14 – MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE

CAPITOLO XV

MINISTERO della PUBBLICA ISTRUZIONE

La scuola è un’istituzione relativamente recente con la quale la società provvede alla trasmissione del proprio patrimonio culturale alle nuove generazioni. Le società odierne, infatti, sono portatrici di un sapere complesso, che non può più essere semplicemente appreso attraverso il contatto e la condivisione delle esperienze con le generazioni adulte. L’istruzione, perciò, è un servizio essenziale in quanto prepara i cittadini del domani, non solo i futuri lavoratori, ma anche i futuri quadri dirigenti. Più la scuola è qualificante, più le nuove generazioni saranno preparate per i compiti sociali e professionali che li attendono.

    Nell’Atene del V secolo a.C. erano le singole famiglie che pagavano maestri privati per istruire i figli e fornire loro, a seconda della disponibilità economica e della classe sociale a cui appartenevano, un’istruzione primaria o superiore. Nel mondo ellenistico romano solo i giovani destinati a diventare cittadini per nascita potevano accedere a un corso di studi controllato e organizzato dalla società, già una vera e propria scuola, ma finanziato quasi esclusivamente dalle famiglie. Nel corso del Medioevo le scuole esistevano solo per quei giovani destinati a diventare chierici, quindi solo presso strutture religiose. Nel Basso Medioevo la forma di educazione più diffusa era l’apprendistato.

A partire dal XV secolo, con il Rinascimento la nascita dello stato moderno sancisce l’avvento di un potere pubblico, che crea, organizza, finanzia istituzioni di pubblica utilità tra cui le scuole. Il movimento di scolarizzazione prende il via in sordina nel XV secolo, e vede un primo e più deciso impulso in Spagna, Francia, Inghilterra nei due secoli successivi.

 

Nel XVIII secolo la scuola è già considerata nei paesi più avanzati uno strumento imprescindibile della società che è necessario promuovere e migliorare. È, però, solo nella seconda metà del XIX che l’istruzione primaria diventa obbligatoria in alcuni stati europei: Francia, Germania, Inghilterra, Svizzera e Paesi Scandinavi. Nel XX secolo, dopo la seconda guerra mondiale, la scolarizzazione finalmente diventa un fenomeno di massa e si afferma il diritto all’istruzione gratuita.

Ma veniamo alle problematiche della scuola moderna. Dato che non solo sono molto numerose e complesse, ma in continua evoluzione, ci limiteremo a quelle più importanti.

 

UNA SCUOLA MIGLIORE

I fattori che rendono la scuola un’agenzia veramente educativa e rispondenti alle finalità, che è chiamata ad assolvere, sono principalmente 5:

 

Scopi e finalità. La scuola si propone soprattutto tre scopi: uno formativo, come promozione generale della personalità, uno informativo come diffusore di conoscenze e uno professionale, cioè di dare un minimo di qualificazione per l’avvio alle professioni. Nel campo della formazione bisogna scegliere gli obiettivi intermedi, ad esempio, favorire il senso di responsabilità, la creatività ecc., in campo informativo bisogna decidere quali conoscenze è opportuno che gli allievi apprendano (ne parleremo più avanti), in campo professionale, che subentra più tardi dopo la scuola dell’obbligo, occorre creare diversi tipi di scuola, ognuno dei quali indirizzi verso particolari competenze, ad esempio Istituto tecnico per geometri, l’istituto commerciale per ragionieri e così via.

 

La scuola, e questo in tutto il mondo, o mira a preparare i ragazzi in vista di un lavoro, insegnando nozioni di valore pratico o addestrando a specifiche attività, oppure si incarica di formare intellettualmente l’individuo principalmente attraverso gli studi umanistici. Ad esempio, la scuola statunitense è per tradizione formativa, mentre quella tedesca è orientata a insegnamenti funzionali alle esigenze economiche e industriali. La formazione generale ha il difetto di creare una scollatura tra scuola e mondo produttivo. Chi segue un orientamento tecnico professionale, invece, in genere è poco flessibile e resta vincolato a determinati tipi di apprendimento e abilità.

Nel mondo attuale prevale la ricerca di un equilibrio, anche se la tendenza a spostare in avanti il momento della professionalizzazione appare abbastanza evidente. A nostro avviso, l’aspetto formativo deve essere prominente fino al biennio delle scuole superiori, poi deve prevalere quello informativo e professionale, in modo da dotare gli studenti di un minimo di preparazione professionale che consenta loro un accesso qualificato al mondo del lavoro.

 

Le conoscenze. Una volta chiarito a quale di queste finalità bisogna dare la preminenza occorre stabilire i percorsi educativi da realizzare e le discipline da studiare nei vari tipi di scuola. In Italia, in linea generale, si predilige la cultura di tipo letterario (ad esempio, lo studio dei classici come Dante, Manzoni ecc. o del latino), poco adatta ai tempi moderni. Si dovrebbe, invece, dare più spazio alle scienze sociali (e a quelle tecnologiche), come psicologia e sociologia. Il discorso è troppo lungo, perciò ci limitiamo a dire che la scelta dei contenuti è basilare per la formazione delle nuove generazioni.

 

L’organizzazione. Una scuola è un’azienda particolare che produce formazione, con a capo un dirigente scolastico e diverse figure professionali i cui rapporti sono regolati dal diverso ruolo che ognuno di essi riveste. Da ciò l’importanza di organizzare la scuola adottando i metodi delle moderne aziende.

 

La burocrazia. L’aspetto burocratico e “la forma” non devono prevalere sulla sostanza. In certi paesi come l’Italia, spesso basta che “stanno a posto le carte”, il resto passa in secondo piano. Troppa burocrazia soffoca la vita della scuola, inoltre se i docenti devono passare ore a compilare registri, schede o a fare relazioni, dedicano meno tempo all’insegnamento e ai ragazzi, inoltre vanno sempre di fretta e sono stressati. Occorre cercare di ridurre al minimo la parte burocratica, almeno informatizzarla per lasciare più tempo alla didattica.

 

 Il personale. Una scuola che voglia essere all’altezza dei tempi deve avere innanzitutto dirigenti scolastici e docenti preparati professionalmente, questi ultimi devono conoscere la loro disciplina e avere il dono di saper trasmettere il sapere ai giovani. Ad ogni modo tutte le figure professionali che ruotano intorno alla scuola, dai tecnici di laboratorio, al personale di segreteria, agli ausiliari devono essere in grado di svolgere adeguatamente il loro lavoro. Non andiamo oltre perché ci torneremo più avanti. Nel nostro paese spesso prevale l’esigenza di dar un lavoro ai precari, facendo svolgere alla scuola una funzione di valvola di sfogo alla disoccupazione.

Le strutture. Una scuola per poter funzionare bene ha bisogno di aule spaziose, di laboratori attrezzati, di aule magne ecc., che devono essere arredate in modo funzionale. Come pure la manutenzione ordinaria deve essere affidata a ditte esterne, per avere lavori ben fatti, e non a società municipalizzate, che a volte intervengono male e tardi.

In conclusione, qualsiasi miglioramento di qualcuno di questi cinque fattori si traduce in un miglioramento del sistema scolastico. Bisogna cominciare, perciò, dai sistemi di reclutamento del personale docente, per finire agli edifici scolastici e fare dei progressi ogni anno, in ogni settore.

 

IL PERSONALE

Il problema verte principalmente intorno ai metodi di reclutamento, alla qualificazione professionale e all’aggiornamento, in modo che siano assunte le persone giuste e la scuola non diventi uno valvola di sfogo per lenire il problema della disoccupazione intellettuale. L’insegnamento, come il giornalismo o l’avvocatura è una professione che richiede personale altamente qualificato. Insomma, non tutti possono fare gli insegnanti. L’esperienza finlandese, che si è dotata di scuole all’avanguardia nel mondo, ci insegna che i docenti vanno accuratamente selezionati e poi professionalizzati. Vediamo velocemente tutte le tre cose.

 

    Il reclutamento. Deve avvenire unicamente attraverso concorsi pubblici per titoli ed esami. Il problema principale in Italia è liberare i concorsi dal clientelismo, un costume ben radicato (ne abbiamo parlato a proposito della corruzione), né bisogna continuare con la vecchia logica del punteggio acquisito con le supplenze che dà diritto di avanzare in graduatorie finché non si raggiungono i primi posti. In questo modo non si premiano i meriti ma l’anzianità.

