro ottimo sistema per ridurre la quantità di moneta in circolazione è incrementare i risparmi. La gente mettendo da parte i soldi, li toglie dal mercato riducendo così la domanda di beni. In caso di inflazione, invece, succede il contrario tutti tendono a disfarsi il più velocemente della moneta prima che perda valore e questa diventa una delle cause principali dell’iperinflazione. La misura migliore è creare dei titoli di Stato che fanno recuperare l’inflazione; solo così la gente sarà invogliata a risparmiare perché sicura di mantenere inalterato il proprio potere di acquisto.

 

11 – Disposizioni vincolanti sui prezzi. È una misura molto discussa, avversata da una buona parte degli economisti in quanto non priva di difetti, in particolare può provocare una notevole riduzione dell’offerta di beni e la nascita del mercato nero. Tuttavia nessun governo, di fronte a un’inflazione veramente alta, riesce a resistere alla tentazione di varare disposizioni di questo tipo, questo per un motivo semplicissimo: per dare l’impressione all’opinione pubblica di stare facendo tutto il possibile.

Ad ogni modo, è la strada obbligata per contrastare gli speculatori, anche se non bisogna illudersi troppo sulla sua efficacia. Quando cessa il regime di controllo o si allenta la sorveglianza, i prezzi possono tornare a crescere velocemente.

 

12 – Prezzi imposti dai produttori. È una misura efficace, senza notevoli “effetti collaterali”. Si obbliga i produttori a stampare sulle confezioni il prezzo di vendita al pubblico, in modo che, nei vari passaggi della rete distributiva, non subisca esagerati aumenti di prezzo. Ovviamente non è una misura applicabile per la frutta o altra merce che si vende a peso.

LA DEFLAZIONE

La deflazione è una prolungata diminuzione del livello dei prezzi; generalmente è associata a una prolungata riduzione dell’attività economica e a un’elevata disoccupazione, due fenomeni che caratterizzarono, ad esempio, la Grande Depressione degli anni Trenta.

La deflazione quasi sempre è il risultato di un’estesa stagnazione della produzione economica e della disoccupazione, innesca ribassi dei prezzi che talvolta possono incoraggiare aumenti di consumo.

Gli strumenti di intervento dipendono dalle cause e chiaramente sono opposti a quelli usati per combattere l’inflazione. Di solito bastano delle misure di sostegno ai produttori e un ribasso del tasso ufficiale di sconto. Può essere molto utile, infine, regolare le importazioni. Limitandole si può avere una leggera ripresa dei prezzi e le aziende potrebbero tornare agli utili.

 

—————————- il caso ——————————————————————————

 

La deflazione in Giappone è iniziata il ’98 ed è continuata fino al 2013. In media è stata una deflazione leggera, tra il -0,3% e il – 0,4%, ma molto dannosa per il paese. “Quando le aziende non prevedono un aumento delle vendite o dei prezzi, non hanno altra scelta che tagliare gli investimenti. A loro volta le famiglie si aspettano nuovi cali perciò rimandano i consumi. Minori consumi rendono ancora più negative le aspettative delle imprese, perciò si innesca un ciclo vizioso da interrompere”, Haruhito Kuroda, Governatore Bank of japan, 2014.

Il Giappone è riuscito a superare questa fase con un programma basato su 3 pilastri, le cosiddette “frecce”: 1) Politica monetaria espansiva attraverso l’acquisto di titoli del debito pubblico e stampando moneta per aumentare l’inflazione, deprezzare lo yen e favorire l’export. 2) Maggiore flessibilità nelle politiche del bilancio con aumento della spesa e il rilancio dei lavori pubblici. 3) Riforme con la deregulation in sanità ed energia, il calo delle tasse sulle imprese e l’incentivo al lavoro femminile.

 

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I CICLI ECONOMICI

L’andamento dell’economia, è noto, non procede in modo uniforme. Si producono i cicli economici quando l’attività economica rallenta o, al contrario, accelera. A un certo punto senza una ragione apparente gli acquisti dei consumatori diminuiscono bruscamente, le scorte della grande maggioranza dei beni durevoli aumentano, man mano le imprese reagiscono riducendo la produzione, il PNL reale diminuisce, poco dopo calano gli investimenti, sia in impianti che in attrezzature.

Il passo successivo è la diminuzione della domanda del lavoro, il che fa aumentare la disoccupazione. Si è entrati in una fase di ristagno, che se non corretta si può trasformare in recessione.

