IL SOCIALISMO SCIENTIFICO

IL  SOCIALISMO SCIENTIFICO

    La caduta dei regimi comunisti, il fallimento dell’economia pianificata e centralizzata ha fatto nascere spontaneamente un quesito: è possibile costruire un sistema alternativo a quello capitalista, ma non per questo meno efficiente e ben organizzato?

In altre parole, davvero non ci resta altro che il capitalismo, un sistema economico che usa come carburante l’egoismo umano?

 

La risposta ha continuato a sfuggirci per molto tempo. Poi finalmente abbiamo capito che la soluzione consisteva nel conciliare proprietà “collettiva” e libero mercato, cioè mantenere la proprietà pubblica delle strutture economiche, ma non abolire il mercato. Fu questo l’errore maggiore dei comunisti nei paesi dell’est europeo quando andarono al potere. Non tanto quello di avere abolito la proprietà privata, ma quello di aver preteso di sostituirsi al libero mercato.

La nostra proposta è partita proprio da questa idea. Non era, infatti, assolutamente riproponibile il comunismo nella forma che abbiamo conosciuta, anche se in una certa misura riusciva a rispondere alle richieste di equità sociale. Le inefficienze dell’economia pianificata erano così numerose ed evidenti, che un remake del modello comunista sarebbe stata una ripetizione del disastro che abbiamo già visto nei paesi dell’est europeo.

Il segreto per riuscire nell’impresa, perciò, era non sopprimere il libero mercato, col gioco della domanda e dell’offerta, che è un meccanismo insostituibile per risolvere i problemi dell’allocazione delle risorse. Chiunque tenta di eliminarlo o di sostituirsi ad esso, non fa che combinare guai, che poi la gente paga con sofferenze e miserie.

Il modo per sposare socialismo e libero mercato era piuttosto semplice: niente proprietà di stato, niente economia centralizzata, ma le strutture economiche, le fabbriche, le attività commerciali ecc.. dovevano essere gestite direttamente dai lavoratori. Al modello dell’economia pianificata centralizzata proponiamo, in alternativa, quello dell’economia pianificata periferica. In parole povere il nostro modello si basa sull’autogestione delle aziende.

In effetti, nel socialismo scientifico, all’esterno non cambia niente, ci sono imprese che aprono, imprese che chiudono e quelle sul mercato si fanno concorrenza tra di loro come in un qualsiasi paese dell’occidente.

All’interno, però, cambia tutto. L’impresa non è padronale, non si tramanda di padre in figlio, è di proprietà degli operai, che la gestiscono, percepiscono i ricavi e, poi, quando vanno in pensione la lasciano ad altri operai. In effetti, al contrario del comunismo, in cui era lo Stato il padrone, qui padroni sono gli operai, o meglio i dipendenti delle aziende.

 

Cosa ancora più importante di tutto: nell’azienda collettivizzata tutti partecipano agli utili.

In altre parole, sia pure in misura diversa, quando l’azienda va bene, tutti prendono soldi in più, da quello che fa le pulizie ai quadri dirigenti. Se si fanno affari d’oro, non è uno solo ad arricchirsi, ma tutti. Ma andiamo con ordine.

 

L’AZIENDA AUTOGESTITA

    L’autogestione delle fabbriche o delle strutture economiche è un modello è già stato tentato molti anni fa in alcuni paesi comunisti, come la Jugoslavia di Tito, ma con scarsi risultati. Noi siamo convinti che la strada non era sbagliata, ma come è stata messa in pratica quest’idea.

L’idea è ben presto spiegata: ogni 3 anni si riunisce un’assemblea che provvede a eleggere un presidente e un gruppo dirigente, che assumono la guida dell’azienda.

In effetti, ogni impresa viene ad assumere un doppio carattere: capitalista quando opera all’esterno, infatti il suo presidente firma dei contratti, cerca alleanze commerciali, si costruisce una rete di distribuzione ecc, ma socialista all’interno, in quanto i quadri dirigenti sono eletti dai dipendenti.

L’autogestione, però, può diventare un sistema economicamente valido soltanto se si osservano rigidamente alcune regole. In altre parole, se si dà la possibilità agli operai di autogestirsi, senza mettere dei precisi limiti, porteranno l’impresa allo sfascio. Ad esempio, sceglieranno come presidente una persona molto accomodante nei loro confronti, cioè una persona che non li sanziona, se fanno tardi al lavoro, se si impegnano poco o se restano a casa per un banale raffreddore.