In secondo luogo, nella scelta dei candidati non bisogna tener presente soltanto la preparazione culturale, ma anche se sono capaci di trasmettere in modo efficace le conoscenze alle nuove generazioni. A volte persone con un’ottima preparazione culturale, alla prova dei fatti, hanno dimostrato di non saper insegnare.

 

La professionalizzazione. Una volta che risultano vincitori di concorso, gli aspiranti insegnanti prima di essere immessi in ruolo, devono fare un corso teorico e pratico per prepararli ai loro compiti. In parole povere, oltre alla teoria, nel primo anno di insegnamento devono essere assistiti da un tutor, cioè da personale specializzato con anni di esperienza alle spalle, che deve essere presente per alcune ore alla settimana alle loro lezioni. Poi, in separata sede, spiega loro gli errori che hanno fatto durante la lezione, quelli che non devono fare, come far fronte a certi problemi come discenti particolarmente indisciplinati, come comportarsi per i compiti a casa ecc., insomma deve insegnargli il mestiere praticamente. Quest’anno di formazione non deve, perciò, consistere in formalità, con moduli e relazioni da compilare, ma avere dei risultati pratici effettivi.

L’aggiornamento. Sia docenti che i dirigenti devono essere periodicamente aggiornati sia per metterli al passo con i tempi, sia per migliorare la loro efficienza. Chiaramente bisogna pensare a qualcosa di più utile che le solite lezioni conferenza, con un docente universitario che si ferma a parlare per ore ad un’assemblea, pronta a dimenticare tutto ciò che ha recepito, appena finito il corso. In secondo luogo, devono essere docenti con anni di esperienza a tenere i corsi di aggiornamento, non professori universitari che se mai non hanno mai insegnato in una scuola inferiore.

   

    Le proposte. Nel caso non si è stati oculati, come in Italia, nel reclutamento degli insegnanti, poiché non si può licenziare dalla scuola da un giorno all’altro professori semmai di ruolo da anni, si può cercare di migliorare la qualità, in attesa di sistemi di reclutamento più meritocratici, in tre modi: 1) Istituire la figura del coordinatore didattico, 2) Declassare i docenti inadatti all’insegnamento. 3) Dotarsi di ottimi libri di testo e farli diventare il centro dell’attività didattica.

 

Il coordinatore didattico. L’idea è semplice, se una buona parte degli insegnanti non è adeguata al suo compito, perché non creare figure altamente professionali, cioè dei “super insegnanti”, che in ogni scuola diventino un punto di riferimento per tutti gli altri? In effetti, ogni coordinatore didattico dovrebbe seguire le attività didattiche di un numero limitato numero di classi, al massimo 10. Attualmente questi compiti dovrebbero essere svolti dai dirigenti scolastici, ma pochi lo fanno adeguatamente sia perché hanno una molteplicità di funzioni da assolvere, dalle piccole riparazioni, all’orario scolastico, sia perché spesso le classi da seguire sono troppe.

I coordinatori didattici, invece, avrebbero come unico e specifico compito quello di seguire le attività didattiche, presiedere i consigli di classe insieme al preside, coordinare l’azione educativa degli insegnanti, avere incontri mensili con i docenti, di cui supervisionano l’operato (ad esempio, possono essere presenti un’ora alla settimana durante le lezioni), e intervengono ogni qualvolta sorgono dei problemi. Inoltre devono diventare un punto di riferimento anche per alunni e per genitori. Se questi ultimi, ad esempio, si lamentano che l’insegnante di lingue non sa spiegare bene, il coordinatore didattico può essere presente durante le sue lezioni e verificare se egli veramente non sa spiegare bene o non sa tenere la disciplina in classe.

Una volta presa coscienza del problema interviene soprattutto dando i consigli giusti al docente (questo non davanti agli allievi) e stabilendo un piano di recupero. Non deve essere, infatti, a una figura “fiscale”, ma di sostegno al docente, cioè deve aiutare piuttosto che punire. In altre parole le maniere forti devono essere limitate solo a casi estremi, di docenti che si rifiutano di collaborare e che pretendono di fare i loro comodi in classe.

In questo modo verrebbe limitato lo strapotere degli insegnanti, che attualmente in materia di didattica, ma soprattutto di valutazione, hanno carta bianca. Abbiamo visto ragazzi penalizzati da professori nevrotici, che non sapevano spiegare o che pretendevano alle interrogazioni cose assurde. Ad esempio, in caso di contestazione, il coordinatore didattico può interrogare l’alunno per valutare la sua preparazione nella disciplina e poi predisporre un voto, anche se diverso da quello assegnato dall’insegnante.

In una classe quasi tutti gli alunni hanno pessimi voti in matematica? Il coordinatore didattico con un incontro con i ragazzi e uno con il docente, cerca di capire la causa di questa mancanza di profitto e di individuare il modo per superare il problema. Un alunno dà fastidio in classe e mostra segni di disagio? Il coordinatore didattico per prima cosa convoca per un colloquio il ragazzo, poi, se è il caso, fa intervenire uno psicologo, chiama i genitori ecc..

 

La cosa importante è che il coordinatore didattico, non può partecipare ai progetti, non può fare corsi di recupero o svolgere altre attività, deve dedicarsi soltanto all’azione educativa e didattica delle classi che le sono state affidate. Si può pensare anche a cattedre miste di 20 ore; 10 di insegnamento e 10 di coordinamento didattico. La riuscita di questa iniziativa, però, si basa sulla selezione, cioè bisogna scegliere i professori che sono veramente portati nell’insegnamento e che riescono molto bene nel loro compito, e sulla professionalizzazione, cioè deve essere gente veramente preparata.

 

    Il controllo della qualità dell’insegnamento. Un buon sistema scolastico deve prevedere anche dei meccanismi di controllo sulla qualità dell’insegnamento. Non deve accadere come in Italia, dove gli insegnanti in classe sono dei piccoli sovrani assoluti, che possono fare quello che vogliono e se un genitore, per il proprio figlio, incappa nella persona sbagliata, sono guai. Ogni anno migliaia di studenti nel nostro paese sono costretti a cambiare corso o istituto perché hanno dei problemi con qualche insegnante, altri sono costretti a mandare a ripetizione i loro figli per farli recuperare in alcune discipline.

La libertà di insegnamento è un diritto sacrosanto, ma non di rado i docenti ne approfittano per coprire le loro incapacità. Si sono verificati persino casi di maestre elementari che terrorizzavano i bambini con racconti di spiriti o di streghe o di insegnanti delle scuole superiori che interrogavano su argomenti che non avevano mai spiegato. Non andiamo oltre, l’importante è che devono esistere dei meccanismi di controllo. Ad es. si potrebbe prevedere un giudizio a fine anno da parte di un comitato di valutazione, composto dal dirigente scolastico ed alcuni insegnanti anziani, sentito anche il parere dei genitori delle classi dove il docente insegna.

 

    Il declassamento. In casi estremi cioè di insegnanti di ruolo, inadatti all’insegnamento, ad esempio perché soffrono di problemi mentali, il dirigente scolastico deve avviare una procedura per poterle trasferire ad altri incarichi. Stiamo parlando, però, di casi isolati, meno del 5% del corpo docente. Questi docenti, dato che non si può buttarli in mezzo la strada, devono essere passati nei ruoli amministrativi, nelle segreterie delle scuole o nei casi più gravi, faranno gli ausiliari.

 

I libri di testo. Se ci si dota di ottimi libri di testo e gli insegnanti, anche se non sono bravi, li utilizzano proficuamente, cioè ne illustrano il significato e ne utilizzano le prove di verifiche, la qualità dell’insegnamento può restare ancora a un livello accettabile. Non è certamente la soluzione ideale, ma un modo intelligente per mantenere alta la qualità della scuola finché non ci “attrezza” con una classe docente all’altezza dei tempi.

 

L’assenteismo. È inutile avere ottimi insegnanti, selezionati e preparati, se poi questi, per un banale raffreddore, se ne restano a casa. Per fortuna in Italia, questo problema ultimamente è stato ridimensionato perché si sono introdotte, delle trattenute per ogni giorno di assenza (ne abbiamo parlato nel ministero del lavoro). Bisognerebbe, invece, fare qualcosa di più per evitare l’assenteismo per “motivi scolastici”, come docenti che si sottraggono ai loro compiti per fare corsi di formazione, per partecipare a congressi o convegni, per l’expo, per le gite ecc. (per non parlare dei mandati o degli esoneri sindacali).

