6 – LA MICROECONOMIA

CAPITOLO VI

LA MICROECONOMIA

L’economia delle nazioni per secoli è stata preminentemente agricola, poi le cose sono cambiate. Per un periodo è stato il commercio il settore più importante, poi con la rivoluzione industriale, avvenuta agli inizi dell’Ottocento, l’industria ne ha preso il posto. Oggi il settore che occupa il maggior numero di addetti è il terziario. Di questo, però, non bisogna meravigliarsi, perché è così nella maggior parte dei paesi sviluppati.

Ciò, però, non deve indurre in errore e far pensare che si può espandere a volontà. Se fosse possibile farlo, infatti, per creare nuovi posti di lavoro, basterebbe gonfiare gli organici nel settore pubblico e nei servizi. Sarebbe molto semplice uscire dai periodi di recessione. È il primo quesito che ci porremo.

 

Il terziario. È una domanda che è lecito porsi: “Fino a che punto si può continuare ad espanderlo?”

A prima vista può sembrare una problematica complessa, in realtà conosciamo la risposta, che ci è dettata dall’esperienza. Il terziario (escluso il turismo che a torto è considerata un’attività terziaria) può essere ampliato fino a che la spesa pubblica lo consente, in parole povere fino a quando il debito pubblico non arriva a livelli insostenibili (gli economisti consigliano di non andare mai oltre il 90% del Pil).

In questi casi l’alternativa diventa: o si riduce la spesa pubblica o si rischia il tracollo. In parole povere si possono aumentare i posti nel terziario solo se c’è crescita economica, cioè solo se c’è un’espansione dei settori primari e secondari, altrimenti significa costruire un castello sulla sabbia. Inoltre bisogna guardare anche al debito pubblico, se si avvicina alla soglia del 90% occorre fermarsi e pensare come ridurre la spesa pubblica.

    I settori da privilegiare. A volte si sentono affermati uomini politici sostenere: “La vocazione dell’Italia è turistica”. In effetti, è sensato lasciare perdere alcuni settori per puntare principalmente su altri?

È una discussione che ha un senso solo in teoria, in quanto nella pratica una politica economica oculata e lungimirante cerca di sviluppare tutti i settori, non trascurandone nessuno. Se anche si riesce a recuperare solo pochi posti di lavoro in un campo, sono tutti posti guadagnati. In altre parole, anche se ci sono dei settori da privilegiare e su cui puntare, in quanto costituiscono i settori di eccellenza del paese, bisogna cercare di non trascurarne nessuno. Anche se si confezionano soltanto, ad esempio, prodotti che vengono dall’estero, si possono creare posti di lavoro, che aiutano l’economia.

 

1 – MINISTERO AGRICOLTURA, FORESTE e ATTIVITÀ PRIMARIE

I problemi non solo dell’agricoltura italiana, ma di tutti i paesi avanzati, sono: spopolamento delle campagne, difficoltà a trovare manodopera a costo non eccessivo (per questo si ricorre sempre di più ai lavoratori stranieri), costi di produzione elevati, rete distributiva inadeguata, concorrenza dei prodotti esteri ecc., si tratta di un carnet di problemi troppo vasto per essere trattato adeguatamente in poche pagine, per questo motivo ci limiteremo ad abbozzare soltanto le tematiche primarie.

Incominciamo col dire che la strada giusta per dotarsi di una moderna l’agricoltura è “industrializzare l’agricoltura”. Il che significa l’adozione di moderne tecniche di produzione simili a quelle usate nell’industria. Non si può pensare di competere sui mercati internazionali producendo con vecchi sistemi artigianali introdotti dai nonni. L’agricoltura deve essere automatizzata, bisogna introdurre dappertutto macchine, metodi di coltivazione e di raccolta innovativi. Bisogna uscire dalla logica dei piccoli poderi coltivati dai contadini che hanno come unica preparazione professionale la tradizione millenaria dei propri antenati.

Per questo motivo occorre puntare a una maggiore professionalità nel settore. Le sovvenzioni all’agricoltura, perciò, devono essere dirette soprattutto a migliorare le tecniche e a rinnovare le strutture e non muoversi su base assistenziale o, peggio, clientelare. Bisogna premiare la produttività e non le rendite passive.

Per terzo, bisogna cercare di aumentare le dimensioni delle aziende agricole che se sono troppo piccole non trovano conveniente l’introduzione di macchinari (ma evitare anche l’eccesso opposto: il latifondo, che presenta altri tipi di problemi, come l’eccessiva centralizzazione della proprietà). La frammentazione fondiaria, infatti, è uno dei principali problemi che impedisce all’agricoltura di molti paesi come l’Italia di decollare.

 

Le altre problematiche che riguardano il settore sono:

La distribuzione. È il principale problema degli agricoltori italiani, almeno di quelli piccoli. Spesso l’agricoltore è schiacciato dai distributori o dai grossisti. Non di rado lascia marcire il raccolto sui campi perché non trova conveniente raccoglierlo. Correggere le distorsioni della distribuzione, come abbiamo detto nella prima parte, dovrebbe essere uno dei compiti dello Stato. È vitale per la nostra agricoltura che i prodotti siano pagati in modo remunerativo.

Non è giusto che frutta o verdura comprati sui campi a 30 centesimi al chilo vengono venduti l’indomani al mercato a 2 euro.

 

Le soluzioni. Accenniamo alle due più semplici.

    La prima potrebbe essere le cooperative di distribuzione. Aiutare, cioè, i contadini a creare una propria distribuzione. Non più un mercato dominato dai grossisti, ma una rete distributiva controllata dagli stessi contadini in modo che possano smerciare facilmente i loro prodotti senza subire i ricatti dei distributori.

La seconda, favorire la creazioni di punti di vendita diretti. Tutti i comuni dovrebbero dare delle piazze in cui gli agricoltori possono vendere al pubblico i proprio prodotti (o tramite internet).

Il problema dei prodotti agricoli comprati sui campi a prezzi irrisori, comunque, non sempre è imputabile alle distorsioni della distribuzione, spesso ci sono altri problemi dietro. Per questo motivo bisogna indagare caso per caso, per verificare effettivamente che cosa fa moltiplicare il prezzo del prodotto da quando viene raccolto nel campo, fino a quando arriva al mercato e, poi, intervenire sulle cause. Ad esempio, se un eccesso di produzione di pomodori ha causato il crollo del loro prezzo, favorire degli accordi in modo che l’anno successivo si coltivino meno pomodori.