Inoltre, come l’esperienza insegna, se si passa il potere in mano agli operai come prima cosa si aumenteranno lo stipendio, anche se gli utili dell’azienda sono in netto ribasso. È ciò che succedeva nell’ex Jugoslavia; il risultato era che l’azienda andava in crisi e il governo centrale, ogni anno, doveva intervenire per ripianare i suoi buchi di bilancio.

In conclusione, le aziende autogestite nell’ex Jugoslavia di Tito avevano gli stessi problemi di quelle comuniste: scarsa produttività, disaffezione al lavoro, scarsa attenzione all’innovazione, cattiva organizzazione ecc.. Per questo motivo questo modello, almeno nella versione in cui fu realizzato allora, non è riproponibile. Se si vuole che esso funzioni egregiamente, c’è bisogno di modifiche fondamentali. Lo vedremo nel prossimo paragrafo.

 

LA FABBRICA AUTOGESTITA

    L’autogestione, com’abbiamo accennato, non è un’idea nuova, già in passato è stata tentata con scarsa fortuna. I motivi per cui questo modello fu un insuccesso sono molti, per questo se si vuole che funzioni, bisogna rispettare rigidamente 6 regole:

 

1 – Le retribuzioni dei dipendenti devono essere strettamente legate agli utili o alla produttività.

Nell’azienda collettivizzata sia gli stipendi, che i salari sono composti da una parte fissa, che costituisce il salario minimo di sopravvivenza, e da una parte mobile, collegata agli utili dell’azienda.

Più i bilanci dell’azienda sono in attivo, più soldi ci saranno per tutti. Al contrario, quando l’azienda va male si pagheranno soltanto i salari minimi, stabiliti dallo Stato e sufficienti soltanto delle esigenze fondamentali come mangiare e vestirsi. In altre parole quando gli operai percepiscono solo i salari minimi fanno enormi sacrifici per arrivare a fine mese. Solo in questo modo tutti i dipendenti saranno fortemente interessati al futuro dell’azienda. Al contrario, se si ripiana ogni anno i loro bilanci in rosso, come succedeva nell’ex Jugoslavia, nessuno si preoccuperà di aumentare produttività e profitti.

In effetti, i dipendenti  devono essere fortemente motivati a portare l’azienda al successo perché l’unico modo per guadagnare di più è quello di aumentare i profitti.

Nel caso estremo, cioè se con la loro negligenza portano al fallimento l’azienda, essi perdono soldi e posto di lavoro. Non deve succedere assolutamente che lo Stato intervenga, come nell’ex Jugoslavia, a dare loro un nuovo lavoro, ed i più fortunati arrivavano addirittura a guadagnare di più.

Solo in questo modo nelle fabbriche non ci sarà spazio per i lavativi, perché siamo sicuri che saranno gli stessi operai a controllarsi l’uno con l’altro e a segnalare alla direzione la pecora nera che non ha voglia di fare niente.

 

2 – Il presidente deve avere ampi poteri di gestione.

Anche se le cariche sono elettive, una volta a capo dell’azienda il gruppo dirigente ha ampia libertà di organizzazione. Finita l’elezione, in parole povere, finisce la democrazia, presidente eletto diventa di fatto il padrone dell’azienda per tre anni. Gli oppositori non possono far altro che sbraitare e attendere la fine del mandato, cioè quando bisogna votare di nuovo per rinnovare il consiglio di amministrazione.

3 – Il presidente e il gruppo direttivo devono essere  incentivati.

Nel caso l’azienda va bene, devono ricevere dei premi di produzione (dal 3% al 5 % dei profitti). In questo modo saranno fortemente motivati a portare avanti l’azienda. Inoltre, ciò dovrebbe scoraggiare la corruzione. Se un presidente guadagna abbastanza bene, perché dovrebbe rischiare tutto?

Al contrario quando l’azienda va male deve scattare una riduzione del 5% dello stipendio, questa penale deve essere applicata da persone esterne all’azienda in modo da lasciare poco spazio a giochi finanziari.

 

4 – Trasparenza dei bilanci e nella gestione.