 

LE SCUOLE DELL’OBBLIGO

In tutti i paesi del mondo la scuola è divisa in cicli scolastici, quasi sempre 3: Scuole dell’obbligo, scuole superiori e università. Il sistema italiano non fa eccezione, anche se si differenzia in quanto la scuola secondaria (le attuali scuole medie inferiori) ha una durata di soli 3, mentre nella maggior parte degli stati più avanzati ne ha 4 o 5. In questi paesi il ciclo dell’obbligo si conclude normalmente a 16 anni e non si chiama, come in Italia, i ragazzi a fare una scelta precoce già al conseguimento del diploma di scuola media.

Le problematiche riguardanti la pubblica istruzione cambiano significativamente a seconda del tipo di scuola. Ogni scuola, infatti, rivolgendosi a un’utenza di diversa età non solo utilizza metodi di insegnamenti differenti, ma presenta una struttura ed un’organizzazione leggermente differente. Queste tematiche, perciò, sono divisibili in 5 gruppi: scuole materne; scuole primarie; scuole medie inferiori; istituti superiori e l’università.

 

LA SCUOLA MATERNA. Si tratta di una scuola di tipo preparatorio, infatti la sua frequenza nella maggior parte dei paesi non è obbligatoria; si rivolge a bambini di una fascia di età compresa tra i 3 (in qualche caso anche a 2 anni e mezzo) e i sei anni. La scuola materna non è più, da tempo, ritenuta solo il luogo dove accudire i bambini, ma è diventata luogo della loro prima formazione. Per sottolineare questa nuova funzione viene chiamata sempre più spesso “scuola dell’infanzia”. Il dibattito psicopedagogico degli ultimi decenni ha messo in evidenza l’utilità di questo tipo di scuola e la consapevolezza che un buon lavoro educativo è indispensabile per creare condizioni capaci di stimolare l’interesse del bambino, valorizzando al meglio le sue potenzialità. Le problematiche sono molto simili a quelle della scuola primaria.

 

LA SCUOLA PRIMARIA. L’organizzazione della scuola primaria o elementare è praticamente identica in quasi tutta l’Europa, sia sotto il profilo dell’articolazione in classi, sia per quanto riguarda gli obbiettivi didattici, che riguardano l’apprendimento delle abilità primarie (lettura, scrittura e calcolo) e di un bagaglio di nozioni relative alla lingua e alla letteratura, all’arte e alla musica, alla religione, alla storia, alla geografia e così via.

La scuola elementare è quella che risente di un più stretto e frequente controllo da parte dello Stato. In Italia dal 1990-91 è entrata in vigore una riforma che oltre a prevedere una riorganizzazione dell’orario, delle classi e del lavoro degli insegnanti (che viene articolato su due o più classi), introduce lo studio delle lingue straniere e dell’informatica.

 

Le Problematiche primarie. Le problematiche aperte sono molte, perciò ci soffermeremo soltanto su alcuni punti. Abbiamo privilegiato nella nostra scelta, non i problemi più importanti, ma quelli di cui si parla di meno.

 

Vacanze estive. Oggi in Italia gli alunni restano a casa per più di tre mesi, è sbagliato soprattutto per due motivi: a) Si mette in seria difficoltà i genitori che lavorano entrambi, che non hanno a chi lasciare i figli. b) Lasciare i ragazzi a casa per troppo tempo spesso significa un regresso dal punto di vista scolastico, ci sono bambini che dimenticano come si fa la divisione o altre cose imparate a scuola. Bisognerebbe tenerli impegnati almeno fino alla fine di giugno e farli riprendere i primi di settembre. In altre parole la scuola primaria non dovrebbe essere chiusa più di due mesi all’anno.

 

Il tempo pieno. Non si deve risolvere in una dilatazione dell’orario scolastico mattiniero, con l’aggravante che quando i bambini arrivano a casa sono troppo stanchi per fare i compiti. Deve essere organizzato come un’offerta formativa completa di attività didattiche, ginniche ecc., con mensa, persino di intervallo in giardino. Chiaramente gli alunni che frequentano il tempo pieno non solo non devono avere compiti a casa, ma essere liberi il sabato. Chi esce alle 16 da scuola non può passare il resto del giorno a fare esercizi o composizioni, altrimenti significherebbe lasciare al bambino poco tempo per le relazioni familiari e per i giochi, depredandolo della sua infanzia.

La scelta del tempo pieno o normale dovrebbe essere lasciato ai genitori e non “imposto” con pressioni dai professori solo per aumentare i posti di lavoro. Alcune ricerche hanno messo in evidenza che molti bambini non sopportano di stare a scuola tante ore. Casi di genitori che avevano i figli, svogliati, poco motivati e con evidenti difficoltà di apprendimento, sono stati risolti con il loro trasferimento al tempo normale. In effetti, bisogna vedere, caso per caso, quale è la soluzione migliore e non adottare il tempo pieno solo per compiacere gli insegnanti.

 

LA SCUOLA SECONDARIA

La scuola media costituisce un approfondimento e un ampliamento delle acquisizioni della scuola elementare. Materie fondamentali sono la lingua italiana, la storia, la geografia, la matematica, le scienze naturali, una lingua straniera, le discipline tecniche e l’educazione fisica.

La scuola media inferiore deve continuare a essere non selettiva, in modo che tutti abbiano una possibilità. È giusto, però, dare anche agli alunni più bravi la possibilità di una formazione non appiattita su livelli modesti. Per questo si suggerisce l’adozione di corsi pilota per i bambini particolarmente dotati. Ci torneremo più avanti.

Le Problematiche primarie. Anche qui ci resta impossibile approfondire tutto, perciò ci limiteremo solo ad alcune proposte.

 

Valutazione. Nella scuola dell’obbligo italiana, la valutazione, tradizionalmente espressa da parametri numerici è stata da tempo sostituita dall’accertamento dei livelli di apprendimento conseguiti espresso in “giudizi”. Una riforma che se da una parte ha abolito il voto, troppo arido e privo di indicazioni, da un’altra ha burocratizzato la valutazione, per questo motivo andrebbe ricercata una soluzione che sommasse i vantaggi dell’uno e dell’altro sistema. Non andiamo oltre, perché significherebbe trascinare il discorso sul piano didattico.

 

Corsi di recupero. Sarebbe bene introdurre dei corsi di recupero obbligatori da tenere nelle prime 3 settimane di settembre per gli alunni che non hanno raggiunto i requisiti minimi o hanno accumulato dei ritardi nella preparazione. In questo modo, i ragazzi, in difficoltà, potrebbero iniziare l’anno scolastico un po’ più preparati dell’anno precedente.

 

Corsi pilota. Per evitare che gli allievi più bravi e i più intelligenti siano privati della possibilità di approfondire i contenuti e raggiungere conoscenze più articolate, sarebbe opportuno costituire, nelle scuole più grandi, ogni 4 o 5 corsi, un corso pilota destinato ai più bravi. Oggi questi alunni sono sacrificati in quanto costretti a uniformarsi a quelli più lenti, infatti, spesso le classi sono appiattite verso il basso. L’idea è di costituire, sul modello degli streams in uso in Gran Bretagna, delle sezioni destinate agli alunni più meritevoli e intelligenti. Si otterrebbe un duplice risultato: nei corsi pilota ci sarebbe la possibilità di approfondire di più le conoscenze e innalzare i livelli di apprendimento. Per secondo, si otterrebbero classi molto più omogenee e più facili da gestire dal punto di vista didattico.

 

La ripetizione della classe. Gli inglesi, ma non solo essi, non ritengono proficuo il sistema di non ammettere alla fine dell’anno l’alunno alla classe successiva, infatti nelle loro primary school si promuove tutti. Il motivo principale è non costringere l’alunno a risentire le lezioni dell’anno precedente, il che uccide in loro la curiosità e fa perdere interesse della scuola, nonché mina l’autostima. Si tratta di una posizione discutibile, tuttavia fondata su valide ragioni per questo dovrebbero essere per lo meno evitati certi eccessi, come ad es. bocciare mai per due anni consecutivi, per non costringere l’alunno a stare in classe con bambini molto più piccoli di lui. Per secondo, nella scuola dell’obbligo la ripetizione della classe dovrebbe essere un fatto eccezionale, limitato ai casi in cui l’alunno non ha la strumentalità di base del potere seguire proficuamente le attività didattiche della classe successiva.