 

La speculazione. Il mercato non è più il luogo dove si fa il prezzo, che è stabilito dai grossisti o dalla globalizzazione. La grande distribuzione controlla il mercato e decide quali prodotti fare arrivare al consumatore. Se guadagna di più o gli amministratori di queste grandi reti distributive prendono “bustarelle”, fanno andare avanti i prodotti nordafricani o sudamericani e così consumiamo carote che vengono dalla Tunisia, asparagi dal Perù, uva dal Cile ecc.. Stando così le cose, solo gli agricoltori che hanno “aderenze” nella grande distribuzione possono sopravvivere, gli altri sono destinati a chiudere anche se riescono a produrre a prezzi competitivi.

 

    Le sovvenzioni dello stato. Per certi politici basta distribuire un po’ di soldi (spesso in modo clientelare) ed ecco risolti i problemi dell’agricoltura italiana. Questo sistema, anche se porta un po’ di ossigeno nelle casse degli agricoltori, però, presenta diversi difetti:

Per prima cosa comporta una voce passiva per lo Stato e un aggravamento della spesa pubblica. Per secondo, si favorisce corruzione e clientelismo. Non di rado i politici si fanno la loro campagna elettorale pilotando i contributi agricoli. Anche velocizzare le pratiche, può essere un modo per fare clientelismo.

Per terzo, spesso le sovvenzioni favoriscono sprechi enormi. Escono i contributi per i frutteti? Gli agricoltori tirano via le precedenti piante e mettono le pesche. Pochi anni dopo escono i contributi per gli oliveti? Tirano via le piante di pesca (dicendo che sono seccate) e mettono olivi e così via. Non di rado gli agricoltori non mirano alla produzione, ma alle sovvenzioni dello Stato o a quelle della Comunità Europea.

Una buona regola è quella di non dare mai finanziamenti a fondo perduto, ma prestiti agevolati. L’agricoltore sa che prima o poi dovrà restituire la somma ricevuta, perciò se mira solo a speculare, si fa conti e si rende conto che il gioco non vale la candela.

 

La concorrenza estera. Oggi in Italia arrivano moltissimi prodotti dai paesi del Nord Africa, dalla Spagna, dal sud America persino dalla lontana Cina. Nei paesi su citati, il prezzo della manodopera è molto basso e i costi di produzione nettamente inferiori. I nostri agricoltori, tranne quelli specializzati nella produzione di prodotti di lusso (come vini famosi), spesso si trovano in difficoltà. Per questo motivo avere un moneta debole aiuta, ma soprattutto non bisogna mai sottovalutare l’importanza del tasso di cambio. Spesso svalutando leggermente si ridà fiato alla propria agricoltura.

Una buona strategia, comunque, è puntare sul biologico e sulle produzioni di qualità. Settori che hanno bisogno di più tecnologia, ma garantiscono margini di guadagno più alti e, quindi, permettono agli agricoltori di reggere meglio la concorrenza dei prodotti provenienti dai paesi emergenti. Ciò significa, però, mettersi sulla difensiva e mantenere soltanto nicchie di mercato, rinunciando a dar battaglia su un fronte più esteso. In altre parole non tutti gli agricoltori possono puntare sul biologico, perché non è un mercato estendibile a volontà. Quando sarà saturo bisognerà pensare a qualcos’altro.

In Italia, molti agricoltori per difendersi hanno ripiegato sui prodotti fuori stagione in serre, che costando di più permettono loro di recuperare i costi (perciò si parla di agricoltura stagionale), quando poi arrivano i prodotti dall’estero, passano ad altre coltivazioni.

Una misura per combattere la forte concorrenza estera, a volte sleale in quanto si immettono sul mercato merci prodotte con concimi nocivi alla salute, potrebbe essere quella di essere molto severi nei controlli sulla qualità della merce importata, con sospensione della licenza di importazione nel caso di alimenti “non sani”.

Come pure dazi non molto elevati sulle importazioni potrebbero dare ai propri agricoltori dei margini di guadagno più ampi, che permetterebbero loro di sopravvivere in attesa di tempi migliori, ma è ritenuta una forma di protezionismo. Il libero scambio è un’ottima cosa pero bisogna stare attenti a che non penalizzi troppo la propria produzione e si apra alla concorrenza sleale internazionale.

 

    Il caporalato. Lo sfruttamento della manodopera è uno dei principali problemi del settore agricolo. Il caporalato non si vince solo con misure repressive, ma sostituendolo con una struttura legale che assolva il compito di far arrivare la manodopera sui campi, là dove è necessaria. In parole povere bisogna costituire delle agenzie di lavoro agricole, che prendendo un giusto compenso per l’opera prestata, pongano fine ai vecchi sistemi di sfruttamento, garantendo nello stesso tempo l’apporto di lavoratori al momento della semina o della raccolta. Mai come in questo caso è auspicabile favorire la nascita di cooperative, gestite dagli stessi braccianti agricoli, che si interessa di far arrivare la mano d’opera necessaria sui campi quando i datori di lavoro lo richiedono. Prendono l’appalto e poi dividono egualmente gli utili tra di loro.

 

    L’agriturismo. È una risposta intelligente ai problemi dei piccoli agricoltori, che così possono contare su un nuova entrata e dare uno smercio ai loro prodotti agricoli. Bisogna stare attenti, però, che la maggior parte degli agriturismo, non sono tali, ma ristoranti camuffati, cioè comprano nei supermercati quasi tutti i prodotti che servono ai loro clienti. Su questo bisognerebbe vigilare, in quanto, secondo legge dovrebbero auto-produrre almeno il 40% di quello che utilizzano per far da mangiare.

 

La polverizzazione degli interventi. Quando in un paese come l’Italia ci sono tanti enti locali (Regioni, Comuni, Province, Comunità montane ecc., più la Comunità Europea) sono in troppi ad occuparsi di agricoltura e allora si assiste a un accavallarsi di iniziative e di interventi. Occorrerebbe razionalizzare il sistema delegando a un solo ente locale (la massimo due) il compito di assistere gli agricoltori.

 

    La burocrazia. L’eccessivo numero di enti locali comporta anche un carico burocratico (e fiscale) spesso insopportabile. Occorre semplificare al massimo le pratiche, in secondo luogo occorre permettere agli agricoltori di svolgere molte pratiche tramite internet, assegnando loro una password di identificazione.

 

L’agricoltura a ciclo chiuso. L’agricoltura intensiva, industriale con ampio uso di fertilizzanti e di antiparassitari, praticata attualmente dalla maggior parte degli agricoltori, riesce a produrre sì a costi inferiori, ma causa gravi danni all’ambiente ed impoverisce i terreni.