I governi per tentare di regolare i cicli economici possono usare sia la politica monetaria che quella fiscale. Il primo intervento di solito è sul tasso ufficiale di sconto, che si abbassa se si vuole rilanciare l’economia e si alza se esiste una seria minaccia di inflazione. Di solito questa manovra è accompagnata da una politica fiscale di espansione, in fase di ristagno, e restrittiva se si vuole rallentare il sistema economico e smorzare l’inflazione. Se queste due misure non bastano, e ciò succede spesso, si cerca di incrementare la domanda interna con una politica di opere pubbliche per stimolare l’economia. Le banche centrali, poi, possono influenzare la disponibilità e il costo della moneta e il volume del credito, sia controllando le riserve obbligatorie sia aumentato il tasso di sconto.

 

Il dibattito in questo caso non è, se è bene tentare di regolare i cicli economici, soprattutto cercando di far riprendere l’economia quando questa mostra evidenti rallentamenti, perché tutti i governi lo fanno, ma se questi interventi sono utili o non. Una parte degli economisti ritiene, forse a ragione, non solo che i cicli economici sono un fatto naturale (cioè che non hanno niente di patologico), ma che si possa fare ben poco per contrastarli. Noi concordiamo con questa opinione, è come opporsi alla piena di un fiume, si possono evitare certi eccessi, anticipare la ripresa, ma non cambiare il corso degli eventi. Sempre che si tratti, però, si badi bene, di un rallentamento dovuto ai cicli economici, non di recessione o di una crisi strutturale.

 

IL DEBITO PUBBLICO

I governi, nel buon tempo antico, pareggiavano i loro bilanci, considerando lo stato alla stregua di un’azienda pubblica. Questa regolarità è cambiata nel corso degli ultimi decenni del XX secolo. È da alcuni decenni, infatti, che il pareggio del bilancio non è ritenuto più un obiettivo primario e nessuno ormai più se ne preoccupa troppo, anzi si è incominciato a ritenere normale una situazione di deficit cronico.

In Italia la tendenza a forti eccessi della spesa pubblica rispetto alle entrate incominciò a manifestarsi già negli anni ‘70. Col tempo crebbe in modo vertiginoso fino a superare nel 1992 il 100% del PNL. L’elevato deficit pubblico è stato, infatti, uno dei più grossi problemi dello Stato Italiano. I nostri politici italiani si sono comportati per decenni (tendenza che continua tutt’oggi, frenata soltanto dai trattati di Maastricht), come se nei loro confronti fosse stata aperta una linea di credito infinita.

Un paese dovrebbe scegliere la via del debito soltanto per potenziare il suo tessuto industriale, per migliorare i servizi e le infrastrutture, come porti, strade e ferrovie, in altre parole per far crescere il paese. In alcuni paesi come Italia, però, le cose, non sono andate così. Invece, che di investimenti produttivi, lo stato ha utilizzato questi fondi per le spese correnti, ad esempio per pagare gli stipendi degli statali o per coprire le perdite di Comuni, Province, Regioni o di tanti enti assistenziali. In questo modo non si è dato origine a un vero sviluppo, non ci sono stati investimenti reali, ma spese improduttive (spesso clientelari) che anzi hanno frenato l’economia.

 

È opportuno ricordare che, anche se oggi non ci si deve preoccupare eccessivamente di riportare in pareggio il bilancio dello stato, non bisogna neanche illudersi di poter dilatare all’infinito il debito pubblico. C’è un limite oltre il quale tutto “il castello” può crollare, questo limite è dovuto alla fiducia dei consumatori.

Se si incomincia a diffondere il panico e gli investitori incominciano a dubitare che lo Stato non sia più in grado di restituire l’enorme montagna di debiti che ha fatto, potrebbe cominciare a verificarsi che nessuno compra più titoli di Stato (come è successo in Lettonia nel 2009, in cui le aste di BTP e BOT locali sono andate deserte) e le persone ritirano i propri soldi in banca per trasferirli all’estero. Per fortuna questo pericolo, per ora, in Italia è scongiurato perché ci pensa l’Europa a richiamarci all’ordine. Forse è il maggior vantaggio di continuare ad appartenere all’area dell’euro.

Il problema più grosso di un paese che ha un debito pubblico molto elevato (che in Italia nel 2014 era il 134,00% del PIL), chiaramente è quello degli interessi (che nel 2007 ammontavano a quasi 71 miliardi di euro all’anno). Non solo costituiscono una spesa aggiuntiva enorme, ma finiscono per far aumentare il debito in generale.