 

L’obbligo scolastico. Il ciclo di studi dell’obbligo dovrebbe incominciare con la scuola elementare e concludersi con il biennio delle scuole superiori, biennio che dovrebbe essere considerato un vero e proprio prosieguo della scuola media. Il che significa scuola non selettiva, mentre attualmente il maggior numero di bocciature si verifica proprio nei primi anni delle scuole medie superiori, ed insegnamento impostato con metodologie simili a quelle della scuola media inferiore.

Non solo, ma il biennio delle superiori dovrebbe essere uguale per tutte le scuole in modo che, poi, l’allievo possa scegliere con sicurezza qualsiasi indirizzo di studio (anzi si potrebbe dare, addirittura, la possibilità alle scuole medie inferiori che hanno lo spazio per farlo, di svolgere i corsi nei loro edifici). In questo modo l’allievo, è chiamato a fare una scelta sul suo futuro, non dopo la licenza media, ma due anni dopo, quando ha acquisito maggiori conoscenze ed è più maturo per valutare le sue possibilità.

 

Non è ritenuta, invece valida, l’idea, ventilata in certi ambienti di sinistra, di estendere l’obbligo scolastico fino a 18 anni. Questo per vari motivi:

Per primo, è inutile trattenere a scuola fino a 18 anni ragazzi che non hanno a nessuna voglia e attitudine per lo studio. È uno spreco di tempo e di risorse. I ragazzi che non amano lo studio a 16 anni possono incominciare a lavorare in una fabbrica e quindi a guadagnare, che serve tenerli ancora due anni nelle scuole, pesando sui sempre più magri bilanci familiari?

Per secondo, a 18 anni sono troppo grandi per imparare un mestiere. Un ragazzo che esce dalla scuola quasi a 19 anni non è disposto a fare apprendistato nella bottega di un artigianato (una volta chi non intendeva studiare lo faceva subito dopo la terza media). Se si dà loro in mano un diploma, chiaramente poi rifiuteranno di fare i lavori manuali. E allora si verifica che gli italiani restano disoccupati, mentre per lavori come imbianchino, elettrauto, meccanico, fornaio ecc., bisogna ricorrere agli stranieri.

 

È vero, dovrebbe essere la scuola professionale ad avviare a certi mestieri, ma spesso danno una preparazione prevalentemente teorica e inadatta a svolgere un mestiere come elettrauto, meccanico, radio tecnico ecc.. In certe cose la pratica conta molto e tanti lavori si apprendono con l’esperienza, non con le lezioni teoriche.

Infine, molti istituti professionali sono diventati un rifugio per gli alunni più scadenti, che non hanno voglia di far niente, perciò il loro livello è piuttosto basso. E quando escono da queste scuole sono troppo grandi per fare apprendistato.

 

Se si vuole che gli alunni finiscano il loro corso di studi a 18 anni bisognerebbe pensare a scuole professionali più pratiche, ad esempio 2 giorni alla settimane seguirebbe corsi teorici e 4 farebbe pratica presso un’azienda. L’importante è che si offra questi alunni qualcosa di più di una scuola di sole lezioni orali di mattina.

 

GLI ISTITUTI SUPERIORI

Il nostro modello, come abbiamo accennato, divide la scuola superiore in due cicli: un biennio che abbiamo chiamato formativo, e un triennio informativo. In effetti, alla fine del biennio di ragazzo viene chiamato a fare una scelta decisiva, se intende o no continuare la scuola.

Nel secondo caso o si avvia al mondo del lavoro o opta per corsi professionali. Nel primo caso, invece, viene chiamato a scegliere un indirizzo di scuola. Però, a differenza di adesso, il triennio non è un parcheggio per adolescenti in attesa di diventare “grande”, chi intende proseguire deve impegnarsi e dimostrare di avere conseguito gli obiettivi minimi. In effetti con il biennio finisce il ciclo dell’obbligo, la scuola di massa ecc., chi intende andare avanti deve essere disposto a studiare seriamente. Con questo non si intende dire che le scuole superiori devono divenire selettive, ma solo che tutti gli allievi che non raggiungono gli obiettivi minimi o non si impegnano adeguatamente devono essere fermati. In altre parole, deve finire l’epoca degli asini con un diploma. Lo studio, dal triennio in poi, diventa una cosa seria e per essere promossi occorre fare qualcosa di più che vegetare in classe.

 

Il biennio formativo. La caratteristica basilare del biennio formativo non dovrebbe essere quella di essere propedeutico al triennio successivo come è adesso, ma quello di fornire all’alunno delle conoscenze di cultura generale che gli possono essere d’aiuto nella vita, sia che intenda andare all’università, sia che si avvii nel mondo del lavoro. Ad esempio dare delle nozioni di economia a questi ragazzi significherebbe far capire loro come funziona il mercato, che i prezzi sono determinati dall’incrocio della domanda con l’offerta, che cosa è il cambio ecc.. Conoscenze di cui ha bisogno non soltanto colui che si avvia nel mondo del lavoro, ma anche chi intraprenderà studi universitari di medicina o di giurisprudenza. A nostro avviso dovrebbero essere impartite anche lezioni di psicologia, di economia, sociologia, diritto ecc., insomma si dovrebbero insegnare tutte le conoscenze che possono servire nella vita.

 

    Il triennio informativo. Nel triennio l’aspetto professionale deve prevalere su quello formativo. In effetti al discente bisogna fornire tutte le conoscenze di cui avrà bisogno nell’avvio ad una professione o per l’accesso alle varie facoltà universitarie.

 

Si possono prevedere tre tipi di scuole superiori:

I licei. Propedeutici all’università, devono essere tanti quanti sono gli indirizzi universitari a cui possono dare accesso. Ad esempio, il liceo classico, che prepara allo studio di lettere, storia e geografia, archeologia ecc., quello scientifico, che prepara allo studio di scienze naturali, fisica e chimica, il liceo psicopedagogico, che prepara allo studio di psicologia, pedagogia, sociologia; liceo linguistico, specializza nello studio delle lingue e così via.

 

    Gli istituti tecnici. Hanno sia uno scopo professionale che propedeutico all’università. Ad esempio, nel triennio i geometri devono imparare a progettare, a fare i calcoli, i ragionieri a fare la contabilità e così via. Nello stesso tempo devono fornire un minimo di “infarinatura”, in modo che gli allievi all’università partano già con una buona preparazione. Ad es. chi proviene da un istituto tecnico per geometri sa già disegnare un edificio e ha delle conoscenze tecniche, se si iscrive alla facoltà di ingegneria.

 

Gli istituti professionali. Devono avere vari indirizzi, ognuno dei quali con una sua specifica collocazione nel campo del lavoro: l’industria, l’artigianato, per le attività marinare, alberghiere ecc.. Le esercitazioni pratiche o di laboratorio, in questo tipo di scuola, devono avere un ruolo centrale. È bene non considerare questi istituti come scuole di seconda categoria perché la formazione professionale è importantissima per il sistema economico.

 

Corsi apprendistato. Sono scuole professionali gestite dagli enti locali in cui si svolgono prevalentemente insegnamenti pratici. Nel primo anno gli allievi potrebbero ricevere insegnamenti teorici relativi alla loro specializzazione, dal secondo in poi soprattutto insegnamenti pratici, ad es. nei corsi per carrozzieri imparano a verniciare, a saldare e così via. In alternativa, si potrebbe organizzare le cose in modo che tre giorni alla settimana vanno a scuola, e tre a fare pratica presso un artigiano o un’azienda. In questi modo gli allievi uscirebbero dalla scuola non solo con una preparazione professionale adeguata, ma anche con una certa esperienza che potrebbe contare molto per il loro inserimento. Bisogna prevedere, però, agevolazioni fiscali e contributi sociali bassi per invogliare gli artigiani ad assumere questi apprendisti.