I bilanci della società, come pure le scelte imprenditoriali, devono essere pubblici, ossia note a tutti i dipendenti (il segreto per scoraggiare la corruzione, infatti, si chiama trasparenza), che sono tenuti alla massima discrezione. I documenti più scottanti possono essere consultati soltanto negli uffici e non essere portati all’esterno, nemmeno come fotocopie. Ovviamente stiamo parlando di scelte economiche, non di segreti tecnologici o di lavorazione che devono essere note soltanto agli addetti del settore o alle persone strettamente necessarie.

In parole povere il presidente deve, ad esempio, comunicare ai suoi dipendenti l’intenzione di comprare nuovi macchinari per automatizzare i processi di lavorazione, ma non può rivelare i materiali utilizzati per fabbricare un certo prodotto. Questo al fine di evitare casi di spionaggio industriale.

Come pure i bilanci della società, con l’indicazione precisa delle spese, dei profitti, degli stipendi ecc. devono essere pubblicati ogni anno e data una copia ai dipendenti, che però sono tenuti alla massima riservatezza. In questi bilanci deve essere specificato anche quanto guadagna il presidente e tutti i membri del gruppo direttivo, sia come stipendio, che come premi di produzione. Senza trasparenza questo modello va in crisi perché inevitabilmente ci sarà chi approfitterà del denaro dell’azienda collettivizzata e così la corruzione sarà diffusa a tutti i livelli.

 

5 – Precise regole per le nuove assunzioni, che devono indicate nello statuto. In questo modo si eviterà che il presidente o i dirigenti assumano persone “dalla loro parte” per conservare sempre la maggioranza nelle assemblee. Allo stesso modo devono essere loro regolamentati i licenziamenti per impedire il presidente si liberi degli oppositori semplicemente licenziandoli. Ad esempio, la riduzione del personale deve essere decisa a stragrande maggioranza solo dall’assemblea generale.

Per secondo, le persone licenziate, almeno che non lo siano state per gravi inadempienze, conservano il diritto di votare ancora per 5 anni e così via. In parole povere ci devono essere norme precise per regolare sia le assunzioni che i licenziamenti, per evitare che vengano fatte in modo arbitrario per costruire o disfare maggioranze.

 

6 – L’azienda può essere messa in liquidazione o venduta, nel caso vada male, cioè se i conti vanno pesantemente in rosso. È il caso peggiore, lo vedremo nel prossimo paragrafo.

    NEL CASO  L’AZIENDA VA MALE

     L’azienda collettivizzata quando presenta i conti in rosso per più anni fallisce come una qualsiasi impresa capitalista e tutti i dipendenti ne pagano le conseguenze perdendo il posto di lavoro. In effetti, quando un’impresa non è più in grado di recuperare senza interventi esterni, si attiva una procedura di salvataggio prima, di liquidazione poi, se la precedente fallisce.

Si comincia saggiando l’ipotesi di un rifinanziamento dell’impresa. Il presidente si rivolge a una banca per chiedere un prestito. Presenta le sue credenziali e se l’istituto di credito decide di concederglielo, scatta automaticamente la disposizione che i salari e premi di produzione di tutti i dipendenti, compresi quelli del presidente, restano congelati, cioè non sono possibili aumenti di nessun genere.

Nel caso questa strada non è percorribile, perché nessuna banca è disposta a concedere il prestito e l’azienda non è in grado di reggere il mercato, si avvia la procedura fallimentare. Il presidente deposita i libri contabili in tribunale e si chiede l’intervento di un commissario. Il governo o il Ministro nomina una commissione che valuterà caso per caso i provvedimenti da prendere.

Questo commissario (o più di uno ci si tratta di una grossa azienda), studia bene i bilanci, la qualità dei beni prodotti, analizza i motivi che l’hanno portata a chiudere e alla fine prende una decisione. Se l’impresa è recuperabile, in quanto fa buoni prodotti e ha un ottimo staff, la si rifinanzia. In questo caso, però, devono essere rimossi tutti i vecchi quadri dirigenti. Sarà la commissione stessa a scegliere un nuovo presidente e un nuovo gruppo dirigente e a controllare la sua amministrazione per 3 anni. Se in questo periodo recupera e dimostra di reggersi sulle sue gambe, diventa di nuovo un’azienda collettivizzata. Non sono permessi, ovviamente, aumenti delle retribuzioni in questo periodo di prova. Tutti gli utili devono essere reinvestiti nell’azienda.

