1 – La scienza del buon governo

europaCAPITOLO I

LA SCIENZA DEL BUONGOVERNO

Viviamo ormai nell’era dell’informatica e dell’esplorazione spaziali, in molti settori abbiamo raggiunto una tecnologia avanzatissima, si pensi solo che ci apprestiamo a curare molte malattie utilizzando pezzi di DNA come fossero medicinali, ma … non abbiamo ancora risolto nessuno dei grandi problemi che tormenta l’umanità dalla fame, alle diseguaglianze sociali, alla disoccupazione, alla guerra ecc..

L’intero occidente versa in una crisi economica e finanziaria che non si sa con esattezza quando mai finirà definitivamente.

Ogni giorno siamo testimoni dei deludenti risultati della “politica” affidata ad uomini incompetenti, impreparati ai loro compiti … se non attenti solo ai propri interessi personali.

 

Era tempo che si pensasse a trasformare la politica in una scienza. Non era più pensabile, infatti, che nel XXI secolo si facesse ancora politica in modo intuitivo, con metodi approssimativi come nei secoli scorsi.

Nell’anno 2008ci siamo avventurati in questa difficile impresa: dare vita a una nuova scienza che utilizzando il metodo scientifico desse una riposta ai problemi socio-politici che il buon governante, che è colui che ha di mira esclusivamente il bene comune, è chiamato ad affrontare. Sulle orme del famoso filosofo e uomo politico francese Emile Littré, che nel 1870, tenendo presenti i principi del positivismo, fondò la “Scienza del governo degli Stati” e nella scia della tradizione aristotelica – ciceroniana, abbiamo proposto l’istituzione di una nuova disciplina universitaria che si prefiggesse lo scopo di cercare le soluzioni ai problemi socio politici con cui ogni paese è chiamato a confrontarsi ogni giorno.

 

LE FINALITÀ

     La scienza del buon governo (sbg), come branca della scienza politica (sp), si prefigge lo scopo di cercare le soluzioni alle problematiche che il buon governante è chiamato ad affrontare. In parole semplici, la sbg, utilizzando le conoscenze offerte dalla scienza politica e dalle altre scienze sociali, nonché facendo tesoro delle esperienze politiche del passato, si propone di:

 

1 – Suggerire le soluzioni. La sbg si prefigge di affrontare con obiettività lo studio dei problemi che scaturiscono dall’organizzazione politica ed economica di una nazione, dall’ordine pubblico, ai problemi dell’istruzione ecc., per individuare le soluzioni migliori, valutando pregi e difetti o vantaggi e svantaggi di ogni strategia. Ad esempio, studia i sistemi elettorali per individuare quelli che portano a una maggiore stabilità politica e consentono la formazione di governi duraturi.

In effetti, questa nuova scienza, pur utilizzando l’esperienza e i metodi della scienza politica, si pone, perciò, un obiettivo ambizioso: la ricerca del “sistema politico ideale”.

 

2 – Prevedere le conseguenze. Un’altra vocazione della scienza del buon governo è mettere sull’avviso chi è al potere dei possibili risvolti negativi dei provvedimenti che intende introdurre. Ad esempio, fa presente che un eventuale provvedimento che prevede l’indulto avrebbe sì l’effetto di risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri, ma avrebbe anche l’indubbio svantaggio di rimettere in libertà moltissimi delinquenti che tornerebbero a delinquere e dopo qualche anno la situazione nelle prigioni tornerebbe come prima, se non peggio. In altre parole è una soluzione che può funzionare solo su breve periodo.

   

LA SBG come SCIENZA. Sono moltissime le discipline che si autodefiniscono “scientifiche”, come vedremo non basta auto fregiarsi dell’appellativo per diventare una scienza. Per questo motivo, vediamo per prima che cosa è una scienza e quali requisiti deve avere una disciplina per essere considerata scientifica, per poi verificare se la scienza del buon governo soddisfa tutte queste condizioni.

 

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CHE COSA È UNA SCIENZA

Il positivismo fu un movimento filosofico nato all’inizio dell’Ottocento ad opera di Auguste Comte, che privilegiava la conoscenza scientifica e sperimentale, concepita come l’unica forma legittima di conoscenza della realtà. La parola “positivismo”, infatti, fu utilizzata proprio per indicare la caratteristica propria del sapere scientifico, inteso come un sapere ‘positivo’, cioè rivolto alla realtà effettiva, in contrapposizione alle vuote astrazioni della metafisica.