 

I “multi istituti”. Non è una cosa del tutto nuova, già esistono delle scuole che hanno al loro interno più indirizzi, ma a nostro avviso dovrebbero diventare la norma. Il problema è che i ragazzi che abitano nei piccoli centri o nelle grandi città spesso sono costretti a fare molti chilometri per raggiungere il tipo di scuola da essi prescelto. Se, invece, nello stesso edificio convivessero più tipi di scuola superiore sarebbe tutto più semplice. Ad esempio, i licei dovrebbe avere al loro interno sia classi del liceo classico e di quello scientifico o di quello socio psicopedagogico. Nei piccoli paesi dovrebbero esistere, addirittura, degli istituti con sezioni con classi di liceo e degli istituti tecnici. Il vantaggio è l’enorme risparmio in termini di spese per trasporti scolastici (con grande beneficio anche per l’ambiente), meno tempo perduto per gli spostamenti e meno stress per gli allievi. Gli istituti tecnici che richiedono particolari laboratori potrebbero essere accoppiati con scuole professionali.

 

Una scuola alternativa. In alcuni paesi non sono i professori a cambiare aula, ma gli alunni, cioè c’è l’aula di disegno, quella di matematica, quella di lingua straniera ecc.. Il sistema ha l’indubbio vantaggio che le lezioni si svolgerebbero sempre in aule attrezzate che permetterebbero anche esercitazioni pratiche. Inoltre questo sistema non costringerebbe gli alunni all’immobilità nello stesso banco per ore e li responsabilizzerebbe in quanto dovrebbero imparare a gestire il proprio piano di studi.

 

    Il permissivismo. In alcuni quartieri (non solo in paesi arretrati ma anche in Italia o negli USA) in molte scuole hanno seri problemi di disciplina e spesso vige un clima di lassismo. A nostro avviso ci dovrebbero essere maggiori controlli sia verso i docenti, che se sorpresi ad andare in giro lasciando la classe incustodita (lo stesso dicasi per quelle “signore” che passano ore a parlare nei corridori con le colleghe) devono essere severamente sanzionati, sia verso gli alunni che si rendono colpevoli di gravi episodi di indisciplina o di bullismo. In casi si dimostrino insensibili a ogni provvedimento bisognerebbe dare al capo di istituto il potere di espellerli per salvaguardare i diritti di coloro che vogliono apprendere.

Ad ogni modo la questione è molto più complessa e perciò va studiata con attenzione, l’importante è non sottovalutare il problema e non permettere che alcune “teste calde” creino un clima di tensione e rendano difficili i percorsi di apprendimento nella scuola pubblica. Bisogna smettere di credere che se un alunno non apprende è sempre colpa dell’insegnante, perché non è vero. In secondo luogo bisogna salvaguardare prima i diritti di chi vuole apprendere che quelli dei ragazzi caratteriali. Da noi abbiamo avuto casi di figli di nomadi, per lo più stranieri, che nelle scuole pubbliche hanno causato seri problemi di disciplina rendendo molto impossibile il compito agli insegnanti. Molti genitori sono stati costretti a trasferire i loro figli altrove. Non bisogna permettere una cosa del genere, per essi bisogna prevedere periodi di espulsioni di due settimane per ogni mancanza grave e, nei casi più difficili, prevedere cassi differenziate o insegnanti di sostegno specializzati.

 

LE UNIVERSITÀ

L’università si differenzia dalle scuole inferiori per 4 caratteristiche principali: 1 – Vi si accede dopo aver completato il ciclo d’istruzione superiore 2 – Dopo un corso di studi si consegue un diploma di laurea che da diritto all’esercizio di una professione (per questo motivo le facoltà devono essere organizzate in modo che ogni indirizzo corrisponda a un settore economico specifico). 3 – L’aspetto formativo è trascurato mentre prevale nettamente quello professionale. 4 – Gli studenti sono ormai persone adulte con tutto ciò che ne consegue, ad esempio non esistono problemi di disciplina nelle ore di lezione o possono essere arrestati se sorpresi a far uso di droga nelle aule.

 

Il sistema anglo americano. Nel mondo anglosassone, in particolare negli Stati Uniti e in Canada, gli studenti inizialmente frequentano, per una durata che va dai 2 ai 4 anni, una serie di corsi di cultura generale. Ogni anno di college (termine che nell’ordinamento scolastico inglese indicava il luogo di residenza degli studenti all’interno dell’università) è suddiviso in più sessioni (trimestrali, quadrimestrali o semestrali) al termine delle quali si può essere ammessi a corsi di specializzazione come i master e il dottorato.

Il primo livello di studi universitari si conclude con un diploma, detto degree, che è in genere un bachelor (Bachelor of Arts, B.A., o Bachelor of Science, B.Sc. o B.S.). A un primo livello di specializzazione si può, poi, ottenere, dopo uno o più anni di corsi e in genere la presentazione di una dissertazione, il titolo di Master of Arts (M.A.), di Master of Science (M.Sc.), di Master of Business and Administration (M.B.A.) o di Master of Letters (M.Litt., rilasciato di norma dopo la presentazione di una dissertazione che sia riassuntiva di un significativo lavoro di ricerca scientifica). A un livello superiore si colloca, infine, il titolo di Doctor of Philosophy (D.Ph. o Ph.D.), conferito, a seconda delle università, dopo alcuni anni di corsi e dietro presentazione di un lavoro di ricerca che sia scientificamente innovativo.

    L’università in Italia. Una volta l’Italia, stiamo parlando degli anni ‘60, aveva una buona università, non una delle migliori, ma in grado di competere alla pari con quelle dei paesi più avanzati. Poi, per una serie di motivi, tra cui le riforme introdotte dopo contestazioni giovanili del ’68, le cose sono peggiorate notevolmente. Se da una parte l’università è diventata più democratica e aperta a tutti, dall’altra ha incominciato un lungo periodo di declino che non si è fermato neanche in questi anni.

Le innovazioni che più hanno contribuito al suo decadimento sono state: l’introduzione dei piani di studio, che si è tradotto in una proliferazione di cattedre (si inventavano discipline incredibili pur di dare una cattedra ai protetti di qualche politico), l’abolizione della frequenza obbligatoria (si è arrivata al punto che la maggior parte degli studenti si preparava a casa gli esami e si presentava all’università soltanto il giorno degli esami), le assunzioni clientelari (per diventare docente universitario bastava fare il portaborse per alcuni anni di qualche docente e poi aspettare l’immancabile sanatoria), la poca attenzione verso la qualità degli studi (c’è stato addirittura un periodo in cui in alcune facoltà è stato adottato il 18 politico, cioè il superamento dell’esame con il minimo garantito anche per quelli che erano troppo occupati a fare la rivoluzione per studiare) e altre misure che qui sarebbe troppo lungo soffermarsi a elencare.

Dopo di allora, cioè dagli anni ‘90 in poi, l’innovazione in campo universitario ha assunto altre direzioni. Si è incominciato a scopiazzare, spesso in modo sempliciotto, il sistema universitario americano o quello di altri paesi europei (una delle novità che ci deriva dal mondo anglosassone è l’introduzione dei master). Ma queste riforme, soprattutto per il perdurare di pratiche clientelari e la mortificazione di criteri meritocratici, non hanno prodotto i risultati sperati. Oggi, le università italiane, non solo non godono di buona fama, ma continuano ad occupare le ultime posizioni tra i paesi più avanzati nelle graduatorie che ogni anno vengono preparate dai istituti specializzati. In pratica precedono solo quelle dei paesi emergenti, per non parlare di Cina e India che ormai possono vantare università di gran lunga migliori delle nostre. Nel 2010 in una graduatoria compilata dal giornale “Times” nessun ateneo italiano figurava nei primi 100 posti.

Non andiamo oltre, per passare subito a dare delle linee guide per costruire un modello di università che sia in linea con i tempi.

 

LE UNIVERSITÀ POPOLARI

È un’esigenza di cui si sono resi conto già in molti paesi avanzati, non ci può essere un solo tipo di università a numero chiuso, destinata a pochi “eletti”. Un paese veramente all’avanguardia deve prevedere due tipi di istituti universitari:

1) Le Università agli studi, vere e proprie, a numero chiuso, che devono essere dei centri di eccellenza e di ricerca destinati ai giovani più valenti. 2) Le università popolari, destinate alle masse e a tutto coloro che vogliono elevare la loro cultura e la loro professionalità, anche in età adulta.