L’agricoltura a ciclo chiuso, quella che fa poco uso di fertilizzanti e usa metodi tradizionali e pratica l’avvicendamento delle culture, invece non produce prodotti di scarto, ma tutto viene riusato. In pratica bisogna comprare solo i macchinari e il carburante per farli funzionare, anche se prodotti costano di più non si produce danni all’ambiente e perciò se si calcolano anche questi in realtà i prodotti costano meno (Rai, Report). L’agricoltura industriale, inoltre, concorre all’effetto serra perché libera dal terreno anidride carbonica. Con la monocultura i terreni si riempiono di rematropi, che bisogna eliminare con altri prodotti chimici che intossicano il terreno. Non è vero che il biologico costa molto di più, i costi sono solo leggermente superiori perché si risparmia molto su fertilizzanti e antiparassitari.

 

I mercati a km. Vendono soltanto prodotti locali e di stagione. I gruppi di acquisto possono costituire un collegamento diretto con gli agricoltori. A Monselice nel padovano la Coldiretti ha costituito un mercato dove gli agricoltori locali possono vendere senza intermediazione, le spese di trasporto sono ridottissime, le confezioni prive di imballaggio e le bottiglie se le portano da casa gli acquirenti.

 

I nuovi problemi dell’agricoltura oggi sono:

Animali dannosi all’agricoltura. In Italia gli enti locali per ripopolare le foreste e la macchia hanno introdotti i cinghiali (ma anche vipere e talvolta lupi e orsi). All’inizio le cose andavano bene, poi, i cinghiali sono diventati troppi e hanno cominciato a sconfinare nei terreni coltivati. Il risultato è che spesso danneggiano seriamente le coltivazioni. È vero sono previsti risarcimenti degli agricoltori danneggiati, ma questi coprono soltanto una parte del danno inoltre spesso non ci sono i fondi o bisogna aspettare moltissimo tempo per averli.

 

Poi ci sono gli animali dannosi, in primo luogo gli uccelli, alcune specie si sono riprodotte in modo abnorme diventando numerosissime. Stormi di uccelli quando si abbattono su un frutteto causano enormi danni. In ultimo ci sono gli insetti, scomparsi i loro nemici naturali ormai hanno colonizzato i campi e non si riesce più a produrre niente senza ricorrere alla chimica.

A tutti questi problemi bisogna rispondere tenendo presenti anche le esigenze degli agricoltori e non seguire ciecamente solo le richieste degli ambientalisti. Ad esempio, bisogna dare agli agricoltori dei fondi per recintare i loro campi e dare loro la possibilità di catturare i cinghiali che sconfinano nei campi coltivati.

Incendi estivi. Gli incendi non colpiscono purtroppo solo le foreste ma spesso anche i campi, distruggendo i raccolti. Poi ci sono le norme assurde che impediscono di pascolare gli animali per cinque anni sui propri terreni, se sono rimasti bruciati. Se un agricoltore ha avuto tutti i terreni devastati da un incendio oltre alla perdita dei raccolti è costretto a vendere il proprio bestiame se non ha i soldi per comprare il mangime.

 

Danni climatici. L’effetto serra purtroppo causa sempre più spesso fenomeni meteorologici violenti: nubifragi, tempeste ecc.. Le escursioni tra giorno e notte sono diventate più violente e spesso gelate notturne distruggono i raccolti. A completare il quadro ci sono le stagioni saltate, alberi che fioriscono in pieno inverno ma poi arriva un periodo di freddo e la notte li gela.

Non andiamo oltre perché l’argomento è vasto, occorre tenere presente è che per ognuna di queste problematiche, bisogna individuarne le cause, studiare le soluzioni e poi applicarle. Dopo un certo periodo di tempo occorre fare dei monitoraggi per vedere se hanno risolto il problema.

 

LE FORESTE. Il patrimonio boschivo, oltre essere prezioso polmone per l’ambiente, può essere anche una considerevole fonte di ricchezza, in molti paesi si trascura questa risorsa. Il legname, infatti, è molto costoso e non serve solo per fare mobili, ma anche per tantissime cose; persino i rami più piccoli o il fogliame può essere usato per le centrali elettriche che utilizzano biomasse.

L’incendio estivo dei boschi. È uno dei problemi più rilevanti. La prima cosa è cercare le cause che possono essere all’origine degli incendi estivi. Queste possono essere di due tipi:

Accidentali. In questo caso bisogna fare un’opera di sensibilizzazione affinché le persone stiano attente a non gettare mozziconi di sigarette dalle auto, a non accendere fuochi; bisogna intervenire presso contadini e pastori affinché si rendano conto del problema e capiscano che rischiano grosso se un fuoco sfugge al loro controllo. Bisogna prevedere anche multe e controlli (anche dal cielo tramite aerei telecomandati).

 

Dolose. In questo caso bisogna individuare chi accende questi fuochi e perché. I primi sospettati devono essere proprio coloro che spengono gli incendi. Chiaramente se i pompieri passano effettivi dopo 200 ore di spegnimento, come era alcuni anni fa in Italia, e a qualcuno mancano poche ore, sarà tentato egli stesso di dare fuoco al bosco. Bisogna prendere tutte le misure affinché chi è addetto allo spegnimento degli incendi sia motivato a evitarli, piuttosto che ad accenderli. Se, ad esempio, i piloti dei Canadair, più incendi spengono, più soldi guadagnano, non è difficile che molti di essi, quando hanno bisogno di denaro, lancino qualche mozzicone di sigaretta dall’aereo.

Il segreto è stipulare con le imprese addette allo spegnimento contratti di prevenzione, in modo che, quando non sono impegnati a spegnere gli incendi, facciano vigilanza. In questo modo nessuno è motivato ad accendere fuochi, perché sanno che guadagnano la stessa cifra, che si verifichi o no, un incendio.

Altre misure vanno prese contro gli speculatori edilizi. Se un terreno è stato bruciato, non può essere edificabile per cinque anni. Se, al contrario, in caso di incendio si rimborsa il contadino del raccolto, quest’ultimo, se vede che l’annata è andata male, può essere tentato di prendere un mozzicone di sigaretta acceso e gettarlo nel suo campo, così ci recupera almeno un indennizzo.

Bisogna, inoltre, predisporre una vigilanza dal cielo, anche tramite piccoli aerei telecomandati, piazzare telecamere nascoste, predisporre volontari con il binocolo che sorvegliano le zone più calde ecc.. e bisogna pubblicizzare queste misure, in modo che i piromani si rendano conto di rischiare grosso.

Anche i proprietari di case o di terreni delle zone più a rischio, devono essere sensibilizzati a segnalare al più presto qualsiasi principio di incendio. Bisogna convincerli a fotografare, se mai con i telefonini, qualsiasi movimento sospetto. In caso d’incendio devono portare subito questo materiale alla polizia, in modo che si possa fermare le persone che sono passate nella zona nel momento in cui è scoppiato l’incendio.

