17 – Il MINISTERO DELLA DIFESA

CAPITOLO XVII

Il MINISTERO DELLA DIFESA

Questo Ministero in quasi tutti i paesi del mondo è costituito da tre dicasteri: Esercito, Marina e Aeronautica (almeno che si tratta di una nazione senza sbocchi al mare). Esso è preposto all’amministrazione militare e civile della difesa, attua le deliberazioni adottate dal governo, emana le direttive in merito alla politica militare, partecipa con suoi rappresentanti a tutti gli organismi internazionali ed europei in materia di difesa e sicurezza militare le cui decisioni comportino effetti per il territorio nazionale.

 

LE PROBLEMATICHE PRIMARIE

Le problematiche riguardanti questo Ministero sono abbastanza tecniche, nel senso che richiedono una notevole specializzazione; in pratica chi deve coprire quest’incarico deve avere una conoscenza abbastanza approfondita dei sistemi di arma e dell’organizzazione di un esercito moderno. In parole povere occorre chiamare alla guida di questo ministero un ex ufficiale o qualcuno che abbia esperienze nell’esercito.

Data la vastità dell’argomento, qui ci limiteremo alle problematiche primarie, anche perché è un settore in cui necessitano competenze particolari.

 

Quanto destinare alla difesa. Chi vuole tenere un numeroso esercito e aggiornare di continuo i sistemi di difesa, è costretto a spendere una parte considerevole del prodotto interno per questo scopo. È un tipo di politica nel passato portato avanti dai dittatori. Mussolini, nonostante la stragrande maggioranza della popolazione vivesse nella miseria, investiva risorse enormi in armamenti. Anche i paesi che appartenevano alla sfera d’influenza dell’ex Unione Sovietica fino alla caduta del comunismo, dissipavano gran parte della ricchezza prodotta dalle loro nazioni in questo modo. È una cosa immorale e stupida, giustificata soltanto se esistono dei pericoli reali per l’indipendenza.

Oggi fortunatamente, almeno in Europa, nessuno conduce più una politica militaristica dissennata. In conclusione, un paese può “permettersi” un esercito proporzionale alle sue risorse economiche, considerando anche che la maggior parte delle armi si compra all’estero in paesi con la valuta forte, come gli Stati Uniti.

 

Un paese in forte crisi come il nostro dovrebbe ridurre le spese per le armi, smettendo ad esempio di comprare sofisticati aerei, ma soprattutto dovrebbe limitare al massimo le cosiddette “missioni di pace all’estero”. In effetti dobbiamo smettere di comportarci come fossimo una grande potenza ed imitare paesi come gli USA o la Francia o la Germania e ridimensionare il nostro ruolo internazionale perché non ce lo possiamo permettere. Oltretutto, non di rado facciamo al figura della “cenerentola” o di quelli che ci vogliono esserci per forza, in quanto non possediamo sistemi di armi così moderni come gli altri, né budget economici così cospicui.

Non è giusto massacrare i contribuenti con tasse di tutti i tipi per mantenere per anni missioni militari in Afganistan o in altri paesi con situazioni di guerriglia. In questo spesso siamo spinti a farlo per compiacere altri paesi, invece bisogna imparare a dire di no.

    Esercito di leva o di mestiere? La maggior parte degli eserciti, per il passato, era composto da forze militari reclutate tramite la leva obbligatoria (solo gli ufficiali erano di carriera). Ora le cose sono cambiate e non solo in Italia, ma in molto paesi del mondo. I primi ad abolire l’esercito di leva sono stati la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Oggi l’orientamento generale è per un esercito formato di soldati di mestiere.

 

L’esercito di leva. I vantaggi di un esercito formato principalmente da soldati di leva sono i costi ridotti, in quanto i soldati sono pagati soltanto con una diaria.

Per secondo, la maggioranza della popolazione riceve almeno un minimo di addestramento militare, quindi in caso di mobilitazione, si fa presto a costituire un esercito.

Ha, però, il grave difetto che la maggior parte dei coscritti non sono specializzati e oggi l’ossatura di un esercito moderno è formata soprattutto da gente super specializzata. Per questo motivo se si sceglie questa soluzione, almeno gli ufficiali e gran parte dei sottufficiali devono essere di carriera.

 

    L’esercito di mestiere. Il grosso vantaggio di un esercito formato da personale fisso e che si può contare su gente specializzata, di solito ben addestrata e preparata. In alcuni reparti è indispensabile avere personale con grande esperienza alle spalle, si pensi ad esempio ai piloti di caccia, ma anche gli esperti di guerra batteriologica e chimica.

