12 – Il MINISTERO degli AFFARI ESTERI

CAPITOLO XVII

Il MINISTERO AFFARI ESTERI

La funzione principale di questo Ministero è curare i rapporti con gli altri stati, gli enti e le organizzazioni internazionali. Di pertinenza del Ministero degli Esteri sono anche la tutela dei diritti e degli interessi pubblici e privati nazionali in campo internazionale e lo sviluppo delle attività all’estero. Infine, si occupa anche dei negoziati relativi alla stipulazione di trattati e convenzioni.

L’amministrazione è costituita dagli uffici centrali, dalle rappresentanze diplomatiche, dagli ispettorati per l’emigrazione, dai consolati ecc.. In dettaglio essi sono:

 

Ambasciate, ossia le rappresentanze diplomatiche del Governo Italiano presso gli Stati esteri.

Consolati, ossia gli uffici consolari che curano tutte le attività dei cittadini italiani all’estero in ambito civile, quali pratiche per il lavoro, visti, eredità, testamenti, patenti, previdenza, sanità, rimpatrio delle salme, gestisce l’AIRE.

Uffici di promozione economica e commerciale, nel nostro modello dipendono al Ministero del commercio con l’estero (anche se lavorano in stretta collaborazione con ambasciate e consolati).

Rappresentanze permanenti presso le Organizzazioni internazionali, quali ONU, Consiglio d’Europa con sede a Strasburgo, la NATO con sede a Bruxelles; le Organizzazioni ONU (FAO-IFAD) con sede a Roma; l’Organizzazione ONU per l’educazione la scienza e la cultura – UNESCO – con sede a Parigi; l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico – OCSE con sede a Parigi ecc..

Gli Istituti italiani di Cultura, da cui dipendono gli istituti scolastici ed educativi all’estero, in n. di 90, sono presenti in 61 Paesi del mondo. A nostro giudizio andrebbero ridotti di numero e ridimensionati per tagliare le spese.

 

All’interno della rete diplomatico-consolare, inoltre, operano gli addetti scientifici e tecnologici, in numero di 25, distribuiti tra Ambasciate (Germania, Gran Bretagna, Spagna, Svezia, Serbia, Russia, USA, Canada, Brasile, Argentina, Egitto, Israele, India, Cina, Corea del Sud, Giappone, Australia), Rappresentanze Permanenti presso le organizzazioni internazionali (ONU – Ginevra e OCSE – Parigi) e Rappresentanza Permanente presso l’Unione Europea (Bruxelles).

LE PROBLEMATICHE PRIMARIE

Le tematiche inerenti questo ministero sono abbastanza numerose, ma soprattutto piuttosto specifiche, per questo motivo, non essendo dei “tecnici” ci limitiamo a dare solo delle indicazioni di carattere generale.

  Le Alleanze. Lo studioso della scienza del buon governo non può dare consigli in materia di alleanze o consigliare se è opportuno aderire a organizzazioni difensive tipo la Nato o ad unioni politiche come quella europea. Sono decisioni “personali”, che ogni governo deve valutare da solo, non possono essere assolutamente oggetto di studio. La scienza del buon governo, infatti, si preoccupa di trovare la soluzione ai problemi sociali, non di dare orientamenti politici. Le cose, ad ogni modo, nella realtà sono molto più semplici di quanto possono apparire, in quanto ogni paese storicamente è in un “contesto”, ad es. l’Italia è in Europa, ha “amicizie” con alcuni paesi e antiche rivalità con altri. D’altronde i politici non hanno sicuramente bisogno di suggerimenti in merito.

   Le spese di rappresentanza all’estero. Non solo ambasciate, ma consolati, istituti di cultura, associazioni di scambi culturali, scuole all’estero, patronati ecc., costituiscono un vasto apparato che in alcuni casi, come quello dell’Italia, andrebbe ridimensionato, per ridurre le spese. Sarebbe auspicabile che si amministrasse i bilanci di questo Ministero con più oculatezza, decidendo quali voci tagliare e quali mantenere, cercando di evitare sprechi e spese inutili, considerando anche che sono soldi spesi all’estero e che, quindi, non hanno nessuna ricaduta benefica sulla nostra economia.