 

L’Industria mineraria e petrolifera. È un settore importantissimo, purtroppo molti paesi come l’Italia scarseggiano di materie prime. Inoltre, spesso non è economico sfruttare i pochi giacimenti di carbone o di altri materiali perché i costi sono troppo alti ed è più conveniente importarli dall’estero.

L’unica cosa da far presente che ci sono settori particolari come il petrolio, le miniere di oro o di diamanti, l’estrazione dell’uranio ecc., che hanno degli ampi margini di profitto, per questo motivo, non è giusto lasciarli unicamente in mano ai privati, in quanto è bene che a beneficiarne sia tutta la nazione e non pochi privilegiati. In alcuni paesi del terzo mondo queste risorse sono lasciate alle multinazionali, che sfruttano questa ricchezza, inquinano, lasciando un terreno dissestato, portandone poi i profitti all’estero. Il risultato è che le popolazioni locali non hanno alcun vantaggio dalle ricchezze naturali della loro terra.

 

MINISTERO DELLA PESCA e ALLEVAMENTO ITTICO

La pesca è un altro settore vitale per l’economia di un paese che ha quasi 8.000 km di costa come il nostro. Anche qui le problematiche sono piuttosto numerose, perciò ci limiteremo ad accennare solo a quelle principali.

 

L’eccessivo sfruttamento dei mari. È il principale problema del settore. La pesca intensiva porta all’impoverimento del patrimonio faunistico con gravi conseguenze non solo per la pesca, ma anche per l’ambiente. Il mare non è infinito, come si pensava fino ad alcuni decenni fa. Le sue risorse sono limitate.

“Le 10 specie più pescate, ad incominciare dai tonni per finire ai salmoni, ai gamberi e alle acciughe, sono ai limiti dello sfruttamento sostenibile. Ciò non stupisce se si considera che, dal 1950 a oggi, il pescato annuale mondiale è quintuplicato, passando da 18,7 milioni nel 1950, a 92 milioni di tonnellate nel 2006” (Rivista “Science” 8/2012).

Per questo motivo bisogna regolare la pesca in modo da consentire la ripopolazione naturale dei pesci, ma soprattutto bisogna combattere la pesca abusiva e tutti i sistemi illegali di pesca che causano danni ai fondali marini.

Le misure in questo caso sono soprattutto: limitazione del numero di licenze di pesca, severe norme per le dimensioni delle reti e nuove modalità di pesca, lotta all’inquinamento, acquacoltura e accordi internazionali per sfruttare i mari secondo il principio del rendimento massimo sostenibile (ma anche evitare tensioni che possano portare a “una guerra del pesce”).

 

Le licenze di pesca. Ormai sembra chiaro che non si possono rilasciare un numero indeterminato di licenze di pesca per non sottoporre il mare a un eccessivo sfruttamento, più intenso di quanto possa sopportare. Le moderne factory ship, colossali navi fabbriche equipaggiate di tutto punto che fanno da supporto alle flotte di pescherecci (per lo più giapponesi, coreane e russe), oggi in circolazione sono più di 38.000 secondo la FAO. Se continuano a crescere con questo ritmo vuol dire che tra pochi anni negli oceani resterà ben poco. Solo la Indian Ocean Tuna lt produce più di 5.000 scatolette di tonno al minuto.

 

Severa regolazione delle modalità di pesca. La dott.ssa F. Micheli della Stanford University ha dichiarato a un noto giornale nel 2006: “Stiamo assistendo a una accelerata riduzione della capacità di sostentamento e riproduzione della quasi totalità delle specie marine. Le cause sono ormai ben identificate: eccesso di pesca, distruzione dell’habitat lungo le coste, inquinamento con gli scarichi industriali e umani. La pesca a strascico è una delle attività più dannose, perché la metà di quanto è raccolto non serve a niente e perciò viene ributtato in mare. I rimedi sono noti quanto le cause: taglio del pescato con l’eliminazione delle reti a strascico, scelta di pesci che hanno ritmi di riproduzione più veloci passando, ad esempio, dalle spigole ai calamari o da molluschi, come la litofaga, ai pettini molto diffusi nell’Atlantico.

Inoltre, bisogna avviare iniziative di protezione dei fondali e impedire l’immissione di sostanze chimiche e inquinanti”.

La pesca sotto costa rovina i fondali e si prendono solo pesci piccoli. Le reti spadare sono costituite da km e km di reti che non lasciano spazio e uccidono tutti i pesci, ma il pericolo più grande sono le reti a strascico che distruggono i fondali. Non solo multe, ma occorre sequestrare le reti illegali che si trovano a bordo, cioè deve essere proibito anche il solo possesso, perché se li hanno, quando non li vede nessuno, li usano.

 

Infine, non si può puntare solo sulle sanzioni, bisogna anche educare i pescatori a rispettare il mare perché andando avanti così si provoca l’esaurimento di una risorsa preziosa. “Oggi più che mai, un aspetto deleterio della pesca è la cattura del novellame e del sottotaglia, giovani o larvali, non ancora mature sessualmente. In base a un regolamento della Comunità europea la loro uccisione è illegale, però mancano misure di protezione delle zone in cui i pesci si riuniscono, per favorire il ripristino degli stock, e una regolamentazione più rigorosa delle maglie delle reti, che dovrebbero essere più larghe per consentire ai giovani di sfuggire alla cattura, anche se accidentale” rivista Science, 8/2013.

 

    Inquinamento. Le popolazioni ittiche possono essere impoverite anche dall’inquinamento costiero e fluviale, dalla distruzione dell’habitat essenziale per la riproduzione e la crescita dei pesci e dall’invasione di parassiti esotici. Non andiamo oltre perché parleremo della lotta all’inquinamento nel capitolo sull’ambiente.

 

Accordi internazionali. La comunità europea per ripopolare i mari spesso impone blocchi della pesca, fermi biologici, rispetto delle pezzature (i pesci piccoli vanno ributtati a mare), ma non tiene conto che all’altra sponda del Mediterraneo ci sono paesi che non fanno parte della C. E. e che quindi fanno come vogliono, quando non vengono a pescare fin sotto le sotto le nostre coste. Se vengono sorpresi dalla guardia costiera li invita ad allontanarsi, ma dopo qualche ora ritornano. Il risultato che mentre i nostri pescherecci restano nei porti, quelli tunisini, ma soprattutto quelli turchi, albanesi ecc. pescano senza limiti.

 

Le quote. È un altro assurdo, la comunità europea ci impone dei rispettare le quote, mentre i paesi extracomunitari pescano quanto e dove vogliono. Inoltre le quote assegnate all’Italia ci costringono ad importare pesce dall’estero perché insufficienti a coprire il fabbisogno nazionale. La Turchia pesca da sola nel Mediterraneo quasi più di tutti i paesi europei messi insieme.