Il motivo di questa duplice possibilità è piuttosto semplice. Le università maggiori, hanno un carattere selettivo, perciò destinate a minoranze elitarie, per questo incapaci di rispondere alle esigenze di istruzione e di acculturazione delle masse. Il problema si pone soprattutto per i giovani che non riescono ad entrare nelle università, perché non creare dei centri di specializzazione e di cultura anche per loro? Ad esempio, in molti paesi si sono create le università della terza età. È stata la risposta intelligente alla domanda di istruzione dei pensionati, crediamo che si debba fare lo stesso anche per i giovani e i meno giovani che non sono riusciti a trovare un posto nelle università maggiori.

 

A Cuba non è raro vedere gente che studia all’università a cinquant’anni, in Gran Bretagna esistono i politecnici, università minori ecc., ma crediamo che si possa essere sordi a questa richiesta che viene da una parte della popolazione, come quella dei giovani che non hanno potuto frequentare l’università, perché costretti a lavorare. Per questo motivo, accanto all’università vere e proprie, selettive ed attenta alla qualità degli studi, devono esistere degli istituti universitari minori. Le abbiamo chiamate “università popolari”, ma si possono chiamare in un modo qualsiasi.

Accenniamo solo brevemente alle loro caratteristiche, per questioni di brevità. I corsi dovrebbero durare in media 1 o 2 anni più delle università vere e proprie. Il titolo di studio, chiaramente, sarà meno “pregiato” e darà un punteggio inferiore per l’accesso ai concorsi. Chi esce da queste università, ad esempio, non può aspirare a insegnare in un’università o nelle scuole superiori, né accedere a posti di grande responsabilità.

La frequenza non deve essere obbligatoria e occorre prevedere anche corsi via Internet o con cassette audiovisive. Se si vogliono mantenere delle prove di ammissione, queste non devono essere così selettive come quelle delle università normali, in altre parole sono ammessi tutti gli allievi che dimostrano di possedere certi requisiti. Non andiamo oltre perché l’argomento è piuttosto vasto, diciamo soltanto che queste dovrebbero essere delle università “minori” destinate a soddisfare le richieste di quella parte della popolazione desiderosa di maggiore istruzione e professionalità, ma che non ha avuto la fortuna di poter frequentare le università “a numero chiuso”.

 

LE UNIVERSITÀ agli STUDI

Devono essere istituti universitari, a differenza delle università popolari, molto attenti alla qualità degli studi, con frequenza obbligatoria, corsi a numero chiuso ecc., in altre parole, scuole di eccellenza. Inoltre, ogni facoltà svolge ricerche ed è collegata con il mondo del lavoro, in modo da creare un raccordo tra università e industria. In parole povere un ateneo per essere considerato una vera università, deve dimostrare di avere certi standard qualitativi, accertati con controlli periodici. Diciamo solo che oggi soltanto una minoranza delle università italiane risponde a questi requisiti.

I CORSI di LAUREA. L’esperienza ci insegna che è opportuno dividere l’università in grossi plessi, ognuno dei quali offre un certo numero di corsi di laurea. Vediamo quali potrebbero essere le facoltà di studio.

   Università agli studi letterari e pedagogici. Dovrebbero svolgere dei corsi di laurea in lingue, in letteratura italiana, in pedagogia, in filosofia, in psicologia, diplomi di archeologia ecc.. Di questo gruppo dovrebbe far parte anche la facoltà di scienze dell’educazione.

 

Università agli studi scientifici. In questo istituto universitario ci si potrà laureare in scienze naturali, in chimica, in fisica, in matematica e così via. Si farà sperimentazione in collaborazione con le migliori industrie e gli istituti nazionale di ricerca. Anche la facoltà di informatica deve far parte di questo plesso. Anche qui si parte da un corso di laurea base, per poi avere altri corsi che danno diritto alla professione come geologo, chimico, naturalista e così via.

 

   Università agli studi giuridici. In questa università non ci saranno solo i corsi di laurea in giurisprudenza, ma anche corsi per il personale che lavora nei tribunali, corsi per la professione di giudice, per assicuratori, persino corsi semestrali per amministratori di condominio.

Si parte da corsi di laurea di base in giurisprudenza, per poi passare a corsi per avvocati penalisti, civilisti ecc..

 

    Università agli studi economici. Non comprenderà solo la laurea in economia e commercio, ma anche corsi per marketing e laurea in scienza statistica, diplomi per esperti fiscali o per impiegati di banca. Come pure comprenderà lauree brevi per contabili e consulenti fiscali.

 

I politecnici. In questi istituti troviamo tutte le lauree in ingegneria, in architettura e qualsiasi professione che si interessi di progettazione.

 

    I policlinici. Questi istituti universitari devono svolgere tutti i corsi di laurea che introducono all’esercizio della professione medica. Non solo la laurea in medicina, ma anche corsi per infermieri, per paramedici, per radiologi, dentisti, persino per psicologi clinici e psichiatri e per farmacisti.

I corsi devono essere a vari livelli: biennali per i paramedici (le specializzazioni più semplici) a quadriennali o quinquennali per le lauree. Ci devono essere poi le specializzazioni, i corsi di aggiornamento per gli ospedalieri, persino corsi per primari. Nei policlinici si deve fare ricerca, sperimentare nuovi farmaci e ai corsi teorici devono affiancarsi sempre attività pratiche, per questo motivo i policlinici devono avere sempre delle strutture ospedaliere proprie.

Per la professione medica deve essere previsto un corso di laurea di base di quattro anni, al termine del quale bisogna scegliere: o ci si avvia alla professione libera (medicina di base), in questo caso bisogna fare un ulteriore corso di tre anni, teorico e pratico, oppure lo studente inizia una specializzazione. In effetti, il corso di laurea in medicina, in cui si acquistano le basi teoriche, deve essere soltanto propedeutico. Solo successivamente ogni studente frequenterà un corso specifico che lo qualifichi per la professione che intende fare.

 

  L’accademia alle belle arti. Questi istituti terranno corsi di pittura, di grafica, di restauro di opere antiche, ma anche di operatore cinematografico, per cameraman e altre figura inerenti ai mass media, in particolare cinema e televisione. Devono essere previste persino delle lauree per sceneggiatori, scenografi e così via.

 

LE PROBLEMATICHE

Le problematiche inerenti l’università sono davvero numerose e complesse, per questo ci limiteremo ad accennare quelle più importanti.

Il numero chiuso. Nella maggior parte dei paesi del mondo ormai esiste il numero chiuso, cioè all’università sono ammessi solo gli studenti più bravi. La selezione è per titoli e per esami. Il numero degli studenti ammessi, questo a livello nazionale, deve essere fissato soprattutto in rapporto alle richieste del mercato. È assurdo che ogni anno, ad esempio, la facoltà di giurisprudenza (o quella di lettere) accetti 100.000 studenti, e poi questi, una volta laureati, avranno seri problemi a trovare lavoro, perché ne sono troppi. In effetti, occorre calibrare bene le iscrizioni, perché se si laurea troppa gente in un settore, ci sarà l’inflazione di quel tipo di laurea. Se, al contrario, il numero dei laureati è insufficiente a coprire le richieste del mercato, ci sarà una carenza di professionisti.

 

L’ammissione. Deve essere per titoli e per esami. Per quanto riguarda i titoli, deve essere valutato tutto il curriculum dello studente dalla terza media in poi. Non solo, ma deve essere calcolato anche un punteggio aggiuntivo a coloro che provengono da famosi licei o da scuole superiori che hanno fama di essere serie e severe. Non è giusto che il voto di diploma conseguito in un piccolo istituto di provincia, dove in pratica si promuove quasi tutti, valga lo stesso punteggio di quello di un famoso liceo al centro di Milano, dove hanno studiato i nomi più prestigiosi della cultura italiana. Come pure i diplomi conseguiti da privatista o frequentando scuole private, del tipo “recupero anni perduti”, devono essere valutati con un punteggio minore.

Per quanto riguarda le prove di ammissione, esse devono basarsi soprattutto su varie prove scritte, con criteri di valutazione oggettivi. Inoltre, bisogna dare la possibilità ai candidati, dopo la pubblicazione dei risultati, di poter visionare i propri elaborati in modo che possono controllare che non sono stati fatti imbrogli. In effetti bisogna adottare criteri meritocratici, mettendo tutte le misure opportune per evitare pratiche clientelari.