Altri soldi si potrebbero recuperare riducendo i molti privilegi di cui ancora godono gli ambasciatori o i diplomatici, anche se sono un retaggio di altri tempi, non è una ragione sufficiente per mantenerli. Addirittura si potrebbe ridurre il numero delle ambasciate all’estero. Ad es., avere un’ambasciata in Lettonia, un’altra in Estonia ed un’altra in Lituana, tre piccole repubbliche del ex impero sovietico, significa solo moltiplicare per 3 le spese.

Si potrebbe nominare un solo ambasciatore e mantenere solo un ufficio in ognuna delle tre. È la stessa cosa quando si tratta di piccoli stati, come le isole caraibiche. Allo stesso modo si può ridurre il numero dei consolati all’estero, delle scuole italiane o degli istituti di cultura, questi ultimi retaggi di altri tempi, quando bisognava propagandare la cultura italiana nel mondo ai tempi del fascismo.

L’unico istituto che bisogna, invece, potenziare è quello per il commercio con l’estero, il cui compito dovrebbe essere quello di trovare nuovi sbocchi ai prodotti nazionali. Ma dovrebbe essere organizzato in modo da premiare la produttività e i risultati. Ne abbiamo parlato nel capitolo: Ministero del Commercio con l’estero.

 

Il personale. L’accesso alla carriera diplomatica deve essere esclusivamente tramite concorsi e non dare il posto di ambasciatore, come purtroppo si è fatto molte volte nel passato nel nostro paese, a politici “amici” come “premio di fine carriera”. In effetti bisogna ricorrere a personale specializzato con ottima conoscenza delle lingue piuttosto che nominare per meriti politici.

Lo stesso discorso deve farsi per i funzionari e i dirigenti; per il personale non qualificato, invece, meglio assumere gente del posto in modo da risparmiare sui costi.

 

IL MANTENIMENTO della PACE

   È la tematica centrale riguardante questo ministero, che, al contrario di quanto si potrebbe pensare, può essere studiata scientificamente. Da molto tempo gli studiosi, infatti, si sono chiesti come è possibile mantenere la pace nel nostro mondo tormentato da mille problemi, in cui c’è una grande disparità economica tra paesi poveri e paesi ricchi, in cui spesso le ideologie si contrastano in modo così aggressivo.

Se si vuole affrontare il problema in modo razionale bisogna distinguere tra guerre tradizionali, guerriglia e terrorismo.

Le prime sono conflitti tra due Stati sovrani che schierano sul terreno i rispettivi eserciti.

     La guerriglia, invece, è una particolare forma di lotta condotta con operazioni militari da formazioni, quasi sempre irregolari, e consiste nel colpire e fuggire, per poi rifugiarsi in basi oltre la frontiera o in nascondigli segreti o in zone impervie.

I terroristi, infine, sono gruppi isolati composti da poche persone, che agiscono in maniera indipendente, ma soprattutto non godono dell’appoggio della popolazione (o soltanto di una piccolissima parte). In questa sede, per mancanza di spazio, ci limiteremo alle guerre tradizionali.

 

Le guerre tradizionali. L’ultima guerra tradizionale è stata quella tra Iraq e Kuwait nel 1990, in aiuto del quale accorsero Stati Uniti e una coalizione formata da un’ottantina di paesi. Neanche l’attacco lanciato da USA e Gran Bretagna a marzo del 2003 contro le forze irachene, può essere considerato una conflitto tradizionale, perché praticamente è mancato lo scontro sul terreno. L’Iraq non ha combattuto, decidendo di affidarsi ad azioni terroristiche che sono scattate dopo l’occupazione.

In effetti, le guerre tradizionali a partire dalla seconda guerra mondiale sono diventate sempre più rare, anche in molte aeree permane una situazione di continua tensione, come tra le due coree.