 

    Limiti territoriali. Attualmente le barche straniere non possono entrare entro il limite delle 12 miglia, acque territoriali. Ci sembra una zona troppo ristretta. A nostro avviso bisognerebbe portare il limite della “zona economica esclusiva” per i diritti di pesca ad almeno 20 miglia dalla costa (se non 24). Non si pensi che si esageri, il Canada per proteggere i propri merluzzi ha portato il limite delle acque territoriali a 200 miglia nautiche. Bisogna evitare la beffa che le nostre barche restino in porto per il fermo biologico e i pescatori di altri paesi, vengono a pescare comodamente a pochi chilometri dalla nostra costa. Quando le barche straniere sconfinano bisogna fermarle e farle una pesante multa e se non pagano restano sequestrate nei porti. Inoltre si può sorvegliare le coste con i radar e impedire che vengono a rubarci il pesce.

   

L’acquicoltura. È ormai chiaro, il mare, anche a causa dell’inquinamento e della pesca intensiva, diventa sempre più povero, perciò si può soddisfare la crescente richiesta di prodotti ittici solo ricorrendo alla acquacoltura e all’allevamento, come si sta facendo in paesi come la Grecia. In questo modo si evita di sottoporre a un’eccessiva pressione le risorse naturali del mare e si può pensare a dei periodi di fermo biologico.

L’allevamento di pesci può essere fatto sia recintando con delle reti specchi di acque “interne” del mare, sia ricorrendo a grosse gabbie poste al largo. Il problema principale è che oggi si nutrono i grossi pesci (come i tonni) o quelli pregiati, con pesci più piccoli meno pregiati, come alici o sarde e finendo così di impoverire ancora di più il mare. Bisogna pensare a dei mangimi vegetali o a prodotti di scarto delle lavorazioni alimentari o di allevamento.

È un settore in cui si dovrebbe investire molto per la ricerca. “Anche se non potrà sostituire la pesca, in Europa l’acquacoltura ha un futuro importante – ha dichiarato il commissario europeo per la pesca Maria Damanaki alla rivista Science nel 2012 – Attualmente, si allevano anche molte specie erbivore, ma sono in corso studi per sviluppare nuovi mangimi adatti alle specie carnivore, come salmonidi o gamberetti, in modo, da evitare di cibarle con altra carne di pesce.”

L’altro grosso problema dell’acquacoltura sono i vincoli paesaggistici che impongono le autorità. Bisogna cercare di salvare capre e cavoli e non fare eccessive obiezioni se un tratto della costa, non adatto alla balneazione e alle attività turistiche, viene attrezzato per l’acquacoltura. Occorre sempre cercare di conciliare le esigenze ambientali con quelle economiche, in quanto non si vive solo di risorse naturali.

 

    Le importazioni. Avere una moneta forte come l’euro espone alle importazioni dai paesi in via di sottosviluppo dove hanno costi molto più contenuti. Per questo motivo il governo deve pensare a tutte quelle misure (come il carburante a un prezzo agevolato, severi controlli sulla qualità dei prodotti importati ecc.) diretti da un lato ad abbassare i costi di produzione, dall’altro a proteggere in qualche modo i pescatori nazionali dalla concorrenza sleale di certi paesi, che non rispettano nessuna regola e sottopongono il mare a uno sfruttamento esagerato.

 

La distribuzione. Come in altri settori, anche qui succede spesso che i distributori schiacciano i pescatori pagando il pesce a pochi soldi, per, poi, rivenderlo profumatamente nei supermercati. Sono auspicabili misure analoghe a quelle suggerite precedentemente per gli agricoltori: vendita diretta dando ai pescatori degli spazi nei porti o nelle piazze, in modo che possano raggiungere i consumatori, favorire contatti diretti con i supermercati e ristoranti o aprire dei siti su Internet per vendere in questo modo una parte dei prodotti (ad esempio quelli a lunga conservazione).

 

Ci rendiamo conto di non essere stati esaurienti, ma i problemi erano davvero numerosi. Data l’importanza del settore, in un paese che ha molti kilometri di costa come il nostro ci dovrebbe essere qualcuno che si occupasse specificamente della pesca, cioè dovrebbe esistere un ministero della pesca. Un dialogo diretto e continuo con i pescatori potrebbe essere davvero molto proficuo, per capire i problemi reali del settore e non muoversi, come spesso si fa da noi, in base ai “sentito dire” o a quello che si legge sui giornali.

 

MINISTERO dell’INDUSTRIA e dell’ARTIGIANATO

Le problematiche attinenti la produzione industriale e lo sviluppo economico non sono affatto isolabili dai contesti internazionali, perché oggi soprattutto per i prodotti industriali, non esiste più solo il mercato interno, ma quello internazionale. Ogni politica industriale, perciò, deve essere inquadrata in un contesto più ampio, studiando settore per settore la concorrenza proveniente dai paesi esteri.

Nel caso dell’Italia la situazione è grave perché non solo in questi ultimi anni si sono chiuse o delocalizzate nei paesi emergenti moltissime industrie, ma questa emorragia non si è fermata. I motivi principali che spinge gli imprenditori a fuggire sono i costi di produzione troppo elevati, un regime fiscale troppo vorace e un’incalzante concorrenza estera dei paesi emergenti, in particolare Cina e India. Si potrebbe superare in parte questo divario, svalutando leggermente la moneta, ma con l’euro non si può e perciò stiamo fermi.

Non andiamo oltre: le strategie per rilanciare l’economica, in particolare di quella industriale sono quelle indicate nel capitolo precedente: come promuovere lo sviluppo economico e creare nuovi posti di lavoro.

 

IL MINISTERO DEL COMMERCIO e dei TRASPORTI

L’economista inglese Adam Smith scrisse nella Ricchezza delle nazioni (1776) che “la propensione a scambiare una cosa con un’altra” è una caratteristica intrinseca della natura umana e che l’espansione del commercio costituisce uno dei cardini del processo di modernizzazione. Il commercio consente, infatti, di organizzare la produzione sulla base del principio della divisione del lavoro e, quindi, di procurarsi oggetti che non si producono personalmente.

Esistono due tipi di commercio quello interno e quello internazionale. Qui ci riferiamo solo al primo, in quanto del commercio con l’estero ci occuperemo nel capitolo successivo.

 

La grande distribuzione. È la problematica principale, oggi, al centro del dibattito politico. Al momento prevale l’opinione, comune un po’ a tutti partiti, che si debba favorire la grande distribuzione, al fine di abbassare prezzi e aumentare l’efficienza del sistema. È una posizione che si basa su dati indiscutibili, in quanto troppi passaggi dal produttore al consumatore, provocano un aumento innaturale dei prezzi, tuttavia neanche questa soluzione è priva di difetti.

