19 – LO STATO SOCIALE

CAPITOLO XIX

LO STATO SOCIALE

Lo stato sociale, o welfare state, è una conquista civile della seconda metà del XX secolo, anche se le sue radici si possono far risalire al 1800. L’inventore del moderno Stato sociale è ritenuto l’imprenditore William H. Beveridge, che pubblicò il suo primo rapporto nel 1942. In un secondo rapporto, del 1944 proponeva un piano per favorire l’occupazione e una più equa distribuzione del reddito. Gli storici, però, imputano la diffusione del welfare nei paesi europei principalmente all’azione dei sindacati e all’ascesa al potere dei governi socialdemocratici, laburisti o di centro sinistra. I politici di allora non erano mossi tanto da intenti umanitari, quanto dal desiderio di contrastare la forte influenza ideologica proveniente dall’Unione Sovietica che, di lì a poco, si sarebbe estesa in Europa dopo la II° guerra mondiale.

 

Lo Stato sociale oggi. Il welfare, a partire dagli ultimi decenni precedenti il 2.000, è stato oggetto di dure critiche da più parti e sono ormai in molti a chiederne l’abolizione, a causa dell’eccessivo impegno economico che comporta (che si traduce in una forte pressione fiscale). Ha ancora senso parlare ai giorni nostri di stato sociale, dato che ormai è mosso sotto accusa dalla maggior parte degli economisti moderni?

Crediamo che la risposta a questo quesito l’ha data la crisi finanziaria del 2008, è impensabile una sua cancellazione totale. Farlo significherebbe lasciare intere classi sociali senza un supporto economico e potrebbe creare enormi problemi di ordine pubblico. Ne è prova il fatto che forme di assistenza sociale continuano ad esistere in tutti gli stati, persino nella patria dei neoliberisti come gli Stati Uniti o in quelli più ricchi, con un basso tasso di disoccupazione, come la Germania.

 

Il problema, crediamo che vada spostato su un altro piano: come ridimensionarlo, allo scopo di evitare sprechi e che diventi una spesa eccessiva, insostenibile per un paese. Oggi la globalizzazione rende necessario ridurre i costi di produzione e abbassare la pressione fiscale, specialmente quella sulle imprese, se si vuole restare competitivi sui mercati internazionali. Per questo motivo occorre rivedere il welfare state e distinguere le spese strettamente necessarie (come l’assistenza sanitaria), da ciò che è solo assistenzialismo. In effetti, è necessario ridurre gli sprechi, le spese improduttive, le sacche di parassitismo e utilizzare meglio i fondi disponibili.

L’errore più grave, comunque, è quello di finanziare lo stato sociale, come fa la Germania (i dati sono del 2004), unicamente attraverso le imposte sui salari, il che fa lievitare il costo del lavoro e rende meno competitive le imprese. Non solo, ma crea un altro effetto perverso: più scende il numero dei lavoratori, più aumentano le imposte sulle buste paga per compensare le minori entrate, così la pressione fiscale accresce il costo del lavoro senza far aumentare contemporaneamente le entrate dei dipendenti e di conseguenza i loro consumi.

 

Le forme di assistenza. Nelle democrazie avanzate le forme di intervento, i cosiddetti ammortizzatori sociali, si possono dividere grosso modo in quattro categorie: le misure di sostegno ai disoccupati o a coloro che hanno perso il lavoro, l’assistenza abitativa, l’assicurazione sanitaria e l’assistenza alle categorie deboli, come orfani, ex detenuti, disabili e anziani.

 

LE MISURE di SOSTEGNO AI DISOCCUPATI

Il problema del lavoro è particolarmente sentito, per questo motivo gli aiuti alle persone inoccupate o che hanno perso il posto di lavoro sono uno degli ammortizzatori sociali più diffusi in tutte le moderne democrazie. Vediamo le forme di assistenza più comuni, esaminandone altresì pregi e difetti.

 

I sussidi di disoccupazione. Sono un salario minimo che si dà al lavoratore disoccupato per permettergli di sopravvivere. Esistono in tutti i paesi, compreso gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. In Italia c’è la cassa integrazione, che purtroppo copre soltanto le persone che hanno perso il lavoro.

 

I vantaggi di questo ammortizzatore sociale sono innegabili: impediscono a tante famiglie di andare in rovina, consentono ai lavoratori di superare i periodi di disoccupazione ed evitano il calo della domanda interna, fattore fondamentale per l’economia del paese. Se crollano i consumi, si può innescare una spirale di crisi che può portare alla recessione.

 

Anche gli svantaggi che comportano, purtroppo, sono numerosi e gravi:

Per primo, hanno un costo economico molto alto, che non tutti gli stati si possono permettere, specialmente quando la disoccupazione supera certi livelli. È una forma di assistenza sociale, in altre parole, che si può permettere la Germania o la Gran Bretagna, non certo un paese povero del terzo mondo.

Per secondo, possono creare disaffezione al lavoro. Se il sussidio è abbastanza alto, il lavoratore è poco incentivato a cercarsi un altro lavoro. Non di rado anche se gli viene offerto, rifiuta con qualche scusa. Il lavoratore, in effetti, si abitua a prendere i soldi stando a casa, perciò a poco alla volta perde l’interesse per il lavoro. Quando si aiuta la povera gente bisogna stare attenti a non rinforzare comportamenti sbagliati.

Se una parte della popolazione comprende che può vivere benissimo di assistenza può diventare indolente e non essere più disponibile ad accettare un qualsiasi tipo di lavoro. Ad esempio in Scozia, molti disoccupati nel proprio curriculum scrivono di essere stati in prigione (2014), senza che ciò sia vero, così nessuna impresa li assume (se rifiutano il lavoro, infatti, perdono i sussidi).

Se in una famiglia entrano 2 – 3 sussidi di disoccupazione, hanno tutti i farmaci gratuitamente, prendono i contributi per l’affitto e aiuti di vario tipo dagli enti locali, si convincono che non vale la pena di lavorare. In effetti, i sussidi di disoccupazione riducono l’incentivazione a cercare un lavoro. “Se una persona assistita ottiene un’occupazione e un reddito, infatti, negli Stati Uniti la pubblica amministrazione riduce drasticamente i buoni viveri e i sussidi. Fatti i debiti conti al disoccupato non conviene troppo tornare al lavoro” Samuelson (2004).

 

I CORRETTIVI. Tutti questi inconvenienti hanno spinto la maggioranza dei paesi a introdurre dei limiti o a ricorrere a forme diverse di assistenza.

Il rifiuto. È la strategia più usata, se il lavoratore rifiuta un lavoro gli si toglie ogni forma di assistenza. In Gran Bretagna, ad esempio, si è deciso di sospendere i sussidi di disoccupazione nel caso il lavoratore rifiuta l’offerta di un lavoro in un’azienda non distante più di 30 km da casa, con paga sindacale e un orario di 8 ore giornaliere. Anche la Danimarca ha varato misure simili. Il lavoratore non ha il diritto a nessun sussidio dopo il rifiuto della terza proposta di occupazione. Inoltre nel periodo che percepisce il sussidio non si può allontanare da casa, per evitare che se ne vada in giro a fare turismo.

 

    L’imposta negativa sul reddito. In altri paesi ancora si è intrapreso una strada diversa. La Germania, ad esempio, ha deciso di adottare il sistema dei redditi minimi proposto da alcuni economisti americani. Il concetto si basa sulla tassa sui redditi negativi di Friedman che in Germania è stata adattata da Mitscheke. In sostanza, lo Stato fissa un reddito minimo (ad es. 13.200 euro all’anno) chi lo supera paga le tasse, chi rimane sotto riceve un’integrazione del salario dalla previdenza sociale.

I liberali sostengono che questo sistema ha tre benefici: 1 – Garantisce un reddito di sussistenza a chi ha un salario basso, e questo è vero. 2 – Abbatte la burocrazia che accompagna lo Stato sociale, anche questo è vero. 3 – Disincentiva la disoccupazione volontaria perché prevede riduzioni progressive dei benefici per i disoccupati che rifiutano un lavoro, mentre incentiva ad accettare anche lavori non ben remunerati. Se, ad esempio, il reddito minimo è di € 1.100 al mese e il disoccupato accetta un lavoro che gli dà un reddito di 900 euro, avrà diritto anche a un sussidio di disoccupazione di 200. Il che lo convincerà che è meglio lavorare che vivere di sussidi.

 

Il punto debole del sistema, purtroppo, sta nella sua sensibilità alle frodi. Ci si può mettere d’accordo col datore di lavoro e far risultare che si guadagna di meno, in modo ad avere il diritto anche al 50% del sussidio di disoccupazione. Poi si ricompenserà al datore di lavoro in qualche modo, ad esempio con ore di straordinario gratuite. Non è certamente adatto al nostro paese dove la corruzione è molto diffusa.

Per secondo, al lavoratore non conviene trovarsi un lavoro fulltime, perché guadagna gli stessi soldi, ad es. lavorando solo 5 ore al giorno.

 

La cassa integrazione. È una misura vigente in alcuni paesi per venire incontro alle esigenze di quei lavoratori che hanno perso il posto di lavoro. In Italia purtroppo è un assegno che viene corrisposto soltanto a chi ha lavorato per un certo periodo ed è limitato nel tempo cioè dopo qualche anno viene interrotto. Nel nostro paese si è sopperito a questo limite spesso con varie proroghe. Ha il grave difetto che non invoglia il lavoratore a cercare un altro lavoro, almeno finché dura.

 

I lavori socialmente utili. In altri paesi piuttosto che dare dei sussidi e lasciare il lavoratore a casa si è pensato che è meglio impiegarlo in “lavori socialmente utili”. Il principio è questo: non dare mai niente ai cittadini in cambio di niente, ma pretendere sempre qualcosa. Perciò si sono messi i disoccupati a pulire i giardini, le spiagge, a fare assistenza agli anziani, assistenza ai turisti, insomma ci si è inventato qualcosa.

Dare soldi senza alcuna contropartita è diseducativo, meglio offrire gratuitamente servizi, spese sanitarie, buoni pasti o la scuola per i figli. Non bisogna dimenticare che ci sono anche quelli che si vanno a bere i sussidi di disoccupazione la sera nei bar. Il difetto di questa soluzione è che spesso questi “lavori socialmente utili”, li si è fatti diventare “lavori veri” e queste persone sono diventate dipendenti di qualche ente locale, come dire altri “impiegati statali” a carico della comunità.

Con le dovute precauzioni è il sistema migliore, l’importante è far capire che il loro non è un lavoro vero, che si può trasformare un’occupazione permanente, perciò devono essere motivati a passare a un lavoro vero appena possibile.

Bisogna utilizzare queste persone soprattutto nella difesa del territorio per evitare che basta un po’ di pioggia in più per far rompere gli argini a fiumi e ruscelli, per incanalare l’acqua ed evitare che vecchie e nuove frane distruggono tutto ecc.. Oltretutto sarebbe anche un modo per qualificarli a lavorare per le imprese edili e stradali. Non è possibile che paghiamo milioni di lavoratori in cassa integrazione per farli stare a casa e poi non si fa niente per evitare certe catastrofi naturali.

 

L’ASSISTENZA ABITATIVA

La casa o l’abitazione è una cosa di cui non si può fare a meno in quanto strettamente necessaria per la sopravvivenza, per questo tutti gli Stati hanno sempre cercato di aiutare le classi sociali più disagiate. Gli interventi più comuni sono: le case popolari, i contributi alloggiativi, l’assistenza ai senza tetto, le case per anziani. Vediamoli in dettaglio.