Nel caso, invece, che si tratti di un’azienda decotta, che non sarà mai in grado di reggersi sulle sue gambe, verrà chiusa definitivamente e tutti i dipendenti licenziati; a meno che un’altra azienda del settore si dichiari disponibile a rilevarla. Se succede, la nuova azienda non risponde dei debiti contratti dall’azienda assorbita, ma deve, però, finanziare con proprie risorse la sua ristrutturazione, comprare le materie prime, in altre parole deve farla ripartire a spese sue.

Cosa importante, i dipendenti dell’impresa assorbita per tre anni non hanno diritto di voto nelle assemblee. Percepiscono un salario, ma non hanno diritto neanche alla distribuzione degli utili. Allo scadere dei tre anni, cambia tutto, perché anche questi dipendenti acquisiscono gli stessi diritti degli altri. Questa misura ha soprattutto lo scopo di evitare che le maestranze della fabbrica fallita, influenzino negativamente la conduzione dell’azienda nata dalla fusione.

 

Come pure è  importante è che il presidente e tutto il gruppo dirigenziale dell’azienda fallita, non possono assumere incarichi dirigenziali per tre anni. Non si deve verificare che dopo aver portato l’azienda alla rovina, questi siano premiati con un passaggio, semmai, a un posto migliore.

La cosa assolutamente da evitare è, infatti, che i dipendenti imparino a non temere l’eventualità di una chiusura per fallimento della propria azienda. Se non ci rimettono di tasca propria e non paghino un duro prezzo per la loro negligenza, non è difficile che, con le loro beghe interne, la mandino in rovina. Come pure è da evitare assolutamente, come succedeva nell’ex Jugoslavia, che quando un’azienda entra in crisi arriva il commissario governativo e ripiana i debiti. Non deve succedere che i dipendenti se la cavino con un semplice trasferimento ad altri incarichi (se mai in un ente locale). Come dire più sei incapace, più sei corrotto, più ti premio.

 

L’ELEZIONE DEL PRESIDENTE

    Il sistema elettorale per nominare il presidente e i quadri dirigenti deve essere di tipo maggioritario, ossia garantire maggioranze stabili anche quando all’interno dell’azienda si creino due o tre o più fazioni in forte conflitto tra di loro.

Le cose devono essere predisposte in modo che chi vince diventa presidente e ha tutto il potere per governare, gli altri vanno all’opposizione. Se non sono d’accordo sulle scelte del gruppo dirigente possono solo protestare e aspettare le prossime elezioni per ribaltare la situazione. Non devono essere possibili maggioranze risicate, capovolgimenti di fronte o forme di ostruzionismo che possono portare alla paralisi delle attività dell’impresa, né che chi è sconfitto alle elezioni possa creare difficoltà mostrando disaffezione al lavoro.

La regola ferrea è: chi vince le elezioni deve poter amministrare senza difficoltà fino alle successive elezioni. Per le modalità di elezioni si potrebbero utilizzare quelle attualmente in vigore per l’elezione del sindaco, cioè con un turno di ballottaggio. L’importante è che ne esca una maggioranza chiara e precisa (leggere a proposito quanto abbiamo scritto sui sistemi elettorali).

 

In un sol caso è possibile l’impeachement, cioè rimuovere il presidente, quando questo si rende responsabile di azioni economicamente sbagliate che possono portare l’azienda alla rovina. Ma per avviare una procedura del genere i promotori devono avere il sostegno dei due terzi dei dipendenti.

 

I licenziamenti, poi, eccetto quelli dovuti a gravi colpe del lavoratore, devono essere decisi dall’assemblea. Possono avvenire in due soli casi: quando l’azienda ha necessità di ridurre gli organici per ridurre la produzione e quando i dipendenti mostrano poco impegno sul lavoro o si rendano colpevoli di comportamenti negligenti. L’azienda, in questi casi, deve documentare le sue ragioni con testimonianze o con filmati.

Il lavoratore licenziato, però, conserva il diritto di voto per 5 anni dopo che ha lasciato l’azienda, questo per evitare che il presidente si liberi degli avversari licenziandoli.