Invogliare a creare delle grandi reti distributive oltre a mettere fuori mercato milioni di piccoli esercenti, con le città ridotte a un mortorio, perché i piccoli negozi che ora costeggiano le strade delle vie cittadine, a poco alla volta, chiuderebbe in gran parte, significa soprattutto andare contro il principio di equità sociale di cui abbiamo parlato nelle pagine precedenti. Un supermercato sostituisce ben 20 negozi, ma mentre prima con i negozi vivevano 20 famiglie, ora rimane un solo capitalista, con non più di 10 commessi che tirano la cinghia con un magro salario.

In ultimo, ma non per ultimo, concentrare la distribuzione in poche mani può essere molto rischioso. Significa distruggere il libero mercato e la concorrenza, creare dei grossi monopoli o favorire la nascita di cartelli. In effetti, non è difficile non domani questi “re” della distribuzione, si mettano d’accordo e si perda anche il vantaggio più importante portato dalla grande distribuzione: prezzi più bassi.

Nel caso si decida di puntare sulle grandi reti di distribuzione occorre perlomeno fissare dei salari minimi per garantire ai dipendenti una paga dignitosa. Non deve succedere che, dove prima vivevano 100 famiglie, cioè 100 piccoli commercianti, con la grande distribuzione, poi vive uno solo come un nababbo, il padrone, gli altri tirano la cinghia per arrivare a fine mese. Non di rado la grande distribuzione riesce a tagliare i prezzi, non tanto perché compra all’ingrosso (come si crede), ma perché paga male i propri dipendenti. Non si deve permettere che una multinazionale apra i suoi supermercati in tutta l’Italia pagando i dipendenti meno di € 500 al mese, sul part-time.

 

L’altra grande tematica: licenze libere a tutti o numero chiuso per evitare che il numero eccessivo di attività commerciali, riduca al minimo i profitti facendo collassare il settore, vede prevalere nettamente la prima tesi. Il numero limitato, è l’opinione prevalente attualmente, infatti, comporta concorrenza imperfetta e quindi lievitazione dei prezzi.

La questione, a nostro giudizio, è tutt’altro che chiusa perché, come abbiamo detto prima, un numero eccessivo di punti vendita potrebbe portare a minimizzare i profitti, con un gran numero di negozi che aprirebbe per poi chiudere nel giro di pochi mesi, inoltre significherebbe rendere facile la vita ai mafiosi che vogliono aprire una “lavanderia” di denaro sporco, favorire l’ingresso nel commercio di gruppi stranieri o di immigrati ecc.. La giusta soluzione, forse, potrebbe essere in una via di mezzo. Ad ogni modo l’obiettivo primario di questo ministero è ovviamente quello di promuovere lo sviluppo di tutte le attività commerciali e far sì che si creino nuovi posti di lavoro.

MINISTERO del TURISMO e dei BENI ARCHEOLOGICI

Il turismo, secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo (WTO), comprende le attività di persone che viaggiano al di fuori dei loro ambienti abituali, per diletto, affari o altri scopi. A nostro avviso dovrebbe esserci un unico ministero che si occupi del turismo, dei beni archeologici e artistici e delle belle arti, come la pittura, la musica o il cinema, in quanto sono settori strettamente collegati.

Prima di iniziare a parlare delle problematiche occorre far presente che è sbagliato considerarlo un settore terziario, cioè un servizio, in quanto si tratta di un settore primario che produce direttamente ricchezza. Il denaro incassato con il turismo è simile a quello incassato vendendo dei prodotti nazionali all’estero. In effetti non esiste un settore economico migliore di questo, per questo il turismo dovrebbe essere privilegiato rispetto ad altre attività. In parole povere le iniziative per favorire il turismo dovrebbero avere la prevalenza su tutte le altre.

 

Le problematiche: L’obiettivo primario è quello di promuovere lo sviluppo del turismo soprattutto quello estero, che porta moneta pregiata nelle casse dello Stato. L’azione deve rivolgersi in due direzioni: incrementare il turismo e rimuovere gli ostacoli.

Incrementare il turismo. Occorre analizzare tutti i fattori importanti per incrementare il turismo, come tenere bassi i costi, fare offerte allettanti, organizzare mostre, spettacoli e così via. Anche organizzare grossi eventi sportivi, come campionati mondiali di tennis o di equitazione, può servire allo scopo. Nello stesso tempo bisogna incoraggiare le compagnie aeree a fare scalo nei posti più rinomati e fare offerte di voli a basso costo (dando ad es. dei contributi a chi prenota volo più hotel per una settimana tutto compreso).

 

I due fattori principali che favoriscono il turismo sono i prezzi e la qualità dell’offerta.

    I prezzi. Il motivo per cui alberghi e ristoranti in Italia costano più che altrove sono vari: la manodopera è cara, gli operatori del settore vogliono guadagnare troppo, le tasse sono più alte che negli altri paesi europei e le strutture ricettive sono assediate da mille regolamenti comunali e regionali. Il risultato è che nel nostro paese arrivano meno turisti di quanto ne potrebbero arrivare e quelli che vengono restano meno giorni e spendono poco.

 

La qualità dell’offerta. In Spagna come prima colazione offrono bevande calde e fredde, 10 tipi di dolci, frutta in abbondanza, toast ecc., insomma un buffet ricco e vario. A Roma la mattina in albergo al massimo ti danno un cappuccino e qualche cornetto bruciacchiato. In Italia il cibo costa molto e perciò quasi tutti i ristoratori sono abbastanza avari. Inoltre occorre migliorare la professionalità degli addetti, ma anche la qualità dei servizi. Nei villaggi vacanza spesso offrono una casa con il tetto non isolato termicamente (il che significa fare le saune di notte), il mare sta molto più lontano di quanto dichiarato sul depliant, la navetta che porta alla spiaggia è un piccolo trattore con un rimorchio agricolo ecc..

Da noi ci sono operatori che ogni anno sono costretti a fregare qualcuno, perché l’anno dopo non ci ritorna nessuno. Anche le stelle sui depliant sono assegnate con generosità o in modo clientelare. Alberghi segnalati a cinque stelle si rivelano soltanto delle discrete pensioni, ma non valgono assolutamente il prezzo che si fanno pagare.

 

A questi si aggiunge che le strutture alberghiere, soprattutto i villaggi vacanza, sono pochi e mal distribuiti. Le nostre coste sono devastate dall’edilizia abusiva, ma si tratta in massima parte di ville private, se mai usate soltanto 20 giorni all’anno e che, quindi, portano poco in termini di turismo. Bisognerebbe fare una legge che consenta di espropriare alcune di queste ville e costruire al loro posto hotel o villaggi vacanze attrezzati, in modo da portare (con turnazione settimanale) migliaia di turisti e fare girare l’economia locale.