 

Gli svantaggi, invece, sono principalmente quattro:

Per primo, un esercito costituito solo di personale di carriera chiaramente è molto più costoso di una di leva. La maggior parte degli eserciti moderni ha risolto questo problema riducendo il numero dei militari sotto le armi. In Italia siamo ormai a meno di 300.000 uomini. Un numero abbastanza basso, se si confronta con quello degli effettivi sotto le armi nel passato.

 

Per secondo, l’esperienza ci insegna che quando l’esercito è composto solo da gente di mestiere, nel giro di un decennio diventa un rifugio per gente aggressiva, litigiosa o per sbandati. Per il passato negli Stati Uniti non sono mancati episodi raccapriccianti che hanno trovato vasto eco sui giornali: soldati che si ubriacavano per strada, schiamazzi notturni, risse nei locali pubblici, adescamento di prostitute ecc.. Non di rado l’esercito veniva definito un’accozzaglia di gente.

In Italia non è ancora successo, perché il tasso di disoccupazione è piuttosto alto e per tanti giovani l’arruolamento è l’unica opportunità per guadagnarsi da vivere onestamente.

 

Per terzo, quando si ricorre a un esercito di mestiere nessuno civile sa usare un’arma o ha qualche forma di addestramento militare. In caso di un’aggressione esterna ci vuole molto tempo per poter addestrare e organizzare un esercito un po’ più consistente di quello già in armi. In pratica chiunque ha cattive intenzioni ha tutto il tempo di occupare l’intero territorio nazionale.

Per superare questo problema alcuni hanno pensato a una leva militare della durata ridotta (non più di 5 – 6 mesi), retribuita, da fare nella stessa regione di residenza. Lo scopo è quello di dare a una certa percentuale di giovani una formazione militare, in modo che in caso di mobilitazione generale potrebbero diventare operativi in pochissimo tempo.

 

Quarto, rischi per la democrazia. Per un esercito di mestiere è più facile e disponibile ad avventure autoritarie. È molto più facile, infatti, organizzare un colpo di Stato con un esercito di mestiere che non quanto è composto in gran parte da personale di leva, molti dei quali militanti in partiti diversi.

È un pericolo sempre presente, da non sottovalutare, si pensi che in Africa tra il 1952 e il 2000 trentatré paesi hanno subito 85 colpi di stato, ma anche in Sudamerica non è un evento affatto raro. Per questo motivo occorre sempre essere prudenti e prevedere le opportune misure, affinché, in un periodo di particolare crisi economica e il caos sociale, qualche generale non approfitti dell’occasione e instauri una dittatura di tipo personale.

 

Le principali strategie suggerite dagli esperti sono due:

1) Subordinazione delle autorità militari al potere civile, in effetti deve essere il Parlamento a stabilire “le regole”, ad esempio le modalità di reclutamento e di carriera, e al Ministro della Difesa, in collaborazione con le autorità militare, spetta la riforma dell’organizzazione del “sistema difesa”. Nel modello di democrazia da noi proposto è il Presidente della Repubblica a ricoprire il posto di Capo delle forze armate e ne presiede il consiglio interforze, che è l’organo collegiale dello Stato maggiore. Ad ogni modo, almeno in questo caso il modello italiano è da tenere in considerazione.

 

2) Apoliticità delle forze armate, “che comporta la sottrazione del loro impiego ai fini di parte e il divieto d’influenza delle stesse nella vita politica, in quanto corpo organizzato” N. Bobbio, 2006. La apoliticità deve comportare anche divieto di iscrizione a qualsiasi partito, né deve essere possibile “fare politica” nelle caserme, con la costituzione di comitati, assemblee, sindacati ecc..

CORRUZIONE E CLIENTELISMO

È un settore facilmente permeabile alla corruzione e a forme di clientelismo, ad esempio nel momento in cui si scrive, ottobre 2014, persone bene informate ci hanno riferito che non si è vicini all’ambiente dell’attuale Ministro della difesa è quasi impossibile, dato la grande richiesta dovuta alla crisi economica, arruolarsi in una delle tre armi.

Le forme di corruzione che possiamo troviamo in questo settore sono varie e diffuse a tutti i livelli: marescialli che si vendono parte dei viveri destinati alla mensa, generali che prendono le tangenti sull’acquisto di sistemi di difesa (ricordate in Italia lo scandalo Lockeed?), sottosegretari alla difesa che raccomandano i propri protetti per farli entrare all’Accademia o in un determinato corpo militare. Nel nostro paese succedeva persino che arrivava una telefonata e si toglieva un militare dalla corvè, per mettervi al suo posto il primo che capitava.

Per non parlare della guerra delle raccomandazioni che si scatenava ogni volta che bisognava dare la destinazione alle reclute, in quanto tutti volevano andare vicino casa.

L’ultimo filone solo le missioni di pace all’estero. C’è tantissima gente che ci ”lucra” sopra.