In parole povere, non solo lo Stato non riesce a restituire quello che deve, ma deve fare nuovi debiti per pagare gli interessi sui debiti precedenti. È importante, perciò, che ci sia un ente, indipendente dal governo, che controlla la spesa pubblica e non autorizza nuove spese se non coperte finanziariamente. Compito svolto in Italia dalla Corte dei Conti. Dovrebbe, però, essere più indipendente dai politici e avere maggiore potere di resistere alle loro pressioni.

 

Le strategie. Per tenere sotto controllo il debito pubblico le vie possibili sono due: aumentare le tasse, ma spesso il prelievo è già elevato, o tagliare la spesa pubblica, soprattutto gli sprechi e la spesa improduttiva. Bisogna, invece, assolutamente evitare di emettere nuovi titoli di stato o stampare in modo eccessivo altra moneta, perché rimandano e acuiscono solo il problema.

Introdurre nuove tasse, però, ha il grave difetto di spingere il paese verso la stagnazione, nei casi peggiori la recessione. Un’eccessiva pressione fiscale può peggiorare la situazione, anziché migliorarla, in quanto se si produce di meno anche gli introiti fiscali possono diminuire negli anni. La via migliore, quindi, è il taglio della spesa pubblica, soprattutto quella improduttiva.

 

Gli economisti più qualificati sostengono giustamente che il debito pubblico si toglie con la crescita economica, non solo ma non è tanto importante il suo ammontare, quando che il paese continui a crescere (cioè che il PIL sia comunque positivo). Il Giappone, ad esempio, pur presentando nel 2010 un debito pubblico stratosferico, circa il 207% del PIL, non era considerato un paese a rischio di default perché la sua economia andava abbastanza bene. I mercati finanziari, quindi, nelle loro valutazioni non tengono conto soltanto del valore assoluto del debito pubblico, anche del deficit e soprattutto guardano se il Pil è positivo.

 

Tutto ciò ci porta a concludere che nel caso il paese sia in recessione e presenti un grosso debito pubblico, è più opportuno puntare a far ripartire l’economia che a risanare le finanze dello stato, anche se in questo caso la disputa tra keynesiani a anti keynesiani è abbastanza accesa.

    I primi sostengono che bisogna dare la prevalenza alla crescita e perciò non badare troppo al bilancio. Sarà l’aumento del Pil a portare nuovo denaro nelle casse dello stato e risanare i bilanci pubblici. I secondi sostengono l’esigenza di una politica monetaria restrittiva in quanto un forte disavanzo dei conti pubblici intacca la fiducia delle imprese perche si aspettano un sensibile aumento delle tasse, inoltre implica aumenti dei tassi di interessi da pagare sui bond. Lo spettro del default si può profilare all’orizzonte.

 

Non esiste una risposta assoluta, le misure da prendere dipendono dalle situazioni contingenti, infatti bisogna valutare caso per caso. Alcune volte basta un semplice aumento del PIL di 2 punti per far ritornare le cose al loro posto.

Altre volte, una politica di espansione della spesa pubblica può risultare disastrosa, soprattutto se il deficit va oltre il 8% (e i tassi di interessi sui bond vanno oltre il 4 – 5%). In effetti quando la situazione è pesante bisogna badare sia a non aprire una voragine nei bilanci pubblici, sia a non aumentare troppo le tasse o fare troppi tagli deprimendo i consumi. La bravura dell’economista sta a scegliere una giusta via di mezzo.

 

L’errore più grave da evitare è quello di emettere bond statali in dollari o altra valuta pregiata, in quanto nella maggior parte dei casi quando un paese va in crisi, anche la sua valuta si svaluta. Tutto ciò comporta un pari aumento del debito pubblico perché in moneta estera, perciò meglio pagare alti tassi di interesse, anche del 10 – 11%, ma con buoni del tesoro in valuta nazionale.

In questi casi l’inflazione, infatti, può aiutare moltissimo a risanare i conti pubblici (in questo caso si parla di monetizzazione del debito pubblico, è la strada che ha seguito il Brasile negli anni antecedenti il 2.000). In effetti anche se si paga interessi del 11% sui bond, ma l’inflazione viaggia intorno al 9%, l’interesse reale che si da ai risparmiatori è solo del 2%.

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