Altre regole importanti sono:

1- Il controllo degli orari di lavoro e della contabilità non deve spettare al presidente, ma al segretario (nominato dal consiglio di amministrazione e da un rappresentante del governo). Quest’ultimo ha una triplice funzione: a) Controllare che i dipendenti arrivino in orario, non si assentino senza giustificati motivi e che rispettino i loro doveri. b) Provvedere alla contabilità. c) Svolgere il compito di garante, che è quello di far funzionare la macchina democratica (un po’ quello che fa il nostro Presidente della Repubblica). Ad esempio, se il presidente viene messo in minoranza, indice nuove elezioni e guida l’azienda nei momenti di transizione.

È importante che ci sia questa separazione dei ruoli per vari motivi. Il più importante di questi è che il presidente deve concentrarsi sulla conduzione dell’azienda e sulla produzione. Secondo: per evitare imbrogli è meglio che la contabilità la porti una persona esterna al gruppo dirigente, infine è auspicabile che i controlli dei dipendenti non siano svolti dal presidente. Ovviamente, se il segretario non svolge adeguatamente il proprio ruolo il presidente può chiedere all’assemblea di sfiduciarlo e di eleggere qualcun altro al suo posto.

 

2 – Una certa percentuale dei profitti, almeno il 30%, deve essere reinvestito nell’azienda per produrre innovazione, per comprare nuove macchine, per migliorare le condizioni di lavoro ecc.. È assolutamente vietato trasformare tutti gli utili in aumento delle retribuzioni.

 

3 – Una volta ultimate le elezioni, le divisioni interne devono ricombattersi e bisogna che si torni a lavorare tutti insieme in armonia. Anche nel caso che non si riesca a raggiungere questo obiettivo, le cose devono essere predisposte in modo che una volta eletto il presidente deve cessare ogni campagna elettorale. I dirigenti devono dedicare tutto il loro tempo a portare avanti l’azienda, non a tenere a bada l’opposizione interna. Ciò significa che i perdenti, una volta finito il turno elettorale, devono collaborare con il presidente affinché l’azienda vada bene e non ricorrere a forme di propaganda o di ostruzionismo.

Lo scopo di queste norme è evitare che all’interno della fabbrica si crei un clima di perenne tensione o, addirittura, di guerriglia. Ciò può diventare deleterio per il futuro dell’azienda, può comportare enormi perdite di tempo, stress per tutti e calo della produttività. In effetti, l’azienda può dividersi in fazioni solo nei periodi elettorali, dopo ci si deve dimenticare di tutte le polemiche e il presidente eletto deve diventare il presidente di tutti.

Come si può realizzare questo obiettivo nel caso le maestranze non sono così responsabili da autocontrollarsi? In modo molto semplice: i dissensi possono essere espressi solo nelle assemblee che sono tenute periodicamente. Inoltre, la campagna elettorale può essere riaperta solo 2 mesi prima della scadenza del mandato.

 

4 – Alla fine di ogni anno si riunisce l’assemblea dei soci, in cui si approvano i bilanci e si decide per il futuro. Se viene confermata la fiducia al presidente uscente, questi continuerà a dirigere l’azienda per un altro anno (o per due o tre, a seconda dei casi).

 

5 – Le aziende collettivizzate pagano le tasse come quelle private, nella stessa misura e con le stesse modalità. Anche i rapporti tra queste aziende e gli apparati statali burocratici sono i normali rapporti impresa – stato.

 

Come si comportano all’esterno, cioè sul mercato, le aziende collettivizzate?

Come una qualsiasi altra azienda capitalista, cioè seguono logiche di profitto e tendono a massimizzare gli utili. Il presidente di queste aziende avrà pieni poteri, quindi potrà stipulare contratti, decidere dove e quando comprare le materie prime o quali prodotti mettere sul mercato. In effetti le aziende collettivizzate, si presentano all’esterno come normali imprese private, mentre all’interno sono socialiste, in quanto i padroni non sono gli azionisti o i capitalisti, che cercano di guadagnare il più possibile offrendo spesso paghe di fame agli operai, ma i dipendenti stessi.