 

LE CASE POPOLARI

Troviamo i primi esempi di case popolari, costruite dalle Scuole per i propri assistiti, addirittura nella Repubblica Veneta per i cittadini “meritori, arsenalotti o marinai” fin dalla metà del ’300. L’intento di questa istituzione è quello di offrire, a prezzi bassi una casa a famiglie che vivono in condizioni disagiate o che hanno un reddito molto basso. È una forma di assistenza sociale apprezzabile, tanto è vero che, oggi, le case popolari sono diffuse in quasi tutti i paesi del mondo.

L’argomento a prima vista può sembrare dei più semplici, in fondo si tratta solo di costruire delle case, da assegnare alle persone meno abbienti. L’esperienza, però, ci insegna che nella realtà l’operazione è piuttosto complicata. Vediamo tutti problemi che possono sorgere quando si porta avanti un piano di case popolari.

Corruzione e clientelismo. Le case popolari sono molto ambite, perciò i lavoratori o le persone con un reddito basso (ma non solo esse) fanno di tutto per averne assegnata una. Nel passato non si contano le persone che l’hanno ottenuta con metodi clientelari, bastava fare la campagna elettorale per qualche assessore ed ecco che spesso si riusciva a scavalcare intere graduatorie. Oggi è diventato molto più difficile perché le graduatorie vengono compilate con criteri più oggettivi e sono pubbliche, perciò ognuno può controllare non solo il suo punteggio, ma quello di tutti gli altri. Nonostante ciò non mancano i casi di favoritismi, anche se di solito si ricorre a sistemi molto più sofisticati di quelli usati nel passato.

Se si vuole moralizzare il settore bisogna stabilire dei criteri molto rigidi di assegnazione: ad esempio, tot punti per ogni figlio, tot punti per il tipo di abitazione dove si risiede ecc., ma soprattutto bisogna guardare al reddito, dando la precedenza a coloro che guadagnano meno. Chiaramente, le graduatorie devono essere pubbliche in modo che tutti possono verificare il proprio punteggio e quello degli altri. Se non ci sono ricorsi, si procede all’assegnazione.

 

La qualità. Uno dei problemi a cui spesso vanno incontro coloro che scelgono questa soluzione è che queste case spesso sono costruite male, risparmiando e lucrando sui materiali. Questo perché, essendo case pubbliche, tutti cercano di guadagnarci sopra, dall’assessore, alla ditta che le costruisce, al direttore dei lavori ecc..

In secondo luogo, non di rado i progettisti guardano più al fatto estetico, architettonico, che alla robustezza e alla praticità nell’edificio, ad esempio usano materiali a dir poco delicati (in questi tipi di alloggi non sono rare le divisioni degli ambienti con pareti di cartongesso), che dopo pochi anni diventano inservibili. Al contrario bisognerebbe puntare su manufatti “resistenti”, ad esempio scegliere servizi igienici, forse meno belli esteticamente o poco alla moda, ma robusti e pratici, in grado di resistere all’uso da parte di persone non sempre attente e meticolose.

Per superare questo problema un’idea potrebbe essere quella di assegnare le abitazioni prima che si incominci a costruirle, in modo che poi siano gli stessi assegnatari a controllare la qualità nominando un direttore dei lavori.

 

Le speculazioni degli utenti. Spesso, però, non sono solo i politici o i funzionari a specularci sopra, sono proprio i “poveri”, ossia gli assegnatari, a comportarsi in un modo, a dir poco, scorretto.

Ecco i casi più comuni che si sono verificati nel passato:

1 – Le persone che ottenevano la casa popolare, dopo qualche anno la vendevano e se ne tornavano ad abitare nelle vecchie catapecchie, non di rado mettendosi di nuovo in lista per ottenere un altro alloggio popolare (facendo la domanda a nome di un familiare o del coniuge).

 

2 – Le persone che avevano avuto una casa popolare l’affittavano a prezzi di mercato e continuavano ad abitare nelle vecchie catapecchie. In Brasile il governo si dissanguava per dare una casa agli abitanti delle favelas. Dopo un po’ di tempo si accorgevano che queste erano di nuovo abitate, in parte dagli stessi a cui avevano già dato una casa.

 

3 – Le persone beneficiarie delle case popolari non le abitavano, per qualche motivo, ma le tenevano vuote in attesa di situazioni migliori, per venderle o per affittarle o per cederle a parenti.

 

    La manutenzione. Una volta terminata la difficile operazione di assegnare le case e queste sono ormai abitate dai legittimi destinatari, gli amministratori con poca esperienza si illudono di potersi godere un periodo di pace. Purtroppo la maggior parte di essi scoprirà che questi alloggi sono una fonte perenne di grattacapi.

Il problema principale che ha convinto lo Stato o gli enti locali a vendere le sue proprietà immobiliari, infatti, è la manutenzione.

I primi anni non ci sono grosse difficoltà, perché trattandosi di case nuove la maggior parte delle volte non c’è bisogno di grossi interventi, ma appena incominciano a farsi vecchie e a sorgere i primi problemi di infiltrazioni d’acqua o la necessità di costose riparazioni, iniziano i guai.

 

In Italia, nel passato erano delegati alla manutenzione gli enti pubblici proprietari di queste case, come l’INA, la Gescal ecc., i risultati erano questi:

– Quasi sempre i soldi dell’affitto non bastavano per coprire le spese di manutenzione, tenendo conto che i canoni tenevano dietro l’inflazione solo parzialmente, mentre i costi per i lavori straordinari aumentavano quasi ogni anno.

– Spesso i funzionari dell’ente di gestione cercavano di speculare sui lavori sopra. Nel migliore dei casi ci facevano uscire una percentuale per loro, nel peggiore spendevano i soldi senza migliorare molto la situazione. Tetti rifatti che dopo pochi mesi cadevano di nuovo a pezzi, mattonelle che traballavano già dopo poco tempo che erano state messe, uso di materiali scadenti ecc.. Lavori di manutenzione fatti male volevano dire anche continui interventi di ripristino.

– Ogni volta che bisognava fare un lavoro, anche quelli più piccoli, bisogna indire gare d’appalto e ciò comportava tempi lunghi. Il che aveva anche l’effetto di far peggiorare la situazione. Una piccola infiltrazione d’acqua del tetto non riparata subito, poteva diventare una costosa ristrutturazione da fare a tutto un’ala dell’edificio.

– Non di rado non c’erano soldi in cassa e perciò non si facevano nemmeno i lavori urgenti. Risultato le case deperivano trasformandosi in pochi anni in edifici fatiscenti.

– Gli inquilini, non essendo casa loro, non prestavano alcuna cura alla manutenzione, quando non si verificarono casi di negligenza. Non di rado gli occupanti “rompevano” le pareti, perforavano i pilastri, modificavano ecc., poi lamentandosi di pagare un canone per una casa in rovina. Altre volte, nessuno si preoccupava di segnalare piccole infiltrazioni o problemi che col tempo avrebbero potuto causare gravi danni all’edificio.

– Se per qualche motivo l’assegnatario cedeva l’abitazione, la lasciava in condizioni pietose, non di rado portava via anche i rubinetti o i sanitari. In parole povere per renderla di nuovo abitabile l’ente di gestione doveva ristrutturarla tutta, con costi enormi. Si dice che l’occhio del padrone ingrassa il cavallo, nel caso delle case popolari è vero due volte.

– In caso di gravi problemi all’edificio, come grosse macchie di umidità, di tubature che perdevano ecc. gli inquilini per protesta cessavano di pagare affitto. Il che significava che veniva meno l’unica fonte di entrata per le casse dell’ente di gestione. E bastava che un inquilino non pagava, che la voce girava e non pagava più nessuno.

– Spesso gli inquilini non pagavano non per contestare, ma perché non avevano soldi, ad es. erano tossicodipendenti che spendevano tutti i soldi in sostanze psicoattive, alcolizzati, ex prostitute ecc.. Come nel caso precedente, bastava uno che non pagava l’affitto, che non pagava più nessuno.

– Non di rado gli assegnatari non pagavano nemmeno le bollette, cioè acqua, luce e gas. Erano gli enti locali ad intervenire per evitare che rimanessero anche senza questi servizi essenziali.

 

La gestione. C’è poi il problema della gestione, affidate a società che non vogliono o non possono far le cose con un po’ di logica o di impegno. Ad esempio, quando un appartamento resta vuoto, non viene assegnato con tempestività a un’altra persona che ne ha bisogno, attingendo da una graduatoria aggiornata ogni due anni, ma viene semplicemente chiuso. Ed ecco che qualcuno sfonda la porta e l’occupa abusivamente. Non sono cose che succedevano nel passato, ma nel 2007 e non in una piccola città del sud, ma nella capitale dell’industria: Milano (dalla trasmissione televisiva “Le iene”, su Italia 1).

 

Ecco una meravigliosa istituzione: le case popolari, trasformarsi in un pozzo senza fondo, che ogni anno assorbe milioni di euro dagli enti locali, senza dare nessun beneficio, anzi per lo più gli inquilini si mostrano arrabbiati e scontenti, pronti a scendere in piazza. Tanti amministratori si chiedevano: “Non era forse meglio lasciarli nelle vecchie baracche, nelle periferie degradate?”

Per amore della verità bisogna dire, però, che per fortuna le cose non sono andate sempre così. La maggior parte delle volte, la gente non ha venduto la casa che le era stato assegnata comprendendo l’importanza di avere un alloggio a buon mercato. Per milioni di persone è stata una possibilità unica per diventare proprietario di una casa ed essi non se la sono lasciata scappare. Ma le esperienze negative ci hanno insegnato che non è facile gestire questo strumento assistenziale.

 

La soluzione. Gli insegnamenti del passato spingono in un’unica direzione: i lavori di manutenzione straordinaria delle case popolari devono essere a totale carico degli occupanti. Si può prevedere un canone di affitto molto basso, anzi si può benissimo rinunciare a esso (tanto non costituiscono una grossa entrata), ma la cosa importante che siano gli assegnatari stessi a provvedere a tutti i lavori per la manutenzione dell’edificio. Come pure le spese di condominio devono essere a totale carico degli inquilini. Questa misura permetterebbe anche di eliminare le società di gestione, quindi le spese. Nel caso che l’appartamento resta vuoto, deve essere il comune ad assegnarlo immediatamente a un altro inquilino, in base alle graduatorie che ogni due anni vengono compilate, a seconda delle richieste.

 

Ottima la strategia scelta da alcuni enti locali di vendere a piccole rate l’appartamento dilatando il pagamento su lunghi periodi, anche 100 anni. In questo modo l’assegnatario diventa subito proprietario e perciò deve provvedere alla manutenzione e pagare le imposte.

In secondo luogo, è bene mettere delle clausole che non permettono all’assegnatario di vendere la sua casa prima di 10 anni. Ciò per evitare che si sperperi il ricavato in alcolici, nel gioco o a prostitute, tornando ad occupare la vecchia catapecchia dove abitava.

 

    L’occupazione delle case. È l’ultimo problema che in questi giorni, siamo a novembre del 2014, in Italia sta suscitando un polverone con proteste, manifestazioni, trasmissioni televisive ecc. Gli enti locali spesso non assegnano con tempestività gli alloggi rimasti vuoti perciò gente senza scrupoli sfonda la porta e ci si mette dentro. Sono soprattutto gli stranieri a fare questo ma anche una buona percentuale di italiani. È nato persino un racket e una “nuova professione”, basta dare 500 euro a qualcuno che sfonda una porta e occupa la casa finché non porti le tue cose dentro e cambi la serratura. Dato che lo stato è assente, anzi la gente ha capito che ha il polso debole e le forze dell’ordine non intervengono, si è arrivati ad occupare anche le case di persone che vi abitano stabilmente, che se mai erano assenti perché ricoverate in ospedale o erano via per un week end.