Da quanto ci risulta o emerge dagli articoli sui giornali, le cose non sono cambiate molto. Nel 2006 si è scoperto che nella nostra Marina, fra Augusta e La Spezia, dagli ammiragli ai marinai, si era raggiunto un accordo per spartirsi i soldi della manutenzione delle navi. Si faceva risultare che erano state riverniciate da capo a fondo, anche quando queste erano in navigazione per l’addestramento o per le “missioni di pace”.

Il trucco era semplicissimo: la marina ordinava ai cantieri lavori di manutenzione, ma i cantieri non li eseguivano, poi si spartivano i soldi. È vero anche che Samuel Pepys costruttore della marina Elisabettiana, quella che dominò i mari, rubava a man salva. Ma la differenza era che lui, almeno i lavori di manutenzione li faceva.

 

Il problema, perciò, non è solo quello di spendere bene le poche risorse disponibili, ma di limitare al massimo tangenti e corruzione. I politici devono vigilare sulle commissioni e sugli appalti e valutare personalmente, sempre dietro consiglio degli esperti militari, quali aerei, navi o carri armati comprare.

Per gli appalti, si dovrebbero introdurre metodi simili a quelli in uso per la realizzazione delle opere pubbliche, che abbiamo descritto nel capitolo Ministero dei Lavori Pubblici.

 

    Il clientelismo. Ci sono politici che hanno costruito la loro carriera raccomandando i giovani per farli entrare nell’esercito o nei carabinieri o all’Accademia militare. Anche in questo caso il problema è risolvibile svolgendo dei concorsi seri, con più prove scritte. In effetti, bisogna adottare in questo campo tutto le misure indicate per svolgere concorsi pubblici senza favoritismi.

 

    Il nonnismo. Il problema, per fortuna in Italia in questi ultimi anni, dopo alcuni gravi fatti di cronaca che hanno richiamato l’attenzione delle autorità militare è stato ridimensionato, tuttavia siamo lontani dall’averlo sradicato del tutto. Anche se non sembra, comunque, non si tratta di un problema di difficile soluzione, purché ci sia la volontà di farlo e si sappiamo prendere le misure giuste. Si va da un’opera di sensibilizzazione delle truppe a non rendersi responsabili di episodi di discriminazione verso le giovani reclute, a misure di sorveglianza (non escluso l’uso di telecamere) a sanzioni verso i nonni, cioè militari con più anni di esperienza.

Un comandante di una caserma al centro di Roma, riuscì a stroncare il fenomeno con una misura semplicissima. Ogni volta che si verificava un episodio, ad esempio un gavettone a una recluta, sospendeva tutte le licenze ai nonni per un mese. Ciò all’inizio provocò una piccola guerra interna tra i nonni, ma poi nessuno si azzardò a fare più scherzi alle reclute.

 

UN ESERCITO PREPARATO

Le esigenze della difesa, per il momento, non è sopprimibile per questo è importante che, anche se piccolo, l’esercito sia professionale e allo stesso livello degli altri eserciti del continente europeo. I fattori che rendono un esercito moderno efficiente e preparato ai compiti che è chiamato ad assolvere, sono principalmente 4:

Il personale. L’esercito, la marina e l’aviazione sono formati principalmente da uomini, per questo motivo sono importanti, sia i metodi di reclutamento, che quelli di preparazione professionale che l’aggiornamento. Non tutti sono fatti per la carriera militare, quindi è importante che vengano selezionate le persone giuste e che l’esercito non diventi uno rifugio per i disoccupati “senza né arte, né parte”. Oggi ci è bisogno di personale altamente specializzato, non di persone sbadate incline alla violenza.

 

    Equipaggiamenti. Sono un altro fattore essenziale, non serve a niente avere personale altamente specializzato se, poi, sono equipaggiati con armi scadenti o superate. È bene anche impegnarsi, come fa l’esercito americano, nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie.

 

   Le strutture. Non si parla solo degli edifici, cioè di caserme ma anche di depositi, polveriere ecc. per finire alle suppellettili, ai laboratori, alle aule per le lezioni teoriche.

 

L’organizzazione. L’esercito deve essere diretto come una grande azienda. In molti paesi non solo è organizzato male, ma spesso prevalgono logiche clientelari e prevale l’aspetto burocratico. In parole povere spesso basta che “stanno a posto le carte”, il resto passa in secondo piano.

Nel nostro paese ci sono moltissimi generali, non solo ma tutti fanno carriera anche se spesso sono incompetenti. Anche qui la meritocrazia andrebbe ripristinata al più presto.

In conclusione, qualsiasi miglioramento di qualcuno di questi 4 fattori si traduce in un miglioramento del sistema difesa. Bisogna cominciare, perciò, dai sistemi di reclutamento del personale, per finire agli edifici, agli armamenti e fare dei progressi ogni anno.

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