Continuano, invece, a persistere parecchi focolai di guerriglia (Iraq, Afghanistan, Sudan ecc.) o insurrezioni interne, soprattutto in Medio Oriente e in Africa.

In effetti le guerre attuali sono la continuazione o la conseguenza del dissolvimento di grandi “imperi” come l’ex unione sovietica (vedi guerra tra Ucraina e Russia) o dovute all’insurrezione di popoli alla ricerca di maggior libertà e forme di democrazia, come quelle che hanno insanguinato quasi tutti i paesi del nord Africa nel 2013 e 2014. In altri casi si cerca solo maggiore autonomia.

 

LE STRATEGIE di PACE

Nel periodo della guerra fredda, fino alla caduta del comunismo, è stata la paura dell’olocausto nucleare a bloccare la minaccia di una terza guerra mondiale. Le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica possedevano da sole già tante armi nucleari da distruggere l’intero pianeta, ciò è bastato dal dissuaderle dall’usarle.

Ma iniziamo dalle strategie che nel passato si sono rivelate più efficaci per il mantenimento della pace. Esse sono:

 

1) La nascita di organizzazioni internazionali come l’ONU. Nessuno può negare che questo organismo internazionale, guidato dal consiglio di sicurezza dell’Onu, abbia avuto un ruolo decisivo nello spegnere molti conflitti e nell’evitare che si scatenassero diverse guerre.

 

2) L’affermarsi di alleanze militari come la NATO o come l’ex patto di Varsavia. Anche se all’inizio davano l’impressione che ci potessero spingere verso un terzo conflitto mondiale, tutto sommato hanno svolto una funzione positiva per il mantenimento della pace. Ad esempio, nessuno mai si è sognato di attaccare un paese dell’ex patto di Varsavia, in quanto sapeva che ciò avrebbe provocato una reazione completa di tutto il blocco sovietico. È lo stesso per la Nato. Le grandi alleanze militari, tutto sommato, hanno funzionato come deterrente.

 

3) I confini tracciati. Non solo in Europa, ma un po’ in tutto il mondo i confini degli Stati sono ormai definitivi e ci sono poche possibilità che possono subire dei cambiamenti in futuro. In effetti, ovunque c’è una forte resistenza a cambiare i confini usciti dalla seconda guerra mondiale, ciò ha spinto moltissimi ad accettare le situazioni esistenti, limitando le occasioni di conflitto. Non dimentichiamo che in passato questo tipo di dispute è stato uno dei motivi più frequenti di guerre.

 

4) La politica del non lasciar fare che si è andata affermando in questi ultimi decenni si è dimostrato un deterrente molto efficace. Stati Uniti e paesi europei si sono mostrati pronti a intervenire nei conflitti locali, ad esempio a proteggere il piccolo Stato nel Kuwait, aggredito dall’Iraq di Saddam Hussein.

È stato lo stesso nell’ex Jugoslavia, la Nato ha impedito alla Serbia di schiacciare i piccoli paesi nati dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia. Oggi in pratica, se uno Stato viene aggredito da un altro viene subito soccorso da una coalizione di stati. Nessuno si azzarda più a invadere uno Stato limitrofo, più debole, perché la comunità internazionale non glielo permetterebbe. Quindi, nessuna possibilità per un dittatore di avventurarsi in guerre di conquista allo scopo di crearsi un impero. L’era dell‘Impero Romano o di Alessandro Magno per fortuna è finita per sempre.

È stata una grossa conquista dell’umanità, se ci fosse stato questo modo di pensare nel 1939 Hitler sarebbe stato fermato subito. Per questo motivo pensiamo che ormai sia tramontata un’era. Difficilmente ci saranno altre guerre tradizionali come quelle che hanno insanguinato l’Europa o altri paesi del mondo nel passato.

Oggi nel XXI secolo, per fortuna, non si sopporta più un conflitto armato scatenato da un dittatore intenzionato ad allargare il suo territorio ai danni dei vicini.

 

Poi ci sono le “armi pacifiche”, che sono le sanzioni economiche e gli aiuti internazionali, ne parleremo nel prossimo paragrafo.