La soluzione. Innanzitutto bisogna distinguere tra case sfitte, che aspettano un’assegnazione e case regolarmente occupate dagli affittuari. In questo ultimo caso la violazione di domicilio deve essere punita con l’arresto, come in tutti i paesi del mondo.

Per le case sfitte da assegnare. Innanzitutto ciò non succederebbe se si usasse il sistema da noi proposto: cioè di vendere la case all’assegnatario con mutui di 100 anni, in modo che debba pagare un piccola quota mensile. In questo caso la casa è di proprietà se si libera o se il proprietario si trasferisce può venderla.

Nei caso invece c‘è già una situazione esplosiva retaggio di politiche sbagliate del passato. L’ente case popolare deve verificare periodicamente se si sono liberate delle case (chiedendo ai vicini di segnalarle subito) e assegnarle subito al primo della graduatoria che ne ha diritto. Sarà questo a fare i lavori per entrarci dentro e a rendere l’appartamento più sicuro (poi sarà rimborsato). Se gliela occupano mentre fa i lavori è violazione di domicilio perciò scattano gli arresti.

La cosa importante è non avallare mai l’illegalità, altrimenti diventa una giungla dove il più forte prevarica sul debole. Se le autorità non intervengono è il segnale che ognuno fa come vuole e si è tornato alla legge della giungla.

 

I CONTRIBUTI ALLOGGIATIVI

Molti paesi, come gli USA o la Gran Bretagna, vista l’esperienza negativa delle case popolari, hanno scelto un’altra soluzione per aiutare le fasce di popolazione più povere: dare dei contributi per sostenere le spese per l’abitazione. Il metodo presenta molti vantaggi, ma non mancano gli aspetti negativi.

 

Il vantaggio principale è che gli enti locali non devono investire grosse somme per costruire le case popolari.

Per secondo, non esiste il problema della manutenzione degli edifici; le spese per i lavori straordinari, infatti, sono a cura dei proprietari.

Gli svantaggi principali sono:

Per primo, i contributi per l’affitto sono una spesa in costante aumento per gli enti locali, in quanto nei periodi di crisi economica sono sempre più numerose le persone che li chiedono. Col tempo diventano una voce importante nei bilanci comunali.

Per secondo, il sistema si presta a possibili truffe. Chi vuole tenere l’appartamento vuoto, perché ha paura di affittarlo, può trovare qualcuno privo di reddito e stipulare un finto contratto di affitto. Non ci guadagnerà grosse somme, ma le spese di manutenzione, le tasse e un po’ di guadagno, sono assicurati. In questo modo ha l’appartamento sempre libero, ad esempio per poterlo vendere quando vuole, ma nello stesso tempo recupera qualcosa.

Terzo, come c’era da aspettarsi spesso i contributi sono concessi in modo poco equo o, addirittura, con sistemi clientelari. Ad esempio, possono averne diritto persone benestanti solo perché al fisco risultano con un reddito basso, in quanto svolgono una professione autonoma. In effetti, può capitare che il grosso evasore fiscale abbia diritto a quest’assegno mensile, mentre viene negato all’impiegato con uno stipendio modesto.

Quarto, a volte si dichiara un canone di affitto molto più alto di quello effettivamente pagato, in questo modo l’assegnatario prende più soldi.

In ultimo, i contributi per l’affitto hanno l’indubbio svantaggio di far aumentare i prezzi dei canoni di locazione. Chiaramente la gente prendendo la metà dell’affitto è disponibile a pagare di più, con grande gioia dei proprietari.

A questi difetti si è cercato di ovviare introducendo dei correttivi, come l’obbligo di registrare il contratto di affitto, facendo pagare le tasse sull’intera somma. In secondo luogo, per evitare speculazioni il comune non corrisponde mai l’intero canone, ma solo metà. Per terzo, molti enti locali effettuano dei controlli per verificare che l’appartamento sia abitato e che effettivamente il nucleo familiare abbia un reddito basso. Se, ad esempio, risultano disoccupati, ma poi lavorano in nero o risultano proprietari di altri immobili, vengono denunciati per truffa.

L’ASSISTENZA ai SENZA TETTO

Il popolo dei senzatetto (gli homeless), cioè delle persone che vivono di carità, dormono per strada o in rifugi di fortuna è un popolo silenzioso, che vive gomito a gomito con il resto della popolazione, pur costituendo un mondo completamente separato. Nel nostro paese ogni tanto si parla di loro, ma esistono poche iniziative concrete per andare incontro alle loro esigenze. Lo Stato e gli enti locali dovrebbero fare di più per aiutare queste persone e non far finta di non vederle solo perché non danno fastidio.

 

I dormitori pubblici. La risposta giusta a questo problema è la creazione di strutture pubbliche, come esistono in molti paesi, per offrire loro un rifugio per la notte e almeno un pasto caldo al giorno. Una volta si chiamavano dormitori pubblici, ma sarebbe meglio chiamarli in modo più rispettoso, come case dei clochard.

Questi istituti dovrebbero diventare dei veri e propri centri di assistenza agli homeless, alle persone senza fissa dimora, ai barboni o agli sbandati. Ogni capoluogo di provincia o le città più grandi dovrebbero averne almeno uno.

Questi centri per homeless devono essere divisi in due reparti: uno per gli uomini e uno per le donne, per evitare promiscuità. Devono essere gestite da personale addestrato che si mostri gentile, ma nello stesso tempo molto severo nel regolare la vita all’interno di queste strutture.

In esse non deve essere permesso introdurre alcol, droghe o, peggio, fare traffici illeciti. Bisogna evitare assolutamente che si commettono furti, che ci siano abusi o violenze o peggio si schiavizzino i più deboli, ad esempio costringendoli a chiedere la carità agli angoli della strada. Non ci creda che si stia esagerando, l’esperienza del passato, ad esempio se si legge qualcosa su cosa succedeva nei dormitori pubblici esistenti in grosse città come New York (li abbiamo visto persino nei film), suggerisce che tali misure non sono esagerate.

LE CASE PER ANZIANI

Queste strutture sono chiaramente destinate alle persone con più di 65 anni, che non hanno una famiglia che li assiste o non hanno un reddito sufficiente per potersi permettere una casa. Il ricovero deve essere gratuito solo se l’anziano non gode di alcun reddito, ma se è beneficiario di qualche entrata, deve pagare una rata mensile, che gli sarà trattenuta dalla pensione.

Una speculazione che spesso si faceva nel passato (e forse non è rara neanche oggi) era questa: la casa per anziani era offerta gratuitamente, cosicché la pensione dell’assistito finiva nelle tasche dei familiari, cioè proprio di coloro che si erano liberati di lui “scaricandolo” sulle strutture pubbliche. In altre parole si premiavano le persone meschine e un comportamento sociale sbagliato e disumano.

 

L’ASSISTENZA alle CATEGORIE DEBOLI

Quelle viste nella nostra breve panoramica non sono le uniche forme di assistenza sociale, in uno Stato moderno ce ne devono essere anche altre. Le citiamo per dare completezza al nostro studio:

 

Gli orfani e i bambini non adottabili. Per fortuna nei paesi sviluppati non è più un grosso problema, in quanto non è molto difficile trovare delle famiglie che se ne prendano cura. La cosa importante è che si studi tutte le misure per non lasciare questi bambini negli istituti, persino se non sono adottabili, perché niente può sostituire il calore di un nucleo familiare.

Non di rado ci si specula sopra, gli istituti si oppongono a che vengono adottati perché vengono così a perdere una considerevole entrata. Se non sono adottabili bisogna darli almeno in affidamento a famiglie che se ne prendano cura per lunghi periodi di tempo.

 

    Gli ex detenuti. Le persone che hanno avuto dei problemi con la legge devono essere assistite al momento del loro reinserimento nel tessuto sociale, questo per evitare che tornino a delinquere. Non andiamo oltre perché ne abbiamo parlato nel capitolo riguardante il Ministero dell’Interno.

 

   I disabili e gli anziani. Per queste categorie di persone ci pensa la previdenza sociale con le pensioni, ma soprattutto gli enti locali per quanto riguarda le altre forme di assistenza come quelle domiciliari per gli anziani non autosufficienti. Ne parleremo a proposito degli enti locali.

 

L’assistenza sanitaria. È un’altra forma molto comune di assistenza alle categorie più deboli che non possono permettersi di pagarsi le prestazioni mediche e farmaceutiche, ma di questo abbiamo parlato nel capitolo “Ministero della Salute”.

 

LA POVERTÀ

Uno degli obiettivi primari della politica economica del governo, come abbiamo detto nei capitoli precedenti, è quello di eliminare la povertà e la disoccupazione. Oggi la maggior parte dei paesi avanzati non sopporta che i bambini soffrano la fame o che i poveri muoiano giovani a causa delle insufficienze nutrizionali o perché non possono permettersi le cure mediche necessarie. Dappertutto esistono interventi pubblici di assistenza e previdenza sociale, che mettono a disposizione risorse per particolari gruppi a basso reddito.

 

Definizione. Molti teorici sostengono che si può parlare di povertà quando il reddito è inferiore a quanto si spende in alimentari moltiplicato per tre. È un metodo empirico, certamente criticabile, ma che, tuttavia, nella pratica funziona abbastanza bene. Diciamo che, in linea di massima, la povertà è una condizione socio-economica che non permette alla famiglia di condurre una vita dignitosa, anche se senza lussi.

 

Le cause. Ma come nasce la povertà? Che cosa genera questa piaga sociale che, non solo non siamo riusciti da estirpare dalla faccia della terra, ma è in aumento. Negli ultimi anni c’è stato, per effetto della crisi economica, un costante aumento del numero dei poveri non solo nei paesi in via di sviluppo, ma anche in quelli più avanzati.

Un modo di pensare abbastanza comune fino a poco tempo fa individuava nella nostra incapacità di produrre sufficienti beni di consumo per tutta l’umanità la principale causa della povertà. Si credeva che continuando ad aumentare la popolazione a un certo punto non si sarebbe stati più in grado di sfamare tutti. Questa posizione è stata smentita dai fatti. Oggi si producono generi alimentari a sufficienza per nutrire l’intera popolazione mondiale, nonostante questa sia arrivata a quasi 7 miliardi (questo grazie all’innovazione tecnologica), tuttavia nel mondo ci sono quasi 2 miliardi di persone che soffrono la fame o non riescono a nutrirsi a sufficienza.

 

In effetti, si è visto che il problema non è la produzione di una quantità di merci sufficiente per sfamare tutti, ma che i poveri non hanno i mezzi per procurarsi da vivere, cioè non hanno un lavoro o, se l’hanno, non percepiscono un salario sufficiente per consentire loro un livello di vita dignitosa.

Il motivo principale, quindi, alla base della povertà è la disoccupazione, tuttavia le cose nella realtà non sono così semplici. Se si vuole affrontare il problema in maniera razionale è necessario individuarne in modo sistematico tutte le cause a monte del problema, che possono essere divise in due categorie: cause dipendenti dalla situazione economica (fattori esterni) e cause dipendenti dal lavoratore, fattori interni.