Il turismo non può essere più un’attività artigianale, lasciata alla buona volontà dei piccoli operatori, ma deve diventare un’”industria”, che deve curare il prodotto dai viaggi aerei ai villaggi turistici, all’artigianato, ai musei per finire alle spiagge attrezzate (vacanze tutto compreso). In Grecia su una spiaggia si possono fare sport, sci nautico, paracadutismo, affittare moto d’acqua ecc.. Alle Baleari in tutte le piccole città ci sono dei servizi di barche che portano i turisti alle spiagge vicine più belle, non raggiungibili in auto. Il turista, così, di sera vive in città, dove ha mille divertimenti, e la mattina con una piccola spesa, può andare a farsi il bagno su una spiaggia pulita e riservata.

In ultimo, le spiagge dovrebbero essere sottratte ai mille interessi dei privati, che spesso si appropriano fino all’ultimo metro quadrato di sabbia, per essere attrezzate anche con giochi come il beach volley. Gli enti locali dovrebbero spendere delle somme per ampliarle, per difenderle dall’erosione, tenerle pulite e non farle invadere dai venditori abusivi. Chi spende 150 euro al giorno, che è un po’ il costo medio di un albergo non di lusso, vuol godersi una vacanza senza essere assillato da un una processione di extracomunitari che vuole vendergli cianfrusaglie di plastica.

I FATTORI NEGATIVI. In questo caso bisogna agire su tutti quei fattori che scoraggiano i turisti stranieri a visitare il nostro paese.

 

     La microcriminalità. È uno dei fattori più importanti, che può pregiudicare seriamente lo sviluppo del turismo. Se il turista è costretto continuamente a guardarsi la borsa per evitare di essere scippato, può decidere di recarsi in altri paesi dove può girare in tutta sicurezza. Una misura molto semplice è quella di dotare di telecamere tutti luoghi visitati spesso dai turisti. Anche i venditori abusivi, se sono troppi, possono diventare assillanti e fastidiosi. Nessuno ama recarsi in un paese dove spesso è sottoposto ad assedio da uno sciame di questuanti.

 

    L’inquinamento. In Italia, a volte cittadine sulla costa che non hanno alternative al turismo, preferiscono spendere i loro soldi per feste, festival, sagre, rassegne teatrali estive ecc., piuttosto che per dotarsi di efficienti depuratori. La qualità delle acque e delle spiagge, che dovrebbe essere pulite e difese dell’erosione, passa spesso in secondo piano. E quando ci sono i depuratori, non funzionano e se per caso funzionano bene, sono rotti quelli dei comuni limitrofi, per cui, tramite le correnti, arrivano sulla spiaggia i rifiuti degli altri paesi. Il risultato è che spesso i mari sono sporchi e le spiagge piene di carte o di buste di plastica. Invece avere acque pulite, spiagge libere da rifiuti, attrezzate di servizi igienici ecc. è fondamentale se si mira a incrementare le presenze turistiche.

 

Il periodo turistico. Oggi il turismo in paese come l’Italia è concentrato soprattutto nelle settimane centrali di agosto, occorre invece cercare di ampliarlo il più possibile. Non diciamo ottobre o maggio, ma a giugno, luglio e settembre, soprattutto al sud, il tempo è ancora bello, per questo bisogna studiare tutte le misure possibili: come offerte, promozioni, pacchetti volo più soggiorno a prezzi scontati, per far sì che le strutture turistiche lavorino almeno quattro mesi all’anno.

 

I BENI ARCHEOLOGICI. L’Italia è particolarmente ricca di beni archeologici e di opere d’arte, per questo occorre non solo saperli conservare ma far sì anche che attirino migliaia di turisti dall’estero e quindi fruttino. Ecco alcune idee:

Bisogna sottrarre i siti archeologi di grande importanza, come gli scavi di Pompei o i Fori imperiali a Roma, agli “interessi” degli enti locali, perché in passato hanno già dimostrato di gestirli male e di trasformarli in carrozzoni parassitari dove infilare gli “amici” dell’amministratore locale di turno che non solo quasi sempre sono poco qualificati, ma hanno poca voglia di lavorare (oltre ad essere un numero sproporzionato alle reali esigenze). I dipendenti di musei e siti archeologici devono dipendere dal ministero del turismo, quindi non solo i posti liberi devono essere ricoperti tramite concorsi pubblici dove si guardino solo ai meriti, ma anche controllati con ispezioni improvvise da Roma. Per rimediare agli errori del passato bisogna avere il coraggio di rimuovere i dirigenti inetti e indolenti e cercare di riqualificare parte di questo personale. Ad esempio a Pompei non servono migliaia di guardiani che spesso si limitano solo a passeggiare avanti e indietro per gli scavi, ma un 30% di essi si potrebbe imparare fare il muratore ed effettuare le opere di manutenzioni più semplici, come rafforzare mura che stanno crollando.

In secondo luogo gli enti locali devono essere esclusi dalle gare di appalto ma deve essere il ministero a bandire i concorsi in modo da assegnare i lavori a imprese serie che fanno bene lavori senza chiedere troppo (soprattutto perché gli amministratori locali di turno ci lucrano sopra). Finché gli enti locali avranno voce in merito non finiranno mai corruzione e clientelismo. Come pure bisogna fissare bene i termini degli accordi con università o associazioni estere che sono interessate da aiutare o a fare certi lavori, per evitare speculazioni e abusi.

In ultimo non è sbagliato ricostruire certi siti particolarmente distrutti. Un esempio per tutti il Circo Massimo a Roma. Attualmente c’è solo un’enorme “buca” di forma rettangolare dove una volta c’era questo famoso monumento. Occorre ricostruirlo così come era. Al turista non interessa eccessivamente che non è originale, egli vuole visitare, fotografare … vedere cose interessanti. Se è rimesso in piedi usando le stesse pietre e le stesse tecniche potrebbe attirare migliaia di turisti all’anno e trasformarsi un fonte di rendita per tante persone, nonché nella sua arena si potrebbero organizzare eventi musicali, spettacoli, manifestazioni ecc.. se pure si rovina una scalinata non è un grave danno dato che si tratta di un opera ricostruita.

 

IL CINEMA, LA LETTERATURA e L’ARTE

Il cinema, la musica, la letteratura e le arti, sono un’altra voce importante dell’economia nazionale, che nessun paese deve sottovalutare. Non bisogna mai dimenticare che negli Stati Uniti gli introiti dovuto al cinema americano sono tra le principali entrate. In questo campo, perciò, non è sbagliato essere un po’ nazionalisti, cercando di “frenare” le importazioni e di far pressione per affermare i propri prodotti non solo in patria, ma anche all’estero. Non è solo un fatto economico, ma anche culturale.