 

LE PICCOLE IMPRESE

    Le aziende collettivizzate hanno una loro logica se hanno almeno 10 dipendenti, soglia al di sotto della quale conviene ripiegare sulle aziende private. In effetti nel modello da noi descritto, cioè il modello di socialismo scientifico, esistono due tipi di aziende, quelle medie e grandi, cioè con più di 10 dipendenti, che sono collettivizzate, e quelle piccole che sono private, spesso a conduzione familiare.

In effetti nei settori dove esistono tante piccole imprese, in concorrenza tra di loro, è meglio lasciare fare al mercato. Ad esempio, nel settore caseario, stiamo parlando dei produttori di mozzarella, essendoci molta concorrenza e essendo queste aziende distribuite abbastanza capillarmente sul territorio (almeno in certe zone) è meglio lasciare spazio all’iniziativa privata.

È la stessa cosa per i piccoli negozi, per gli artigiani, per le piccole aziende agricole, per le lavanderie e così via. Sarebbe assurdo imporre a queste ultime una gestione collettivizzata. Chiaramente il contratto dei dipendenti di queste piccole imprese va stipulato a livello nazionale, con incontri tra i sindacati di categorie e gli imprenditori, per evitare paghe basse. È pure importante impedire il lavoro in nero. Per questo devono essere previsti frequenti controlli.

    È assurdo come facevano i comunisti associare la piccola proprietà al capitalismo. L’impiegato  che possiede l’appartamento dove abita non è un capitalista, ma solo uno che non paga l’affitto. Il capitalista è colui che ha 10 appartamenti e li affitta agli operai a prezzi esorbitanti, “portandogli via” gran parte del loro reddito. Allo stesso modo la piccola azienda agricola a conduzione familiare non è una “impresa capitalista ma una piccola impresa privata. È invece il latifondista a dover essere considerata un capitalista.

 

E per il resto, come funzionerebbe il socialismo scientifico?

Come un qualsiasi Stato democratico. Tramite elezioni un leader va al governo che stabilisce la propria linea politica. Non cambia proprio niente. Si possono utilizzare tutte le indicazioni descritte su questo libro.

L’unica grossa differenza è che, nello stato che decidesse di adottare questo regime politico, la proprietà delle grandi aziende (cioè quelle con più di 10 lavoratori), è in mano ai dipendenti, invece che ai privati. Il governo interviene solo quando queste vanno in crisi, per tentare un salvataggio. Allo steso modo sono scoraggiate le grandi concentrazioni di capitali, ad esempio bisogna scoraggiare chi ha già 10 appartamenti ad acquistarne altri con una tassazione elevata, anche oltre il 50%.

 

Il mercato, è, quindi, libero e forse più concorrenziale di quanto lo è adesso (in quanto spesso i capitalisti formano dei cartelli). In altre parole, il sistema da noi ideato non annulla il mercato, ma lo pone al centro del sistema come regolatore economico.

È il mercato che fissa i prezzi, è il mercato che decide cosa e dove produrre, è il mercato che stabilisce le modalità di transazione ecc. È un meccanismo neutrale, che premia l’efficienza e la competenza.

 

I vantaggi di questo sistema?

Non avremo più super ricchi che fanno le vacanze 3 volte all’anno a bordo di yacht miliardari, mentre gli operai devono fare i salti mortali per arrivare a fine mese. Le retribuzioni sarebbero molto più livellate e ci sarebbe un benessere diffuso. Ciò significa ripresa dei consumi interni e dell’economia.

 

Per secondo, aumenterebbero le possibilità di riscatto economico-sociale delle classi più umili. Anche il figlio dell’operaio o il lavoratore nullatenente può diventare manager di un’azienda e da qui tentare l’avventura politica. Se gli va bene, può anche arrivare a diventare capo dello Stato. È la realizzazione del mito del self made man, mentre adesso se uno non ha alle spalle una famiglia ricca o potente, le possibilità di emergere o di fare carriera politica sono molto limitate.

Infine, finirebbe lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, lo schiavismo, gli operai che lavorano 12 ore al giorno o il lavoro nero. Per tutti ci sarebbero condizioni di vita migliori.

 

È UN SISTEMA

ECONOMICAMENTE VALIDO?

    Le domande che nascono spontanee sono soprattutto due: un regime così sarebbe efficiente quanto quello capitalistico? Le aziende collettivizzate saranno in grado produrre innovazione e di stare al passo con quelle capitaliste, esistenti nei paesi occidentali?