 

POVERTÀ DIPENDENTE

DALLA SITUAZIONE ECONOMICA

Molte persone, in particolare numerosi politici, pensano che in fondo non è molto difficile eliminare la povertà, basta dare incentivi o sgravi fiscali alle imprese, avviare il maggior numero possibile di lavori pubblici, sostenere lo sviluppo economico e predisporre numerosi ammortizzatori sociali per sostenere le fasce sociali più deboli. È una visione romantica della realtà, creare sviluppo non significa necessariamente eliminare del tutto il fenomeno della povertà. Il problema è molto più complesso di quanto può sembrare a prima vista. Se si vuole affrontare razionalmente il fenomeno povertà bisogna incidere profondamente sulle cause e queste variano da paese a paese. È solo dal loro studio che possono emergere le indicazioni per venirne veramente a capo.

 

LE CAUSE di POVERTÀ. I motivi che possono essere alla base della povertà sono:

   Le guerre. La guerra porta benessere solo a certe categorie come i fabbricanti di armi, ma impoverisce le nazioni per l’alto costo economico e di vite umane. Le guerre moderne, inoltre, sono diventate addirittura proibitive in quanto le armi attuali hanno dei prezzi enormemente più alti che nel passato. Oggi un carro armato costa più di 2 milioni di euro, un proiettile più di 800 euro, un caccia supersonico una cifra sbalorditiva e lo si può perdere in un secondo, abbattuto con un missile terra aria. Non sbaglia chi sostiene che ormai le guerre se le possono permettere soltanto paesi come gli USA.

 

I disastri naturali. Terremoti, alluvioni o maremoti generano distruzione e morte e di conseguenza anche miseria e fame. Al contrario di quanto si pensa è possibile fare molto per evitare o limitare i danni di questi cataclismi naturali in termini di prevenzione.

Per le alluvioni non bisogna costruire vicino ai fiumi o alle rive del mare, bisogna lasciare i letti dei torrenti liberi, non disboscare i pendii delle montagne ecc., in altre parole bisogna fare una politica del territorio. Invece si continua a costruire a ridosso dei corsi d’acqua, quando non lo si copre nei loro tratti urbani, non si puliscono i letti dei torrenti e anche per tagliare un albero che ne ostruisce il deflusso, c’è bisogno del permesso del corpo forestale.

Per i terremoti è indispensabile costruire in modo antisismico, ma in Italia si parla molto e si fa poco, non solo, ma ci si ricorda di queste cose soltanto quando succede qualche disastro. Ad esempio, nonostante i terremoti dal dopoguerra a oggi hanno seminato distruzione nella nostra penisola e causato la morte di decine di migliaia di persone ancora oggi la maggior parte delle case non risponde a criteri antisismici.

La disoccupazione. È la principale causa di povertà. Quando non si trova lavoro, non c’è possibilità per le famiglie di reperire i mezzi di sostentamento, ciò significa la rovina. La soluzione è ovvia, promuovere la nascita di nuove imprese e lo sviluppo economico. Non andiamo oltre, perché abbiamo trattato l’argomento nel capitolo “La politica economica, come promuovere lo sviluppo”.

 

Salari troppo bassi. Una volta alle persone di colore che lavoravano come schiavi nelle piantagioni di cotone nel sud degli Stati Uniti era assicurato almeno un pasto e un tetto, oggi spesso i lavoratori non guadagnano abbastanza nemmeno per garantirsi queste due cose. Quasi sempre disoccupazione e sfruttamento vanno a braccetto, infatti quando c’è abbondanza di manodopera i datori di lavoro, ne approfittano per offrire salari di fame. Il reverendo T. R. Malthus fece una giusta osservazione nel libro “La legge ferrea dei salari” quando scrisse che la crescita della popolazione avrebbe ridotto inevitabilmente i salari dei lavoratori a livelli della pura sussistenza.

Il capitalismo porta a questi estremi: da un lato l’imprenditore-padrone che guadagna moltissimo, viaggia in auto di lusso e conduce una vita lussuosa, dall’altro gli operai o i dipendenti che spesso guadagnano appena di che vivere onestamente. Riescono a spuntare retribuzioni più alte soltanto coloro che svolgono funzioni direttive o che sono specializzati in un campo per cui, essendo pochi, sempre per la legge della domanda e dell’offerta, sono pagati bene.

Nei paesi occidentali i lavoratori hanno reagito nell’unico modo possibile: organizzandosi, cioè creando dei sindacati. In Italia i sindacati hanno avuto un ruolo preminente per circa 40 anni, durante i quali sono riusciti a ottenere: salari alti, orari di lavoro ridotti (anche 36 ore), ferie retribuite, non licenziabilità in caso di malattia ecc. (spingendosi fino al punto di arrivare a leggi ipergarantiste, che impedivano di licenziare il dipendente anche quando aveva poca voglia di lavorare o si assentava senza un motivo serio).

Tutto ciò è durato quasi fino agli anni ‘90, poi i capitalisti hanno reagito a loro volta con due astute mosse: delocalizzazione e l’immigrazione.

Delocalizzazione. Gli imprenditori a un certo punto hanno capito che con certi sindacati, soprattutto quelli di sinistra, era inutile discutere perciò hanno cominciato a portare le fabbriche nei paesi dove c’era abbondanza di manodopera, salari bassi e non esistevano garanzie sindacali. Oggi se l’operaio metalmeccanico protesta più del consentito, alla prima occasione il capitalista chiude e delocalizza la fabbrica in paesi come la Cina, dove lo sciopero è proibito e gli operai non hanno alcun diritto.

 

L’immigrazione. La seconda mossa è stata ancora più astuta: i padroni hanno cominciato a denunciare scarsità di manodopera (in Italia fino al 2007 era vero) e ad assecondare il desiderio di aiutare i paesi più poveri. Si è così aperto del tutto le porte all’immigrazione proveniente dai paesi extracomunitari. Ciò si è tradotto subito in abbondanza di manodopera e a basso costo, la situazione ideale per i datori di lavoro.

Nessuno sostiene che bisogna tenere chiuse le frontiere, ma solo che l’immigrazione va regolata in modo da non creare un eccesso di manodopera, schiacciando così verso il basso i salari. È uno dei motivi per cui i salari in Italia, negli ultimi anni, sono aumentati pochissimo. Secondo un’inchiesta dell’Euroispes, effettuata nel 2009 e riportata dai principali quotidiani, sono tra i più bassi dell’Europa. In effetti, appena la situazione economica interna è diventata critica (con la chiusura di un gran numero di fabbriche e l’esplosione del ricorso alla cassa integrazione), bisognava limitare gli ingressi.

La strategia obbligata per contrastare il fenomeno delle paghe da fame è l’introduzione del salario minimo, una misura che sebbene sia criticata da molti economisti, serve a ridurre sensibilmente la povertà. Non andiamo oltre perché abbiamo parlato dell’argomento nel capitolo sul Ministero del Lavoro.

 

L’inflazione. Se il costo della vita è alto e l’inflazione continua a falcidiare i salari, il risultato è la miseria. L’inflazione è, infatti, una delle cause più comuni di povertà, abbiamo già parlato delle misure per contenerla nel capitolo: Ministero del Tesoro. L’unica cosa che bisogna aggiungere è che bisogna prevedere dei meccanismi di adeguamento dei salari, finché non si riesce con una politica economica restrittiva a metterla sotto controllo. Questa soluzione, ovviamente, non è priva di effetti collaterali perché alimenta la spirale inflazionistica.

 

    Le spese sanitarie. Le prestazioni mediche spesso sono troppo costose per la povera gente. Ad esempio, in molti paesi se un membro della famiglia di un operaio si ammala gravemente, in poco tempo, se ne possono andare in fumo i risparmi di anni di lavoro. Dove non esiste un’assistenza sanitaria pubblica molta gente si riduce in miseria in questo modo. A questo non c’è che un rimedio: l’assistenza sanitaria nazionale. Non andiamo oltre perché ne abbiamo parlato nel capitolo sul Ministero della Salute.

 

L’abitazione. Una delle spese che più incide negativamente sul bilancio dei poveri è l’affitto di casa. La legge della domanda e dell’offerta spesso fa lievitare i prezzi in modo esponenziale e non di rado si arriva all’assurdo che un affitto di casa costi più del salario di un operaio. La soluzione migliore a questo problema sono le case popolari o i contributi alloggiativi, ne abbiamo parlato nelle pagine precedenti a proposito degli ammortizzatori sociali.

 

POVERTÀ DIPENDENTE DAL

COMPORTAMENTO DEGLI INDIVIDUI

Una seconda concezione, abbastanza diffusa tra gli economisti, fa discendere la povertà dal comportamento degli individui, che ne sono pienamente responsabili. Nei secoli passati gli apologeti del liberismo suggerivano che i poveri erano inetti, indolenti e ubriaconi. Un operatore di un ente assistenziale arrivò a scrivere, quasi 100 anni fa, che la mancanza di occupazione il più delle volte è causata dal bere. Lo Stato stesso era ritenuto responsabile in quanto accusato di generare dipendenza da un mosaico di programmi pubblici che soffocavano le iniziative individuali. Secondo questa concezione lo Stato doveva ridurre i programmi assistenziali affinché la gente sviluppasse le proprie risorse.

 

Questo modo di concepire, soprattutto per merito dei partiti di sinistra, a un certo punto è diventato superato e oggi la povertà non è più vista come una colpa o imputabile alla responsabilità degli individui (ad esempio, quanto c’è una forte crisi economica è quasi impossibile trovare un posto, per quanto il lavoratore si attivi e sia disponibile a fare qualsiasi lavoro).

Tuttavia la posizione che vuole la povertà dipendente dal comportamento del lavoratore non è priva di fondamenta di verità. Si pensi, ad esempio, che molta gente non trova lavoro neanche nei periodi di forte crescita economica o quando i tassi di disoccupazione sono molto bassi.

 

In effetti le due posizioni sono giuste, ma entrambe errate nell’interpretazione più estrema. Nella realtà le cose cambiano sensibilmente da caso a caso. A volte dipende dalla situazione economica, a volte dal lavoratore che non ha voglia di fare niente e intende vivere di previdenza sociale. In questo paragrafo, ci occuperemo delle situazioni in cui la povertà è imputabile al comportamento degli individui.

I FATTORI di POVERTÀ. I poveri non sono soltanto poveri materialmente, spesso lo sono anche spiritualmente e culturalmente. Non sanno gestire le poche risorse economiche che hanno a disposizione; ad es., molti le sperperano in alcolici, in lotterie o nel gioco d’azzardo, altri hanno una vita sentimentale “tormentata”, con varie separazioni e divorzi e figli seminati dappertutto. Ci sono persone che spendono più in avvocati, per le cause di separazione, che per mangiare.

Vediamo quali sono le cause più comuni di povertà, non dovute a fattori esterni e ambientali, come la disoccupazione, ma a fattori dipendenti dalla volontà degli individui.

 

Cattiva gestione delle risorse. Ci sono persone che sono incapaci di gestire parsimoniosamente il proprio denaro. Appena prendono il salario lo spendono in pochi giorni, spesso per cose futili. Il risultato è che dopo qualche settimana, restano senza un soldo fino a fine mese. La maggior parte di esse ricorrono ai prestiti e così comprano a rate, il risultato è che il loro reddito mensile diventa insufficiente persino per le spese quotidiane. I poveri non solo hanno pochi soldi, ma spesso li spendono male o hanno le mani bucate.