Attraverso la letteratura il cinema, ma anche la musica, si assorbono modelli culturali dall’estero e si perdono parte delle proprie tradizioni. Basta pensare che i nostri bambini crescono guardando cartoni animati americani e giapponesi, conoscono più halloween che carnevale, più i super eroi americani che nostri personaggi storici famosi ecc., più New York, per via dei telefilm, che città italiane famose, cioè esiste un’americanizzazione delle nuove generazioni.

 

L’obiettivo primario, in questo caso, è quello di promuovere lo sviluppo di tutte le attività artistiche nazionali, cercando di far conoscere ed affermare non solo il proprio cinema e la propria letteratura, ma anche i propri pittori, cantanti e musicisti. Invece, anche in Italia in questi campi denotiamo scarso spirito nazionalista. Ad esempio, invece di far affermare i nostri scrittori e farli conoscere al mondo, spesso gli editori pubblicano soprattutto bestseller mondiali, in particolare quelli americani. A volte non leggono nemmeno il testo, basta il fatto che in Francia o negli Stati Uniti ha venduto 200.000 copie per farlo tradurre subito in italiano.

In altre parole non bisogna essere troppo esterofili, poiché ogni paese deve cercare di far conoscere ed affermare i suoi artisti. Se facciamo come nel calcio, che pensiamo solo a comprare campioni all’estero invece di potenziare i nostri vivai, ci priveremo di un’altra importante fonte di ricchezza e importeremo modelli culturali dall’estero, perdendo a poco alla volta la nostra identità nazionale.

 

Le cose vanno anche peggio per il cinema, quello nazionale è in crisi, schiacciato dalla concorrenza americana; mentre va un po’ meglio la musica italiana, che ancora riesce a mantenere una fetta di mercato.

È chiaro che in tutti questi campi: letteratura, musica, cinema e persino nella pittura, bisogna sempre cercare di favorire la produzione nazionale. Questo ministero, infatti, dovrebbe provvedere alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale, artistico e archeologico, allo sviluppo e alla ricerca nel settore dello spettacolo (teatro, cinema, danza, musica, attività circensi, spettacolo viaggiante), alla tutela del paesaggio e alla vigilanza sugli organismi sportivi. In parole povere non trascurare qualsiasi attività che potrebbe portare soldi e dare lavoro alla gente.

 

Ecco alcune idee per promuovere la scoperta di nuovi talenti nazionali:

  1. a) Premere sulle televisioni commerciali (se mai offrendo loro agevolazioni fiscali) affinché diano più spazio ai talenti nazionali, in qualsiasi campo essi operino. b) Ridurre l’IVA sui libri scritti da italiani e stampati in Italia. Bisogna invogliare gli editori a pubblicare autori locali (se mai tassando i copyright che se ne vanno all’estero). Oggi per un editore stampare un autore straniero o un italiano, non fa differenza. Invece deve essere promosso il made in Italy. c) Promettere agevolazioni fiscali agli editori che si impegnano a pubblicare almeno il 25% dei volumi di autori nazionali. d) Promuovere corsi di perfezionamento di scrittura creativa, tenuti da autori famosi. In questo modo si favorisce la nascita di nuove professionalità. e) Tenere annualmente dei premi letterari per lanciare nuovi autori italiani. Questi concorsi, però, non devono essere viziati da pratiche clientelari e da influenze politiche.

La giuria che sceglie i manoscritti, ad esempio, deve essere tenuta segreta fino a quando non ha operato le sue scelte. Bisogna cercare di scoprire nuovi talenti, best seller, non portare avanti i soliti raccomandati. Se si punta su scrittori scadenti, quest’ultimi non avranno mai successo all’estero. Analoghe misure devono essere studiate anche in campo musicale, dove festival famosi come quello di Sanremo dovrebbero essere sfruttati soprattutto per far emergere nuovi talenti della canzone italiana.

 

Il problema più grande del cinema italiano, invece, è che punta soprattutto al mercato interno, troppo piccolo per permettere il recupero delle enormi spese che la lavorazione di un buon film comporta. Bisogna abituarsi a produrre film che costano di più, girati in due lingue, ma che possano entrare nei circuiti, se non mondiali, almeno europei.

In secondo luogo, bisogna premere sugli altri paesi europei per formare un “circuito europeo”, in modo da dare più spazio alle pellicole girate nel vecchio continente. Non solo, ma il Ministero delle Attività Culturali deve impegnarsi in prima persona per il doppiaggio (in modo che il film sia offerto sul mercato mondiale anche in inglese o in spagnolo) e deve promuoverne la diffusione all’estero.

Per quanto riguarda il lancio di nuovi talenti in Italia si continua a spendere milioni di euro per finanziare la realizzazione di opere prime (spesso scelte con metodi clientelari), che poi non raggiungono le sale cinematografiche, cioè che non vengono viste da nessuno. È come buttare i soldi in un pozzo. È meglio finanziare pochi film, ma fatti bene, completi di effetti speciali e ricostruzioni scenografiche, che tanti brutti film, girati con pochi mezzi. Non solo ma farli doppiare con soldi pubblici e curare la loro diffusione all’estero.

 

È importante, in questi settore più che altrove, adottare criteri meritocratici; invece in molti paesi come l’Italia, il campo cinematografico è pervaso da pratiche clientelari e dalla presenza di giri, entro cui, se non si entra, non si ha successo.

Non emergono i migliori, ma coloro che hanno le amicizie giuste o che sanno trafficare (poi le loro opere all’estero, ovviamente, non hanno successo). Inoltre bisogna guardare anche alla commerciabilità del prodotto. È perciò fondamentale che ci siano dei bravi talenti scout, cioè persone di cultura che si dedichino a scoprire nuovi registi o autori di livello mondiale.

 

Nel settore artistico l’autarchia culturale o la chiusura all’esterno è una cosa stupida e dannosa, ma anche la politica opposta, cioè aprire del tutto all’invasione di prodotti stranieri è completamente sbagliata. Gli americani, invece, proteggono molto bene i loro mercati. Cercano sempre di lanciare nuovi autori nazionali e spendono molti soldi per far conoscere i propri prodotti all’estero. A parole si dicono per il libero mercato, ma, poi, sono poco permeabili alle opere letterarie o ai film stranieri, basta vedere quanti autori italiani riescono ad aver successo negli Stati Uniti o quanti film italiani arrivano nelle sale cinematografiche americane, meno del’1%.

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