 

    La qualità degli studi. Un pericolo delle università a numero chiuso è che si può creare una categoria di “privilegiati”, che pensano di avercela fatta ormai, e perciò, una volta dentro, non si impegnano più di tanto. In altre parole, una volta ammessi all’università gli studenti si convincono che gli esami sono quasi una formalità e che nessuno li metterà fuori e perciò si appiattiranno su livelli modesti. Per scongiurare questo pericolo bisogna che il voto resti sempre molto importante e che, perciò, gli studenti cerchino di conseguire il massimo. Per secondo, bisogna stabilire degli obiettivi minimi. Gli allievi che non li raggiungono devono essere obbligati a passare nelle università popolari.

 

La frequenza. È un altro dei punti più importanti, in un’università che si rispetti la frequenza ai corsi non può non essere obbligatoria. Però anche qui bisogna essere abbastanza elastici, ad esempio è sufficiente essere presenti ai 2/3 delle elezioni per avere diritto a sostenere l’esame. In secondo luogo la frequenza deve essere organizzata in modo che occupi non più di tre mattinate e di due pomeriggi, in modo da lasciare allo studente sempre mezza giornata per lo studio individuale a casa. Se si obbliga gli studenti a restare all’università quasi tutto il giorno, per lezioni, attività di laboratorio, esercitazioni ecc., quand’avranno il tempo di studiare?

 

I piani di studio. I corsi di lauree devono prevedere in stragrande maggioranza corsi di studi obbligatori, i cui programmi sono stabiliti da una commissione di professori appartenenti all’università più prestigiose, solo il 10% può essere a scelta dello studente, ma sempre di discipline attinenti al tipo di laurea. Ad esempio, chi è iscritto alla facoltà di giurisprudenza, può scegliere di fare gli esami di politica economica e di economia politica, per dare un indirizzo tributarista.

 

I dipartimenti. Le Università devono essere divise per dipartimenti, ad esempio presso la facoltà di psicologia ci sono dipartimenti come psicologia generale e psicologia clinica. A capo di ogni dipartimento c’è un professore, il titolare di cattedra, che è colui che ha funzione di dirigente scolastico. Poi ci sono i docenti ordinari, che sono professori di ruolo assunti con normale concorso. In ultimo ci sono i ricercatori o le persone sul part-time. La cosa importante che il corpo docente non sia costituito da precari, ma da personale professionista assunto con concorsi pubblici.

 

    Le specializzazioni devono essere studiate in modo che corrispondono alle richieste del mercato: ad esempio ci sarà ingegneria civile, per coloro che dovranno costruire case, ma anche ingegneria elettronica per coloro che vogliono progettare nuovi computer. Bisogna evitare, invece, di creare lauree fantasiose che, poi, non servono a niente. Inoltre, i piani di studio devono essere preparati in modo da dare insegnamenti approfonditi nel settore che ci specializza, senza preoccuparsi troppo degli insegnamenti secondari. Ad esempio, mentre in Gran Bretagna chi studia francese sostiene esami riguardanti solo questo soggetto, in Italia chi studia inglese, spesso è tenuto a sostenere anche esami che non hanno troppo attinenza con questa lingua, come diritto pubblico.

 

La metodologia. I metodi di insegnamento nelle università italiane, per lo più, sono fossilizzati alle lezioni frontali, solo in alcune discipline esistono esercitazione pratiche. È un grave errore. Il percorso di studio che porta a un esame, invece, dovrebbe prevedere un certo numero di lezioni frontali, un certo numero di seminari (gruppi di 20 ragazzi che si riuniscono sotto la supervisione di un tutor), esercitazioni pratiche di laboratorio ecc., persino un certo numero di incontri in piccoli gruppi con un tutore (per chiarire dubbi o integrare contenuti rimasti poco chiari). Dovrebbe, inoltre, essere incoraggiata la produzione di supporti audiovisivi, come DVD, videocassette, lezioni su Internet ecc., per permettere anche a coloro che talvolta sono stati assenti qualche volta di seguire senza difficoltà.

Un’idea valida è quella di partire prima dallo studio di alcuni libri di testo. Una volta che lo studente li ha memorizzati, non sostiene l’esame come si faceva nel passato, ma incomincia a frequentare seminari, dibattiti in cui si confronta con altri studenti, con i docenti ecc..

 

    I libri di testo. In molti paesi molti i docenti usano nei loro corsi libri scritti da essi stessi. Gli studenti, chiaramente sono obbligati a comprarli se vogliono superare l’esame. Questo sistema ha vari difetti: 1) Non essendoci editori che ne selezionano i contenuti, spesso sono libri di pessima qualità, fatti scopiazzando qua e là. In Italia spesso i testi delle scuole superiori (tenendo conto che si rivolgono a utenze diverse) sono fatti meglio di quelli in uso nelle università. 2) I libri sono diversi non solo da università a università, ma spesso da corso a corso. Il che comporta che spesso gli studenti escono con una formazione molto diversa. 3) I prezzi sono alti e questo per vari motivi: basse tirature, ma soprattutto perché i professori e gli editori ci vogliono guadagnare molto. Gli studenti si difendono, di solito, ricorrendo alle fotocopie, ma non sempre lo possono fare, in quanto alcuni professori pretendono il giorno dell’esame il libro sul banco (ci sono anche quelli che vi mettono una sigla per evitare che più studenti si presentino con lo stesso libro).

 

    La morte del libro scientifico. L’uso sconsiderato delle fotocopie ed altri motivi hanno causato un altro spiacevole fenomeno: la fine del libro scientifico. Dato, che ormai si fotocopia tutto e alla luce del sole, sono crollate le vendite dei libri nuovi. Il risultato è che quasi nessuno più passa le nottate al computer per scrivere libri destinati all’università in quanto, poi, ne comprano solo un ridottissimo numero di copie. La soluzione migliore è, invece, favorire la nascita di un’editoria universitaria nazionale, cioè i libri nelle università come nelle scuole superiori, dovrebbero essere stampati da grandi case editrici, tipo Zanichelli, Il Mulino, Paravia, De Agostini ecc., che selezionano i manoscritti i migliori e poi approntano un catalogo (come succede per le scuole medie inferiori e superiori). I docenti universitari, poi, adottano quelli che ritengono migliori. Il risultato sarebbe: libri di ottima qualità, impaginati bene e illustrati con ottime foto o disegni.

Per conseguire questo scopo, però, bisogna agire in 3 direzioni: 1) Contrastare con ogni mezzo l’uso di fotocopie, con controlli frequenti (la regola rigida deve essere che non si può fotocopiare più del 5% di un libro). 2) Mantenere bassi il prezzo dei libri in modo che non valga la pena di fotocopiarli. 3) Introdurre la regola che i docenti non possono usare nei loro corsi libri scritti da essi stessi, ma sono obbligati a sceglierli tra quelli proposti dagli editori nazionali. 4) Sensibilizzare gli studenti a comprare i libri, invece di spendere i soldi in alcolici e altre spese superflue, facendo capire loro che è importante, che, almeno per le discipline più importanti, ne conservino una copia (che può servire anche dopo la laurea per partecipare a concorsi o per consultazione). Per invogliarli, si potrebbe permettere loro di scaricarli dalle tasse.

 

   Le borse di studio. È vero che non in tutti i paesi le università sono costose come in America, però anche in questi casi, spesso, sono fuori portata delle classi sociali più deboli, che non possono pagare come in Italia quasi € 1.000 all’anno di tasse, dai 200 ai 400 euro per i libri di testo, le spese di affitto di un camera ecc.; per questo motivo dovrebbe essere previsto un presalario per i più capaci e per i meno abbienti. In altre parole, anche il figlio dell’operaio, se ne ha le capacità e si impegna, deve poter conseguire un laurea.