 

C’erano due camerieri, marito e moglie, che lavoravano in una pizzeria. Tolti i soldi dell’affitto della casa, spendevano tutto quello che guadagnavano in sigarette e alcolici. Le ultime settimane del mese dovevano farsi prestare i soldi dai colleghi per comprare qualcosa per mangiare o per vestirsi. Non è un caso raro, c’è chi, senza averne le possibilità, si compra telefonini costosissimi, auto di lusso che richiedono una carissima manutenzione, vestiti firmati e così via. Molti di questi individui finiscono nelle mani degli strozzini, altri spendono gran parte dei loro guadagni per lotterie, per il gratta e vinci o al bingo, altri ancora si lasciano mungere da maghi, fattucchiere, veggenti e sette religiose.

 

Separazioni e divorzi. È il caso di persone che divorziano con una donna, dopo qualche anno si rimettono con un’altra per separarsi di nuovo dopo pochi anni. Poco tempo dopo iniziano una nuova convivenza. Se si esamina la storia di tanta gente, si scopre che hanno una lunga serie di convivenze alle spalle, con figli con diverse donne, ciò significa spese legali, spese di mantenimento alle ex mogli, cambiare casa ogni pochi anni ecc.. In effetti separazione e divorzi non hanno solo un costo affettivo e sociale, ma anche economico.

 

Altre volte sono le donne separate a trovarsi in difficoltà perché gli ex mariti non passano loro le spese di mantenimento dei figli, condannandoli alla miseria. Alcuni di essi, pur di non pagarli ricorrono a sporchi stratagemmi come far finta di cedere la propria attività a un familiare o a un amico fidato, per far risultare di essere nullatenente (mentre se mai viaggia in lussuose auto e conduce una vita brillante).

 

In questi casi la legge dovrebbe essere dura costringendo i padri (o le madri, nel caso i figli sono assegnati all’uomo) a pagare le spese di sostentamento dei figli, e se non lo fanno, requisire 1/5 dello stipendio. Non solo, ma se possiedono dei beni, bisogna arrivare al punto di sequestrare anche le auto personali (se sono di valore), gioielli, mobili o altro, persino se intestati a prestanomi. Non si deve permettere, come purtroppo succede non di rado oggi, che chi abbandona moglie e figli se la cavi a buon prezzo. E gli assegni di mantenimento non devono essere irrisori, ma adeguati alle spese che effettivamente si sostiene.

 

Scarsa qualificazione professionale. Oggi la maggior parte delle occupazioni richiede un minimo di professionalità. I poveri, invece, spesso sanno fare solo lavori manuali e non hanno i soldi per far frequentare ai loro figli scuole o corsi professionali. Allora può succede che nel 2004 un paese come il Brasile, con milioni di disoccupati, “importava” manodopera qualificata dall’estero!

La soluzione è una sola: studiare esattamente i settori e le professioni in cui manca gente qualificata e avviare corsi di preparazione gratuiti. In Italia, ad esempio, piuttosto che ricorrere a immigrati come infermieri negli ospedali del Nord, si farebbe meglio a organizzare corsi nelle regioni meridionali, dove le domande di ammissione a questa professione sono molto più numerose dei posti disponibili.

Altre iniziative potrebbero essere: dare gettoni premio a beneficio dei lavoratori che seguono corsi professionali, varare interventi per il recupero degli adulti poco scolarizzati, garantire alla famiglie meno agiate borse di studio per l’accesso agli studi universitari.

Famiglie numerose. È una delle cause principali di povertà anche se è un caso per fortuna diventato poco frequente nei paesi sviluppati dove le famiglie numerose ormai sono una rarità.

Nei paesi sottosviluppati, invece, è abbastanza frequente e perciò tirare su una famiglia di 10 persone con un salario di bracciante agricolo significa condannare i propri figli alla miseria. La maggioranza di essi, in altre parole, non saranno nutriti a sufficienza, non avranno la possibilità di frequentare l’università o di ricevere una qualificazione professionale. Questa situazione non è rara neanche nella borghesia. A volte funzionari pubblici, con un ottimo stipendio, vivono sotto la soglia di povertà perché hanno una famiglia numerosa e non possiedono una casa propria.

 

Scarsa voglia di lavorare. Non esistono soltanto i capitalisti che pagano poco e male, ma anche i lavoratori che non hanno voglia di fare niente. L’ideale, per queste persone, è il posto di parcheggiatore, cioè prendere i soldi dalle auto che entrano in un’aerea di sosta, stando comodamente seduti su una sedia. Molte di queste persone hanno alle spalle una storia lavorativa fatta di vari licenziamenti, lavori saltuari o litigi con i colleghi.

La soluzione di questo problema non è semplice, ma se si continua a considerare il disoccupato sempre e soltanto uno che non riesce a trovare lavoro, non si affronterà mai il problema in maniera costruttiva e razionale.

La strategia migliore è quella di rieducare queste persone, far capire loro che non possono vivere per sempre di assistenzialismo e che “se non lavorano non mangiano”, ma non è semplice. Se dipende soltanto dal fatto che non sono abbastanza intraprendenti, bisogna aiutarli a cercare un lavoro. Se il disoccupato non lo accetta, bisogna cancellarlo da ogni tipo di assistenza. Può sembrare una misura crudele, ma è l’unico modo per indurre certa gente ad essere più collaborativa.

Le varie situazioni comunque vanno studiate a tavolino con l’aiuto di uno psicologo, semmai dopo un confronto franco con la persona. In alcuni casi bisogna pensare a dare a queste persone un lavoro facile, con un orario ridotto (ad esempio 6 ore al giorno) o in situazioni protette, perché non sono in grado di sopportare un lavoro impegnativo o in fabbrica. È meglio che lavorino poco, anziché non lavorino affatto.

 

Problemi psichici. I disturbi mentali sono una delle cause più frequenti di povertà. Chi ha problemi psichici difficilmente sa gestire adeguatamente la propria vita, sia dal punto di vista economico che da quello sociale, anche perché difficilmente è in grado di mantenere un lavoro. Le persone con problemi psichici vanno distinte in due categorie: quelle che possono fare un lavoro facile e quelle che sono incapaci di tenere un lavoro. Nel primo caso bisogna pensare a dei posti di lavoro riservati, come quelli destinati ai disabili, con orari ridotti e ritmi di lavoro molto blandi. Nel secondo, occorre dare loro una pensione sociale, perché è una forma di invalidità.

 

Alcolismo e tossicodipendenza. Gli alcolizzati spesso spendono quanto guadagnano in alcolici, per non parlare dei tossicodipendenti che consumano tutte le loro sostanze per comprarsi la dose quotidiana. Ciò quasi sempre si traduce in emarginazione e povertà. Non andiamo oltre, perché abbiamo parlato degli interventi a favore dei soggetti dipendenti da sostanze psicoattive nel capitolo “Ministero della Salute”.

 

Il gioco d’azzardo. Il gioco d’azzardo è una delle principali cause di povertà. C’è gente che si gioca il proprio salario nei casinò o nelle agenzie di scommesse o al bingo, per non parlare delle vecchiette che bruciano più della metà della propria pensione nelle lotterie o nel “gratta e vinci”. Non a caso, nei tempi passati, una delle prime cose che facevano i comunisti quando andavano al potere in qualche paese, era chiudere tutte le case da gioco. Stessa cosa fecero a Cuba, che sotto il regime del dittatore Battista era diventata la patria dei casinò. Bisogna riconoscere che il loro punto di vista era sensato.

Non solo il gioco d’azzardo è una delle cause più frequenti della povertà, ma spesso è all’origine di rapine, di furti e violenze, cioè gli stessi fatti incresciosi che ci hanno portato a considerare la droga come un flagello sociale. Non di rado giocatori patologici sono disposti a tutto per procurarsi i soldi per soddisfare la loro dipendenza. Attualmente il fenomeno è ancora limitato, ma per il futuro i reati imputabili a questo motivo potrebbero aumentare sensibilmente.

 

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Il SISTEMA PENSIONISTICO

     Le prime pensioni civili per i dipendenti statali compaiono in Francia alla fine del XVIII secolo, mentre il primo sistema di sicurezza sociale in senso moderno si deve al cancelliere tedesco Bismarck. In Gran Bretagna, invece, le pensioni di vecchiaia furono istituite su base volontaria solo nel 1908. In tutti i paesi industrializzati, compresa l’Italia, all’inizio le pensioni erano gestite dalle singole categorie di lavoratori che finanziavano, con contributi volontari, casse mutue destinate a soccorrere i loro associati.

Negli anni Trenta, poi, la previdenza sociale è stata usata dai regimi totalitari come uno strumento per accattivarsi il consenso tra le classi lavoratrici.

I governi, dopo la seconda guerra mondiale, hanno incominciato ad assumere come proprio compito la protezione dei cittadini dai rischi derivanti dall’invalidità e dalla vecchiaia. All’inizio, il finanziamento proveniva da contributi obbligatori dei datori di lavoro e dei lavoratori. All’occorrenza, lo stato interveniva a ripianare i disavanzi delle varie gestioni. Negli anni più recenti, i sistemi previdenziali pubblici in molti paesi, particolarmente in Italia (dove nel 2009 prendeva ben il 54% della spesa sociale, in Europa solo il 41%), sono entrati in crisi e oggi sembrano sempre meno in grado di far fronte ai propri impegni, principalmente a causa dell’invecchiamento della popolazione e del conseguente aumento del numero dei pensionati rispetto al numero dei lavoratori attivi.

 

GLI OBIETTIVI. Il problema principale con cui devono confrontarsi i sistemi pensionistici in tutti i paesi avanzati è l’enorme costo che il suo il mantenimento comporta. In questi ultimi anni di pesante crisi in Europa quasi tutti i paesi sono intervenuti per abbassare il costo dei loro sistemi pensionistici in modo da ridurre i contributi sociali e le tasse, e quindi il costo del lavoro e dare fiato alle aziende che devono fronteggiare la concorrenza mondiale. Ma andiamo con ordine, i principali obiettivi che si deve porre il governante nell’impostare un moderno sistema pensionistico sono:

 

1 – Contenere la spesa pensionistica senza tagliare i giusti diritti delle persone che non possono lavorare o di coloro che hanno maturato il diritto alla pensione.

 

2 – Limitare la corruzione. Occorre prendere tutte le misure per evitare favoritismi, cioè che le pensioni siano concesse anche a chi non ne ha diritto, come falsi invalidi, con pesante aggravio dei bilanci dell’ente previdenziale. È un tipo di clientelismo diffuso in tutti i paesi latini.

 

3 – Evitare le disparità di trattamento. Spesso tra le varie categorie possono esistere grosse differenze di trattamento, il che va contro uno dei principi fondamentali su cui si basano le democrazie moderne: i cittadini sono tutti uguali di fronte alla legge. Al fine di conseguire maggiore equità sociale è necessario impedire che certe categorie abbiano dei privilegi o che, a parità di condizioni, alcuni vadano in pensione con un trattamento migliore degli altri.

Nel nostro paese, ad esempio, i deputati hanno diritto a una pensione dopo soli tre anni di permanenza in Parlamento.

 

I TIPI di PENSIONE. Nella maggior parte degli stati moderni sono previsti i seguenti tipi di pensione:

 

Le pensioni di anzianità. Sono una rendita che il lavoratore si costituisce in cambio di un contributo mensile. Non rientrano nello stato sociale, in quanto sono i lavoratori stessi a pagarsi la pensione.

Le pensioni di invalidità o per motivi di salute. Spettano ai lavoratori dipendenti o autonomi affetti da un’infermità fisica o mentale, che hanno meno di 65 anni e che non possono più lavorare.

Le indennità di accompagnamento. Hanno lo scopo di offrire un aiuto alle persone non autosufficienti, non in grado di svolgere nemmeno le normali attività quotidiane, come lavarsi, vestirsi o prepararsi i pasti.