 

LE SANZIONI ECONOMICHE

     La maggior parte dei politici è scettica sull’efficacia di quest’arma in quanto convinta che è difficile far rispettare le disposizioni dell’ONU o un’eventuale decisione di embargo verso un determinato paese. Nel passato, infatti, quando si è ricorso a misure simili ci sono stati sempre dei paesi che hanno continuato a commerciare, se mai clandestinamente, con lo Stato sottoposto a sanzioni economiche.

Noi siamo convinti, invece, che nel futuro diventerà una delle principali strategie di dissuasione, questo per vari motivi:

 

  1. a) Non è vero che nel passato si sono sempre dimostrate inefficaci. In alcuni casi ha conseguito l’esito sperato. Ad esempio, il blocco dei voli commerciali da e per la Libia, effettuato diversi anni fa perché ritenuta responsabile di aver dato protezione a dei terroristi che avevano dirottato un aereo, causò a questo paese nordafricano danni economici rilevanti e problemi di vario genere. Non poter usufruire di collegamenti aerei col resto del mondo, costrinse Gheddafi a cambiare il suo atteggiamento e dopo di allora si è guardato bene dal dare rifugio a dirottatori o a persone responsabili di attentati.

A nostro avviso, anche se nel passato non si è riusciti ad essere sempre compatti nell’applicare le sanzioni, comunque si è esercitato una forte pressione sullo stato che si intendeva piegare. Ad esempio, prima della seconda guerra del Golfo, anche se non si riuscì mai a bloccare del tutto le esportazioni di petrolio dell’Iraq di Saddam Hussein (e le importazioni di prodotti occidentali), però si costrinse il dittatore iracheno a vendere petrolio al mercato nero a un prezzo nettamente inferiore a quello ufficiale. Lo si obbligò a operare nell’ombra e a commerciare con partner poco affidabili.

 

  1. b) Oggi non si crede molto in questa strategia, solo perché non dà i suoi frutti subito, ma ha bisogno di tempo per fare effetto. È sbagliato non riporvi molta fiducia perché, se usata bene, potrebbe risultare più risolutiva di qualsiasi minaccia o di una risoluzione dell’Onu.

Ad esempio, se tutti i paesi occidentali fossero compatti nell’introdurre dei pesanti dazi sull’importazione di prodotti cinesi, crediamo che la Cina non avrebbe altra possibilità che riconoscere l’indipendenza di Taiwan e smettere di creare situazioni di tensione per questo motivo. Oggi in un mondo globalizzato un paese che resta isolato, avrebbe serie difficoltà economiche.

 

  1. c) Le sanzioni economiche hanno l’indubbio vantaggio che difficilmente, al contrario della pressione militare, innescano una escalation che, poi, sfoci in un conflitto armato. In effetti si tratta di un’arma pacifica, priva di gravi effetti collaterali.

 

  1. d) È un’arma che va ancora “perfezionata”, inoltre bisogna sensibilizzare tutti sulla sua importanza e sulla sua efficacia, in modo che si cominci a temerla.

 

GLI AIUTI ECONOMICI. È un’arma che si è dimostrata particolarmente efficace verso i paesi poveri, cioè quelli in via di sviluppo, infatti, si può far pressione tagliando loro gli aiuti economici, boicottandone i prodotti o bloccandone i flussi turistici. Ad esempio, a volte si è riusciti a far sedere al tavolo della pace i palestinesi, promettendo loro cospicui aiuti. I mezzi di pressione economici sono tanti e dovrebbero essere usati al posto di quelli militari.

 

Non è solo il nostro pensiero. Un libro “Ethical realism” uscito in Usa nei primi mesi del 2007, criticava aspramente la politica dell’esportazione unilaterale e armata della democrazia e della guerra preventiva portata avanti dall’amministrazione Bush, con risultati a dir poco disastrosi (vedi la guerra in Iraq), sostenendo che “la diffusione della prosperità è più utile alla stabilità internazionale, più facilmente realizzabile con aiuti economici e con pressioni sui governi, che con metodi aggressivi”.

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