Noi siamo convinti di sì, anzi per certi versi potrebbe rivelarsi un modello anche più efficiente. E questo per un semplice motivo. Nel socialismo scientifico non esiste l’eredità della proprietà dell’impresa. Si diventa, manager di un’industria soltanto se si è capaci di emergere, di farsi strada, e solo quando si sono acquisite certe capacità professionali. Sicuramente, infatti, saranno eletti presidenti di un’azienda collettivizzata solo le persone che hanno trascorso molti anni dentro l’azienda e, quindi, dopo lunga e sperimentata esperienza. Chi è appena assunto non avrà nessuno possibilità di entrare nei quadri dirigenti.

In effetti, ci sarà una selezione continua dei manager, anche più pronunciata che nel sistema capitalistico. Il punto debole di quest’ultimo, infatti, è che l’azienda fondata dal padre non di rado passa nelle mani di figli incompetenti o con scarsa voglia di lavorare. L’eredità, in effetti, nel sistema capitalista è il passaggio più delicato in quanto non sempre i figli sono all’altezza dei padri. Spesso le imprese finiscono nelle mani delle nuove generazioni che sono incompetenti, viziate e presuntuose.

La maggior parte degli industriali o degli imprenditori cerca di superare questo punto delicato mandando studiare i figli nelle migliori università del mondo. Difatti oggi più raro che nel passato, che una nuova generazione non continui l’attività dei padri. Ciò però non scongiura assolutamente il pericolo, ancora oggi succede spesso che i figli mandino in rovina l’azienda del padre.

Nel socialismo scientifico i nuovi dirigenti vengono scelti dalle persone più idonee a farlo, cioè da quelle che lavorano nella fabbrica e che quindi si rendono conto se tutto è organizzato male.

 

Non è l’unico motivo che ci spinge ad essere ottimisti. le aziende collettivizzate dovrebbero essere efficienti soprattutto perché se va al potere, qualcuno che non è in grado di dirigere l’azienda, i suoi bilanci andranno subito in rosso. Tutti i dipendenti si vedranno ridurre le retribuzioni e, quindi, all’assemblea annuale lo metteranno in minoranza, costringendolo a dimettersi.

Per questo motivo è di vitale importanza che tutti coloro che lavorano nelle aziende collettivizzate siano fortemente motivati a che l’azienda produca utili. È non c’è persona più interessata di quella che partecipa alla divisione degli utili e resta disoccupata nel caso l’impresa chiude.

Inoltre, un regime così dovrebbe essere efficiente quanto quello capitalista perché non si annulla affatto il mercato. In altre parole i prezzi sono sempre determinati dal mercato, dall’incrocio della domanda e dell’offerta ed è sempre il mercato a decidere cosa, come e quando produrre i beni. “All’esterno” non cambia niente con il sistema capitalista che noi conosciamo.

In alternativa … non ci resta altro che il “vecchio” capitalismo. Un sistema che se regolato da rigide norme (come la legge antitrust), può essere “depurato” da certi eccessi, in modo da impedire che si trasformarsi in un sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ad esempio, la presenza di organizzazioni sindacali o di un governo che prenda la difesa dei lavoratori e regoli l’immigrazione in modo che non si verifichi sul mercato un eccesso di mano d’opera, può servire egregiamente ad impedire che i salari si abbassino sotto la soglia di sopravvivenza.

In effetti il sistema capitalista, depurato da certi eccessi, può continuare ad

 

IL PASSAGGIO DA UN SISTEMA ALL’ALTRO

    Non crediamo che sia necessaria una rivoluzione con le armi per passare da un sistema capitalista a quello con l’attività, le cose possono avvenire gradualmente e pacificamente. Due modi che suggeriamo:

– Quando la aziende vanno in crisi, lo Stato può intervenire per rilevarne la proprietà e passarla agli operai  che poi si autogestiscono.

– Gli operai che lo desiderano possono farne richiesta e lo Stato compra qualche azienda decotta, o da loro un terreno e i fondi per costruirla.

– Rendendo obbligatoria la partecipazione agli utili, in questo modo le imprese capitalistiche diventerebbero molto simili a quelle collettivizzate. In altri casi si potrebbe obbligare a pagare una piccola parte del salario in azioni, così, a poco a poco, gli operai diventerebbero i veri proprietari dell’impresa.

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