Le pensioni ai superstiti. Sono quelle destinate ai componenti del nucleo familiare alla morte del lavoratore assicurato o pensionato.

 

Le pensioni sociali per motivi di età. Sono quelle erogate alle persone che hanno superato l’età pensionabile, attualmente 65 anni, ma che non hanno maturato i requisiti minimi per avere diritto alla pensione di anzianità, né hanno un reddito sufficiente a garantire loro la sopravvivenza.

    

LE PENSIONI di ANZIANITÀ

Le pensioni d’anzianità sono quelle corrisposte in cambio di un versamento di contributi mensili da parte dei lavoratori. In Italia l’incoscienza con cui si è operato nel passato (ad esempio, prima del 2.000 gli statali andavano in pensione con 20 anni di servizio), l’allungamento della vita, la crisi economica e la diffusione del lavoro in nero hanno messo in crisi i bilanci dell’IPNS.

Per questi motivi i governi che si sono succeduti dal 20007 in poi sono stati obbligati ad elevare l’età pensionabile, aumentare gli anni minimi di contributi e operare altri tagli, che qui sarebbe lungo spiegare; anche perché non intendiamo assolutamente fossilizzarci sull’esperienza italiana, che è tutto altro che un modello da imitare.

Vediamo quali sono le misure con cui si può stabilizzare il sistema previdenziale. Con questo termine intendiamo un sistema pensionistico che possiede, in massima parte, le risorse per auto sostenersi.

 

     I requisiti minimi. In quasi tutti i paesi i requisiti presi in considerazione sono due:

 

     1) L’età minima pensionabile. In quasi tutti gli Stati moderni era 65 di anni, ma, poi, dopo la crisi finanziaria del 2008 la si è elevata quasi dappertutto. Molti sostengono che è sbagliato fissare un’età precisa, ma è meglio indicare una soglia minima 60 anni e una massima 70. Una persona, infatti, può andare in pensione a 60 anni se ha già 40 anni di contributi, mentre un’altra può essere obbligata a restare oltre i 65 anni se a quest’età ancora non ha nemmeno 25 anni di contributi. Se una persona ha lavorato soltanto 25 anni e gode di ottima salute perché pensionarla a 65 anni e non obbligarla a rimanere al lavoro ancora per alcuni anni?

 

Anche la differenza tra maschi e donne dell’età pensionabile è scomparsa un po’ dappertutto o almeno questa è la tendenza. Da noi prima era 65 anni per gli uomini e a 60 anni per le donne, non era una cosa giusta soprattutto considerando che queste ultime vivono mediamente sei anni più degli uomini, poi ci ha pensato l’Europa ad obbligarci ad innalzarla.

 

     2) I contributi versati. In molti paesi è previsto un limite minimo. Fino a poco tempo fa in Italia si poteva andare in pensione se si avevano almeno 35 anni di contributi e 57 anni di età, poi si è passati a 36 anni, successivamente a 40 anni. È importante fissare sia un limite minimo, in Italia era circa 20 anni, con un numero inferiore era considerata una specie di pensione sociale, sia un limite massimo (40 il limite attuale), questo per liberare posti di lavoro ai giovani.

 

Le misure per contenere la spesa che comporta questo tipo di pensione sono:

Il metodo contributivo. Nel nostro paese fino a pochi anni fa esisteva il sistema retributivo, cioè la pensione veniva calcolata tenendo conto della media degli stipendi degli ultimi 10 anni di servizio. Era un sistema oneroso che si è stati costretti ad abbandonare. Oggi la tendenza, in tutti i paesi avanzati, è l’introduzione del metodo contributivo, il che significa che la pensione viene calcolata in base all’intera somma dei contributi versati in tutta la vita lavorativa. È un criterio molto più equo, anche se di solito significa assegni più bassi.

 

Le aspettative di vita. Un ulteriore fattore di cui si tiene conto nella maggioranza dei paesi sono le aspettative di vita del lavoratore. In effetti, si considera l’età che ha il lavoratore al momento della cessazione del rapporto lavorativo e si vede quanti anni mediamente, secondo le statistiche, gli restano da vivere. Una donna che va, in pensione a 60 anni, ad esempio, a parità di condizioni, prenderà meno di chi va in pensione a 65 anni, perché secondo le statistiche quest’ultima ha davanti a sé 20 anni di vita, mentre la prima godrà dell’assegno per ben 25 anni (attualmente la vita media delle donne è circa 85 anni).

 

Pensioni personalizzate. L’idea è quella di dare la possibilità al lavoratore di personalizzare i contributi al lavoratore con versamenti volontari. In effetti, chi vuole un domani godere di una pensione migliore, può chiedere di versare di più.

Se il lavoratore sa, ad esempio, che versando € 60 in più al mese, un domani godrà, dopo 40 anni di lavoro, di una pensione di € 1400 al mese, può chiedere al suo datore di lavoro di operare una maggiore trattenuta sulla busta paga. In questo modo molta gente sarà invogliata a versare all’ente previdenziale qualcosa in più dei contributi minimi previsti dalla legge.

 

Allo stesso modo, si potrebbe permettere ai cittadini che vogliono, di integrare le somme versate attingendole dai propri risparmi o da altri fonti. Se un lavoratore ha € 10.000 disponibili, se mai guadagnati con una vincita al lotto, e li vuole versare sul suo fondo pensione in modo da godere un domani di una pensione migliore, perché non lasciarglielo fare? In questo modo la pensione diventa qualcosa di soggettivo e personale.

 

I NEMICI DEI SISTEMI PENSIONISTICI

I veri nemici, cioè i fattori che possono mettere in seria difficoltà il sistema pensionistico di un paese sono soprattutto due: il lavoro nero e contributi troppo bassi.

 

     Il lavoro in nero. Nei paesi del terzo mondo dove è molto diffuso, non solo non si riesce a garantire una pensione decente a tutti i lavoratori, ma neanche a coloro che sono in regola.

È chiaro, se soltanto una minoranza dei dipendenti versa i contributi, l’ente previdenziale va in crisi. Perciò la prima cosa da fare se si vuole rendere efficiente il sistema pensionistico è far emergere il lavoro nero.

Le misure per combattere il lavoro nero soprattutto tre: 1) Sanzioni severe verso coloro che assumono in nero. 2) Controlli frequenti 3) Contributi sociali non troppo onerosi. Se un imprenditore paga più di 700 € per assicurazioni e contributi all’Inps, su un salario di 1.200 €, per fare un esempio, sarà sicuramente tentato di ricorrere a lavoratori irregolari. Solo riducendo gli oneri sociali sarà più facile limitare il fenomeno del lavoro nero che per gli enti previdenziali è una vera e propria calamità.

 

Contributi insufficienti. Un altro problema notevole è che alcune categorie di persone, come i coltivatori diretti nel nostro paese, versano dei contributi troppo bassi per coprire il costo delle loro pensioni. Ci sono, poi, imprenditori che pagano meno dei loro operai, perché risultano quasi senza reddito o artigiani che versano cifre irrisorie. A questi bisogna aggiungere, quelle forme di contratto, come quelle per i lavori interinali, che prevedono contributi previdenziali molto bassi. Succede anche all’estero, in Brasile certe industrie pagano contributi previdenziali così esigui che quando i loro lavoratori andranno in pensione percepiranno un assegno insufficiente persino per sfamarsi.

 

I fondi pensione. Il governo deve vigilare affinché i contributi, versati dai lavoratori ogni mese per garantirsi una pensione di anzianità, non siano investiti in attività speculative, in borsa o in attività finanziarie rischiose. Il pericolo è che un domani i fondi potrebbero diventare insufficienti per erogare le pensioni, per questo motivo lo Stato dovrebbe obbligare gli enti previdenziali ad investire almeno il 60% dei soldi raccolti in buoni poliennali del tesoro (i cosiddetti Bonds) e un altro 20% in immobili.

LE PENSIONI SOCIALI per MOTIVI di SALUTE

La pensione di invalidità spetta ai lavoratori dipendenti o autonomi affetti da un’infermità fisica o mentale. Il suo scopo è quello di garantire un reddito alle persone inabili al lavoro. In Italia, purtroppo nel passato, si sono verificati moltissimi casi di corruzione e clientelismo. Un piccolo paese in provincia di Messina è stato per anni il paradiso degli invalidi. A Militello un cittadino su due riscuoteva una pensione di invalidità e uno su quattro risultava addirittura invalido al 100%. Per nove anni, dal 1982 al 1991 la speciale commissione medica del piccolo comune ha sfornato invalidi civili a ritmo sostenuto, fino ad arrivare al record di 500 su una popolazione che allora contava 1200 abitanti.

Per fortuna ci pensò la Procura a fermare questa fabbrica di pensioni, inquisendo tutti per reati che andavano dall’associazione a delinquere al falso. Ironia della sorte, Militello a tre anni di distanza dall’inchiesta, vantava anche un altro record: era anche il paese più longevo della Sicilia, con tre cittadini ultracentenari (Panorama, 2002).

 

Dati più recenti dicono che in Italia, nel 2004, i cittadini beneficiari di pensione di invalidità civile erano 2,1 milioni, di cui ben il 64,6 % titolari anche di altre pensioni. A questi bisognava aggiungere il numero dei titolari di pensioni di indennità, che, sempre nel 2004, erano poco più di un milione, e i beneficiari di pensioni e assegni sociali che erano circa 755.000. C’era poi il gruppo meno numeroso, rappresentato dai titolari di pensione di guerra, che erano ben 406.742 (un numero notevole se si considera che la seconda guerra mondiale era finita da più di 70 anni). Davvero una spesa eccessiva per un paese che vorrebbe abbassare le tasse e diventare competitivo.

 

    Le misure per contenere la spesa che comporta questo tipo di pensione sono soprattutto due:

    Per prima cosa, bisogna moralizzare il settore con controlli e visite fiscali, basate su reperti medici inoppugnabili effettuati in ospedale e visite di controllo di medici provenienti da altre regioni. Lo scopo è di dare la pensione d’invalidità soltanto alle persone che effettivamente non possono lavorare.

 

Per secondo, bisogna smettere di guardare agli invalidi come persone del tutto incapaci di lavorare e un peso morto per la società. Una buona parte di essi è ancora in grado di svolgere alcuni tipi di lavori, ad esempio un cieco può lavorare in un call center, una persona sulla sedia a rotelle può lavorare in ufficio, altri al computer ecc., se si studia bene qualcosa si trova per la maggior parte dei disabili, se mai con orari ridotti.

Abbiamo visto soggetti affetti da ritardo mentale, ritenuti non idonei a svolgere nessun tipo di lavoro, che poi in una ditta di pulizie, se la sono cavata benissimo. In questo modo si fanno due cose buone: non si emargina questa persona e non si aggrava la spesa sociale. Alcuni esperimenti condotti da eminenti psichiatrici hanno accertato che in situazioni protette, persino la maggior parte degli schizofrenici, era in grado di lavorare e di produrre. Non solo, ma “il dolce fare niente” aggravava la loro condizione di salute mentale.

 

LE INDENNITÀ di ACCOMPAGNAMENTO. Sono nate con lo scopo di offrire un aiuto alle persone non autosufficienti, non in grado di svolgere nemmeno le normali attività quotidiane, come lavarsi, vestirsi o prepararsi i pasti. In Italia a differenza delle pensioni di invalidità civile non sono soggette al reddito, perciò nel nostro paese le possono prendere anche le persone benestanti. Inoltre, non di rado nel passato anche le indennità di accompagnamento sono state concesse in modo clientelare, tanto che il loro numero è cresciuto rapidamente. Nel 2004, le persone che godevano di questo assegno erano poco più di un milione.