 

I residence. In Gran Bretagna è l’università stessa provvedere all’alloggio a gran parte degli studenti. Si libera così lo studente universitario da quelle preoccupazioni materiali che possono ridurre il suo rendimento scolastico. Per molti educatori britannici frequentare l’università vivendo a casa è la negazione dell’idea di un’educazione universitaria, perché questa non è fatta solo di lezioni, ma anche di scambio di esperienze con giovani di diversa estrazione e provenienti da città diverse. L’età in cui si intraprendono gli studi universitari, infatti, coincide con l’età in cui ci si inizia a distaccarsi psicologicamente dai propri genitori e perciò andare a vivere in una struttura con altri giovani, aiuta molto il processo di maturazione e di autonomia dei giovani. Non a caso che il fenomeno dei “mammoni”, al contrario dell’Italia, in Inghilterra è poco diffuso.

Per questo motivo sarebbe opportuno che tutti gli atenei si dotassero di residence, dove alloggiare gli studenti provenienti da altre città. È chiaro, che non si può costruirli in pochi giorni, ma se non si inizia, non ci si doterà mai di queste utili strutture. Per alleviare i costi, gli studenti potrebbero pagare un piccolo pigione, più i costi dei consumi interni: acqua luce e gas.

 

La burocrazia. È un altro tasto dolente, occorre snellire l’apparato burocratico e amministrativo, in modo che gli studenti non devono perdere molto tempo per pagare bollettini, fare certificati o reperire statini. L’informatica ci offre possibilità enormi: prenotare esami tramite Internet, controllare se si sono pagate le tasse ecc., tutto sta a fornire ogni studente di una password.

 

    La ricerca. Tutte le università devono stabilire delle convenzioni con le industrie più qualificate presenti sul territorio per permettere ai propri alunni di fare training. Non solo, ma si deve aprire alla ricerca esterna, ma organizzare le cose in modo che il rapporto sia proficuo sia per gli studenti, che per la società private. Per quest’ultime la collaborazione con l’università non deve essere un modo soltanto arrotondare i propri profitti.

 

Gli organi di rappresentanza studentesca. Sono ormai presenti nella maggioranza delle università del mondo, da noi sono stati creati dopo le lotte studentesche del ‘68. Dovrebbero avere soprattutto una funzione di controllo, una specie di sindacato che vigila sul funzionamento delle università e ne evidenzia disfunzioni e casi di corruzione. Per questo motivo bisogna prendere tutte le misure per evitare che i rappresentanti degli studenti “vengano corrotti” con concessioni di vario tipo, come esami facilitati o privilegi.

In secondo luogo, la legge dovrebbe indicare bene i loro compiti e le loro funzioni. Dovrebbero interessarsi, inoltre, anche delle iniziative goliardiche e del tempo libero, nonché di sorvegliare l’operato di circoli culturali e sportivi, in modo che all’interno delle università si faccia anche sport.

IL PERSONALE DOCENTE

Le regole di reclutamento del personale, non solo docente, nelle università non devono essere confuse e incerte, o peggio basate su metodi clientelari. In Italia fino a pochi anni fa si diventava professori universitari pressappoco in questo modo. Alla fine della laurea gli studenti più bravi o quelli che avevano aderenze o quelli che risultavano più simpatici professori, premevano sui titolari di cattedra per avere un posto di ricercatore o di assistente o qualsiasi altro incarico, non di rado senza nessuna retribuzione o con paghe da fame. Appena, poi, si liberava qualche posto, un po’ contando sulle amicizie, un po’ sugli appoggi politici, un po’ attraverso concorsi interni o modalità con un minimo di parvenza legale, si diventava di ruolo.

Se si vuole puntare sulla qualità, bisogna tornare necessariamente alla meritocrazia. Per questo motivo occorre stabilire delle modalità chiare per l’accesso alla carriera universitaria. Deve essere specificato con precisione il curriculum che deve avere il laureato che aspira a una cattedra e poi, selezionare il personale docente attraverso concorsi pubblici nazionali, per titoli e per esami.

 

    L’orario di servizio. I docenti universitari spesso sono troppo “liberi”, nel senso che si organizzano come vogliono, senza dar conto a nessuno, non di rado vanno poco all’università. Il prof. Soria, quello coinvolto nello scandalo del premio Pranzane-Cavour, come denunciò la trasmissione televisiva Report, erano 3 anni che non si presentava alle lezioni e non seguiva le tesi di laurea e nessuno si era preoccupato di controllare. È inutile sottolineare che i professori devono essere controllati dal preside della facoltà che ne supervisiona l’orario, l’operato e i piani di studi. Il loro orario settimanale non deve essere inferiore alle 20 ore.

 

I MASTERS. Sono studi postlaurea, cioè corsi di specializzazione in determinate discipline, che negli ultimi anni, sul modello americano, si sono diffusi anche da noi. Sulla loro utilità non c’è alcun dubbio, però i Masters non devono tradursi soltanto in un mezzo per trattenere più a lungo lo studente e “scucirgli” altro denaro, in quanto spesso sono a pagamento. In parole povere sono utili quando sono una vera specializzazione in un settore specifico. Ad esempio, il laureato in economia e commercio può proseguire gli studi specializzandosi nel mercato azionario. Per questo motivo dovrebbe essere la stessa università a fare una selezione dei Masters proposti, al fine di scartare quelli meno validi o proposti da società poco serie. In conclusione, le università davvero all’avanguardia devono proporre in ogni settore vari tipi di laurea, ad iniziare da quelle brevi, diplomi di laurea conseguiti in tre anni che offrono una preparazione più tecnica e orientata al mondo del lavoro, per finire ai master di specializzazione.

 

LE SCUOLE PRIVATE

La presenza di scuole private o convenzionate accanto a quelle pubbliche è visto positivamente dalla maggior parte degli esperti in quanto significa offrire un’alternativa agli utenti. Occorre, però, prudenza, perché non è vero che sono la soluzione ideale. In alcuni paesi le scuole private più che fare formazione e promuovere la professionalizzazione sfornano diplomi e qualifiche a pagamento. In effetti, in questi istituti non si consegue un diploma, lo si compra.

Per questo motivo, è strettamente necessario prevedere dei sistemi di controllo sulla qualità degli studi, per verificare che gli alunni che conseguono un diploma nelle scuole private abbiano raggiunto una sufficiente preparazione culturale. L’ideale sarebbe che a fine anno tutti gli allievi di queste scuole si sottopongano ad esami scritti e orali con una commissione esterna, ma anche metodi meno severi potrebbero andare bene, purché si accerti che questi ragazzi abbiano imparato davvero qualcosa dal loro percorsi di studi.

 

In secondo luogo le scuole private devono funzionare in modo analogo a quelle pubbliche, prevedere la frequenza obbligatoria (e il Provveditorato agli studi deve controllare che non sia solo una formalità), gli insegnanti e il personale devono essere pagate secondo le tariffe sindacali e non essere ricompensati soltanto con punteggi per salire di posto nelle graduatorie delle assegnazioni a cattedre nelle scuole pubbliche. In effetti scuole private sì, ma solo se le cose sono fatte in modo serio, per questo bisogna prevedere dei controlli frequenti (e devono essere chiuse se si riscontrano irregolarità).

 

    Le università private. Il discorso è identico, non si devono trasformare in un “diplomificio” dove si può “comprare” un titolo di studio che dia accesso a una professione. Il danno sarebbe duplice, decadimento della qualità ed entrerebbero sul mercato persone che non hanno una preparazione adeguata. È facile scopiazzare il sistema americano, ma si ignora che lì esiste una tradizione diversa, una società diversa e le università statunitensi sono dei centri di studio eccellenti perché hanno subito una selezione naturale che dura da secoli.

A nostro parere, occorrerebbe controllare l’operato delle università private e obbligare gli studenti a confermare gli esami finali con prove scritte da svolgere nelle università statali.

Le scuole confessionali. Non si sta parlando solo di quelle cattoliche, ma di tutte quelle organizzate da religiosi o da comunità che vogliono dare un indirizzo specifico ai loro studi. Il pericolo è che si possono trasformare in centri di indottrinamento, un esempio ne sono le scuole coraniche esistenti in alcuni paesi del Medio Oriente.

Per questo motivo occorre vigilare sui loro programmi e sul loro operato e non permettere che possono educare a principi diversi da quelli democratici e del rispetto degli altri. In effetti, anche se sono scuole private non possono fare quelli che vogliono. Per aprirne una occorre dimostrare che essa risponde a certi requisiti e spesso bisogna fare delle ispezioni. Non si deve permettere che usino certi metodi o mirino ad addestrare, indottrinare piuttosto che educare.

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