Il primo obiettivo, per questo, deve essere proprio quello di moralizzare il settore. Le indennità di accompagnamento devono essere concesse solo per gravi motivi di salute, cioè a persone veramente inabili, incapaci di provvedere a se stessi, come infermi a letto o soggetti che hanno bisogno di continua assistenza, ad esempio, pazienti affetti da Alzheimer. I controlli non devono limitarsi solo a visite mediche (che devono essere sempre supportate da referti medici inoppugnabili), ma bisogna ingaggiare degli investigatori privati per indagare sulla vita delle persone che godono di questo beneficio.

 

Ci sono persone che prendono la pensione di invalidità e l’accompagnamento, ma poi lavorano nei campi, altri dichiarati non vedenti che guidano la macchina. Se l’investigatore li sorprende con la telecamera devono essere denunciati per truffa.

È importante, quando si scopre un falso invalido, che anche i componenti della commissione che gli hanno concesso la pensione finiscano sotto inchiesta. Sapendo che il loro operato può essere sottoposto a controlli successivi, saranno attenti a essere più seri e severi. Basterà questa possibilità (cioè che ogni tanto si indaghi su pensionati “sospetti”) per moralizzare molto il settore. Un medico non concederà facilmente la pensione a un falso invalido, se sa che un domani qualcuno potrebbe documentare con telecamera in mano che la persona in oggetto gode di ottima salute e che perciò egli sarà sospeso dal servizio.

 

In secondo luogo, per contenere le spese che comporta questo tipo di pensione è quello di legarle al reddito. L’indennità di accompagnamento, ad esempio, non deve essere data a chi è milionario o a chi gode di una pensione superiore a 1.600 € al mese. È un assegno che bisogna concedere solo alle persone appartenenti alle fasce sociali più deboli, per aiutarle a sostenere le spese che comporta la loro infermità. Come pure devono essere limitate ai soli residenti in Italia.

In ultimo, queste pensioni in certi casi non devono essere definitive, ma aggiornate con certificati medici. Se una persona guarisce dal cancro e diventa autosufficiente perché deve continuare a percepire la pensione di accompagnamento?

 

     Pensioni inadeguate. Una cosa scandalosa che succede in molti paesi, come il nostro, è che i veri invalidi spesso prendono degli assegni da fame, insufficienti persino per mangiare. In questo modo deve essere la famiglia a farsi carico. Se si opera con serietà e si toglie la pensione a fasi invalidi, si vedrà che si riesce a dare anche a costoro un reddito dignitoso.

 

LE PENSIONI SOCIALI per MOTIVI di ETÀ

Le pensioni sociali sono quelle erogate alle persone che hanno superato i 65 anni, ma non hanno maturato i requisiti minimi per avere diritto alla pensione di anzianità. Si tratta di prestazioni di natura assistenziale riservate ai cittadini italiani, che oltre ad avere 65 anni di età e la residenza in Italia, hanno un reddito pari a zero o di modesto importo. Da noi i limiti sono stabiliti ogni anno dalla legge e variano a seconda che il pensionato sia solo o coniugato. Se è coniugato, infatti, si tiene conto anche del reddito del coniuge. Tale assegno, ovviamente, non è esportabile e pertanto si perde se l’interessato si trasferisce all’estero. Non è neanche reversibile e quindi non può essere trasmesso ai familiari superstiti.

 

     Le misure per contenere questo tipo di pensione sono:

    Le persone benestanti. I veri destinatari delle pensioni sociali di anzianità sono i disoccupati, cioè le persone che hanno cercato un lavoro, ma non l’hanno trovato, o che hanno svolto lavori saltuari. Per questo motivo devono essere esclusi tutti i titolari di una rendita finanziaria, le persone benestanti o con un reddito, come i proprietari di immobili (eccetto la casa di residenza, che non può essere considerata fonte di reddito). Rientrano in questa categoria anche coloro che hanno donato le proprie proprietà immobiliari ai figli e si fingono nullatenenti. Se questi ultimi vogliono una pensione devono versare dei contributi volontari.

 

Le casalinghe. Ai fini della previdenza sociale devono essere divise in due categorie: casalinghe disoccupate e casalinghe per scelta. Le prime costituite dalle donne che non sono riuscite a trovare un lavoro; devono essere considerate disoccupate e perciò devono avere diritto a una pensione sociale come tutti. Il discorso cambia per le casalinghe per libera scelta, donne (in qualche caso uomini), che non hanno mai cercato il lavoro o per libera scelta o perché il loro partner godeva di un reddito sufficiente per mantenere tutta la famiglia. Di solito si tratta di mogli di imprenditori, di costruttori, di dirigenti di aziende o di funzionari di enti pubblici. Queste ultime devono essere considerate persone benestanti e perciò, se vogliono una pensione devono versare dei contributi volontari.

L’età pensionabile. È giusto, sull’esempio di altri paesi come la Germania, che si elevi almeno a 67 – 68 anni questo limite (nel nostro paese è stato fatto dal governo Monti). Se la vita media delle persone si è allungata notevolmente perché dare un assegno a persone di 65 anni che godono di buona salute e che potrebbero ancora lavorare?

 

Requisiti minimi. Le pensioni sociali dovrebbero essere riservate ai cittadini italiani cioè a color che hanno la cittadinanza da almeno 30 anni e che effettivamente sono residenti nel nostro paese. Non devono essere concesse agli immigrati dopo pochi anni di residenza nel nostro paese, anche se hanno più di 65 anni.

 

L’obbligo di residenza. Uno dei requisiti principali per avere diritto alla pensione sociale in Italia è l’obbligo di residenza. Ma sono molte le persone che aggirano questa regola. Gli emigranti italiani all’estero ad es., spesso delegano qualcuno a riscuotere la pensione e se la fanno, poi, spedire all’estero. Qualche volta l’Inps chiede loro il passaporto, ma tuttavia i controlli sono blandi e insufficienti. La delega in caso di pensioni sociali deve essere possibile solo in caso di disabilità.

Un altro sistema è quello di far accreditare la propria pensione su un conto corrente bancario, il pensionato, poi, dall’estero ogni mese con una carta di credito, preleva quanto gli serve per i bisogni quotidiani. Bisognerebbe introdurre una norme più restrittive, ad es., i titolari di queste pensioni devono consegnare il loro passaporto all’Inps. Ogni volta che ne hanno bisogno per espatriare devono passare all’Inps a prenderlo. Questo per evitare che trascorrano più di tre mesi ogni anno all’estero, il massimo consentito. Per secondo, si potrebbe prevedere delle visite fiscali, se non vengono trovate al proprio domicilio, si può sospendere l’assegno. Non andiamo oltre, ma ci dovrebbero essere più controlli per evitare che le pensioni sociali siano esportate.

 

LA PENSIONE AI SUPERSTITI

È la pensione che, alla morte del lavoratore assicurato o pensionato, spetta ai componenti del suo nucleo familiare. È un tipo di pensione, nato in Italia dopo la prima guerra mondiale per garantire un reddito alle vedove dei soldati morti al fronte, che poi si è diffuso anche negli altri paesi europei. Lo scopo evidente è quello di garantire un reddito minimo al coniuge superstite o ai figli, se minorenni, in caso di morte del lavoratore.

Questo tipo di pensione in Italia spetta al coniuge, anche se separato o divorziato, a condizione che abbia beneficiato di un assegno di mantenimento e non si sia risposato; ai figli (legittimi, legittimati, adottivi, naturali, riconosciuti legalmente o giudizialmente dichiarati, nati da precedente matrimonio dell’altro coniuge) che alla data della morte del genitore siano minori, studenti o inabili e a suo carico; ai nipoti minori che erano a carico del parente defunto (nonno o nonna). In mancanza del coniuge, dei figli e dei nipoti ne hanno diritto anche i genitori e, in mancanza di questi, i fratelli celibi e le sorelle nubili.

 

Si tratta di un sistema estremamente generoso in quanto si allarga eccessivamente il numero delle persone che possono godere di questo beneficio. In Italia nel 2004 i titolari di pensioni ai superstiti erano ben 4,6 milioni, il secondo gruppo in termini di numerosità. Se, poi, un domani verranno legalizzati i matrimoni tra gli omosessuali potrebbero aumentare ancora del 25 – 30%. In pratica, quasi sempre la pensione non finirebbe con la morte del pensionato, ma passerebbe a una seconda persona.

 

Le misure per contenere la spesa che comporta questo tipo di pensione potrebbero essere:

Limiti per i matrimoni in tarda età. Non di rado in Italia gli anziani usano la loro pensione di reversibilità per pagarsi una badante straniera che si prenda cura di loro. Abbiamo visto vecchi di 77 anni sposare donne brasiliane di 30 anni. È un contratto estremamente conveniente per ambedue le parti. L’anziano ha una compagna e qualcuno che l’accudisce quasi gratuitamente. La badante in cambio di alcuni anni di sacrificio accanto all’anziano, riceverà una pensione che le permetterà loro di vivere senza problemi per il resto della loro vita. Per questo non dovrebbero essere concesse se il matrimonio avviene dopo i 50 anni di età.

 

Separazioni e divorzi. Non bisogna essere troppo generosi, l’ex coniuge, in caso di morte deve ricevere solo l’assegno di mantenimento che questo già gli versava in vita, niente di più. Inoltre, se si è divorziati deve essere sospeso dopo dieci anni dalla morte. Per i figli deve continuare fino all’età di 21 anni, mai di più. Se si tratta di disabili avranno la loro pensione di invalidità.

 

    Gli eredi. Questo tipo di pensione deve essere corrisposto solo ai figli o al coniuge superstite, non a genitori, fratelli o altri parenti.

 

Falsi matrimoni. Bisogna stare attenti a eventuali abusi. Non deve succedere che persone si cerchino un anziano, se mai una vecchia zia che porta un cognome diverso, e ci si mette d’accordo per farsi lasciare la pensione contraendo un matrimonio fittizio, se mai sul letto di morte. Per questo motivo è giusto ripristinare la norma, in vigore alcuni anni fa, con cui si aveva diritto alla pensione al superstite, soltanto nel caso il matrimonio fosse durato almeno sei mesi e non concedere l’assegno se esiste una differenza di età di più di 20 anni.

 

Proporzionale alla durata del matrimonio. L’ammontare dell’assegno deve essere proporzionale agli anni di convivenza dei coniugi. Non è giusto che si prenda una pensione di reversibilità che dura tutta la vita se si è stati sposati solo qualche mese. Un’ottima idea sarebbe quella di obbligare il lavoratore a versare tutti i mesi una piccola quota per la pensione di reversibilità del coniuge, in modo che poi, alla sua morte, sia facile calcolare quanti anni è durato il matrimonio.

 

ALTRE MISURE PER LIMITARE

LA SPESA PENSIONISTICA

     Quelli indicati nelle pagine precedenti non sono gli unici interventi possibili per tenere sotto controllo la spesa dovuta al sistema pensionistico, ce ne sono altri. Vediamoli brevemente.

 

Spese legali. In Italia esiste una norma per lo meno inusuale. Se un cittadino chiede una pensione di invalidità, ma gli viene rifiutata, può far causa allo Stato. Fin qui niente di strano, ma la stessa legge prevede che lo Stato paghi le spese legali in ogni caso, anche se l’utente perde la causa. Questa generosità o meglio, questa ingenuità, ha fatto arricchire numerosi legali. Bastava loro trovare degli anziani o persone che accusassero qualche male e pretendessero per questo una pensione, che il gioco era fatto. Anche se andava male, comunque il legale ci guadagnava una generosa parcella.

Le proposte per superare questo problema sono principalmente due: la prima è tenere “la questione” al di fuori dei tribunali ordinari. Nel senso che, se al cittadino viene rifiutata la pensione di invalidità, può far ricorso a una commissione nazionale, composta da medici provenienti da altre regioni. In altre parole, si possono costituire 2 o 3 gradi di giudizio, con commissioni provinciali, regionali e nazionali, interne all’Inps.

Si conseguirebbero così due obiettivi: si libererebbero i tribunali di un enorme mole di lavoro (liberando spazi ed energie per i processi civili, che da noi possono durare anche 10 anni) e l’INPS risparmierebbe tantissimi soldi.

La seconda soluzione potrebbe essere quello di far pagare all’utente buona parte delle spese legali, se perde la causa. In questo modo, si avventurerebbe a far ricorso in tribunale soltanto chi ha fondati motivi per richiedere una pensione di invalidità.

 

     Il divieto di cumulo. Un’altra misura per risparmiare sulla spesa previdenziale è fare dei tagli su coloro che godono di più pensioni. In Italia ci sono anziani che prendono 3 – 4 pensioni: la pensione di reversibilità, di invalidità, l’accompagnamento ecc.. Non di rado vedove che non hanno mai lavorato nella loro vita, quindi che non hanno mai versato un euro di contributo, superano i € 2.500 al mese.

La regola dovrebbe essere una sola: chi supera il reddito medio di un impiegato, ad esempio supera 1.600 euro al mese, non ha diritto ad altre pensioni, come quella di invalidità o di guerra.

 

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IL SISTEMA PENSIONISTICO E LE MIGRAZIONI

Viviamo in periodi storici in cui sono esistono forti flussi immigratori. Per il passato sono stati gli italiani a cercare lavoro all’estero, poi il nostro paese è diventata terra di immigrazione, in cui hanno cercato un lavoro milioni di immigrati provenienti principalmente dai paesi in via di sviluppo. Dopo la crisi finanziaria del 2008 gli italiani hanno ricominciato ad emigrare, anche se per lo più imprenditori o persone intraprendenti che hanno cercato una migliore sistemazione all’estero. Di tutto questo il sistema pensionistico deve tener conto, anzi è fondamentale se non si vuole creare gravi squilibri. Vediamo i diversi casi.

 

I CITTADINI RESIDENTI ALL’ESTERO

Le pensioni degli italiani residenti all’estero costituiscono un altro un problema che va affrontato con la dovuta razionalità. Possiamo distinguere due casi:     la pensione agli emigranti italiani che hanno lavorato all’estero per moltissimi anni e i pensionati italiani che si godono la loro pensione all’estero.

 

Gli emigranti italiani. Per il passato siamo stati un popolo di emigranti, tutto ciò si ripercosso sul nostro sistema previdenziale. Nel 2004 i pensionati residenti all’estero erano più di 320.000. Un numero rilevante se si considera che gli italiani hanno smesso di emigrare per motivi di lavoro da 40 anni. Alcuni anni fa è stato posto un freno a queste pensioni facili, in pratica prima del 2.000 qualsiasi emigrante nato in Italia o figlio di italiani, appena arrivava a 65 anni aveva diritto a una pensione sociale. Spesso non era necessario neanche un viaggio in Italia, bastava rivolgersi a uno dei tanti patronati esistenti nelle varie capitali dell’America del sud o di altri Stati.

Per non parlare delle truffe, familiari di persone decedute che hanno continuato a percepire la pensione del padre anche per 5 – 6 anni dopo la sua morte, tanto nessuno si preoccupava di verificare che il pensionato fosse ancora in vita. Da un articolo apparso sul Corriere della Sera del 8/5/2007 risultava che gli ultracentenari con pensioni in Italia erano 7.039, 1 su 2000 totali, mentre all’estero 635, 1 su 435, in particolare nella sola Argentina più di 6.000 assegni venivano dati a persone sopra i 90 anni.

La spiegazione di tanta longevità all’estero, forse, sta soltanto nel fatto che in molti paesi, come in Brasile e in Argentina, molte persone non denunciano la morte del loro congiunto e continuano a prendere tranquillamente la sua pensione. A questa situazione, in questi ultimi anni si è cercato di porre rimedio obbligando i pensionati a presentare “certificati dell’esistenza in vita”, ma a nostro giudizio, i controlli dovrebbero ancora più severi.

 

La soluzione. Occorre stabilire dei requisiti minimi, ad esempio gli emigranti devono avere almeno 10 anni di contributi versati in patria ed essere stati residenti in Italia per almeno 20 anni. Non deve essere possibile che chi ha vissuto sempre all’estero, con pochi viaggi in patria, riesca a ottenere una pensione sociale, anche in considerazione del fatto che spesso, queste persone, hanno già all’estero un’altra pensione.

Per secondo le pensioni sociali non possono essere godute all’estero. Per chi rientra deve essere poi obbligato a risiedere nel territorio nazionale tutto l’anno.

 

I pensionati italiani che si godono la loro pensione all’estero. Oggi non è visto come un problema, ma è sbagliato perché se tutti i pensionati italiani (che nel 2010 erano quasi 14 milioni) si trasferissero in qualche paese oltre mare, ci sarebbe un crollo dei consumi interni, sarebbe il colpo di grazia per il nostro sistema economico già in forte crisi.

Se ai nostri pensionati si aggiungono milioni di immigrati stranieri che si sono conquistata una pensione italiana lavorando nel nostro paese e gli emigranti italiani all’estero, di cui abbiamo parlato sopra, il risultato sarebbe che ogni mese alcuni miliardi di euro uscirebbero dal nostro paese. Tutti soldi che se fossero consumati nel nostro paese ci farebbero uscire dalla recessione.

 

Occorre almeno fissare dei limiti minimi, ad es. evitando che i titolari di pensioni sociali si trasferiscano all’estero. Non si dovrebbe permettere a chi ha versato meno di 20 anni di contributi, agli invalidi, a chi gode di assegno di accompagnamento ecc. di fissare la propria residenza al di fuori dei confini nazionali. Per secondo bisognerebbe almeno abolire le agevolazioni fiscali di cui oggi godono e non esornarli da certe “trattenute”.

 

LE PENSIONI AGLI IMMIGRATI

È un problema che in alcuni paesi come Italia non ci si pone con la dovuta urgenza, ma che bisognerebbe affrontare al più presto, in quanto si tratta di una bomba a tempo che nel giro di alcuni decenni potrebbe mettere in difficoltà il sistema previdenziale. Ma, spesso, non si è previdenti e si affrontano i problemi soltanto quando diventano un’emergenza.

La maggioranza dei nostri politici, in particolare quelli di sinistra, sono convinti che il problema non esiste. Gli extracomunitari, secondo la loro opinione, non costituiscono una minaccia, ma una risorsa in quanto pagando i contributi permetteranno di pagare le pensioni a chi se ne va in pensione in questi anni.

Peccano di ingenuità, in quanto il problema non sono gli immigrati che lavorano regolarmente e pagano i contributi, ma quelli che lavorano in nero. Un domani, questi lavoratori, approfittando di qualche sanatoria o ricorrendo a qualche escamotage (come un finto matrimonio), otterranno prima il permesso di soggiorno e poi la cittadinanza.

Il problema sorgerà quando queste persone arriveranno a 65 anni, età della pensione, ad esempio con soltanto 8 anni di contributi versati. Cosa faremo, daremo una pensione sociale a tutti? Nobile intenzione, però attenzione: tra una ventina di anni potrebbero essere, addirittura, milioni di stranieri a trovarsi in questa situazione. A questi bisogna aggiungere coloro che sono venuti nel nostro paese già in tarda età. Ad esempio, una buona parte delle badanti russe e ucraine con regolare permesso di soggiorno hanno già superato i 50 anni.

 

Inoltre, c’è il problema che spesso gli extracomunitari pagano dei contributi assolutamente insufficienti per coprire il costo che comporta una pensione di vecchiaia. Molte categorie, ad esempio le badanti, versano in tutto, tra assicurazioni e contributi previdenziali, poco più di 100 € al mese. Soldi assolutamente insufficienti per dare loro una pensione. Cosa faremo, daremo loro delle mini pensioni?

Un altro grosso problema è che il sistema previdenziale, così come concepito oggi si presta ad abusi. Facciamo un esempio. Un extracomunitario viene nel nostro paese, lavora per alcuni anni, ottiene il permesso di soggiorno e, poi la cittadinanza (se mai con un finto matrimonio). A questo punto, rientra nel suo paese, ad esempio, perché gli viene offerto un buon lavoro, tornando di tanto in tanto per salutare i suoi parenti rimasti in Italia.

Ebbene questa persona, a 65 anni, può presentarsi all’Inps e pretendere una pensione sociale. Dichiarerà di essere rimasto sempre nel nostro paese (come prova potrà portare un contratto di affitto di una casa, che al momento di rientrare in patria ha ceduto a un parente o a un amico), ma di essere rimasto disoccupato tutto questo tempo e di aver vissuto grazie agli aiuti di parenti e connazionali. Come stanno le cose in Italia oggi, questo signore ha diritto alla pensione sociale che si andrà a godere nel suo paese (ricorrendo ai soliti stratagemmi), dove, se mai, è riuscito a conquistarsi un’altra pensione.

 

Un altro problema sono i familiari degli stranieri, parliamo dei genitori degli immigrati. Questi ultimi spesso se li portano in Italia per assisterli. Oltre al fatto che sono milioni di persone in più sul nostro sistema sanitario, che al limite dell’incoscienza, cura tutti gratuitamente, secondo l’attuale legge dopo 10 anni di residenza nel nostro paese hanno diritto a una pensione sociale. È chiaro che si tratta di un problema di umanità, però bisogna stare attenti ad aggravare troppo la spesa sociale.

 

La soluzione. Verso gli stranieri, non bisogna essere razzisti come in certi paesi europei, rendendo loro difficilissimo conquistarsi una pensione, ma neanche troppo generosi, creando così un vistoso buco nei bilanci degli enti previdenziali. Bisogna concedere loro quanto gli spetta di diritto, senza esagerare con la solidarietà.

 

I requisiti minimi. È l’unico modo di intervenire razionalmente. In Germania uno straniero per avere diritto alla pensione tedesca doveva aver versato almeno 19 anni e 6 mesi di contributi. Senza arrivare a questi eccessi crediamo che non si possa fissare un limite inferiore ai 15 anni. Se il lavoratore straniero lavora di meno, non deve avere diritto a nessuna pensione.

Per le pensioni sociali agli stranieri, invece, bisogna mettere dei severi limiti. Uno di questi potrebbe essere quello di concedere la pensione sociale solo a chi può dimostrare di essere stato effettivamente residente nel paese almeno 30 anni e ha versato 10 anni di contributi. In questi casi, però, bisogna introdurre la regola che l’immigrato è obbligato a risiedere nel nostro paese. La pensione sociale è un aiuto che concede lo Stato per permettere alle persone più disagiate di condurre una vita onesta, se l’immigrato se ne torna nel suo paese, questo dovere spetta allo Stato che lo ospita.

 

Non andiamo oltre, perché i problemi inerenti al sistema pensionistico e soprattutto all’esigenza di contenere questa spesa, sono davvero numerosi e non si possono affrontare in questa pubblicazione che risponde a precisi criteri di sinteticità, in quanto si presenta come uno studio che vuole affrontare tutti gli aspetti, cioè intende essere completo.

Un pensiero su “19 – LO STATO SOCIALE

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