Sotto l’influsso di questo pregevole movimento, erede in larga parte dell’illuminismo del Settecento e dello spirito dell’empirismo inglese, nacquero scienze sociali come la sociologia, la psicologia ecc., che imitando i metodi delle scienze naturali cercarono di darsi un’impostazione scientifica. Cosicché non è azzardato sostenere che con il positivismo nacque il concetto di scienza.

Del termine scienza, però, si iniziarono subito a fregiare molte discipline senza essere affatto “scientifiche”. Alcune di esse, ancora oggi, si ritengono tali senza esserlo. Per questo motivo, prima di andare avanti è fondamentale chiarire cos’è una scienza e quali caratteristiche deve avere una disciplina per essere considerata una scienza.

 

Diventare scienza. A nostro parere una disciplina per diventare una scienza deve soddisfare 5 criteri:

1 – Utilizzare il metodo scientifico. L’essenza della scienza è il metodo scientifico, cioè la formulazione e la verifica imparziale di teorie sul funzionamento del mondo. Si tratta di un metodo di indagine applicabile tanto allo studio di un sistema economico quanto alla gravità terrestre e all’evoluzione della specie. Utilizzare il metodo scientifico significa servirsi delle procedure scientifiche nella ricerca in quanto sono le uniche che possono dare delle certezze.

I politici, purtroppo, anche quando non sono in cattiva fede, sono poco “scientifici” soprattutto per tre motivi:

1) Perché convinti che le proposte, o meglio le soluzioni da essi avanzate, siano quelle giuste e che le loro opinioni corrispondono alla “verità”. Lo scienziato invece dubita sempre delle verità e cerca in continuazione conferme.

2) Perché non hanno l’abitudine di osservare la società con occhio scientifico, né tantomeno si preoccupano di verificare che le loro proposte siano idonee alla soluzione di problemi che sono chiamati affrontare. Inoltre non sempre hanno una buona preparazione professionale.

3) Perché per lo più, sono concentrati sulla ricerca del consenso popolare, sulle strategie elettorali o sono impegnati a tessere reti clientelari e alleanze, in parole povere il loro obiettivo principale è il potere. “La ricerca delle soluzioni” viene solo in secondo piano. Ad essi interessa soprattutto andare al governo o restare al comando, ma soprattutto “guadagnare denaro” approfittando di tutte le opportunità economiche che offre il restare nelle stanze del comando, l’efficacia dei loro provvedimenti spesso è un obiettivo relativo. La scienza del buon governo si offre di dare loro gli strumenti giusti per amministrare in modo efficiente un paese.

 

    2 – Individuare e delimitare l’oggetto di studio. Una disciplina per diventare scienza deve per prima cosa circoscrivere con certezza il suo oggetto di studio, cioè spiegare di che cosa intende occuparsi, indicare gli scopi che si propone e darsi una definizione, che sia riconosciuta dalla maggior parte degli studiosi. Ad esempio, l’etologia si occupa dello studio degli organismi animali, in particolare del loro comportamento e delle relazioni con altri animali. L’oggetto di studio, chiaramente, non deve essere lo stesso di altre discipline altrimenti si tratta di un “doppione”.

 

    2 – Indicare i metodi di ricerca. Una disciplina per essere ritenuta una “scienza” deve innanzitutto indicare di quali metodi di ricerca intende avvalere per i suoi studi. Nel nostro caso, le cose sono facilitate dal fatto che la scienza politica appartiene alla famiglia più ampia delle scienze sociali e, quindi, grosso modo ne condivide i metodi. Dei metodi di ricerca, data che si tratta di un argomento piuttosto ampio, ci occuperemo nel prossimo capitolo.

 

4 – Sistemare le conoscenze (ordinare i contenuti).Se si studia la medicina si vede che i contenuti di questa scienza sono esposti in modo ordinato. Ad esempio, si comincia con lo studio dell’anatomia, a partire dal sistema scheletrico e da quello muscolare, poi si studiano i vari organi del corpo e la loro funzione, per finire alle patologie che possono interessarli. In altre parole, le conoscenze sono esposte secondo schemi logici e, soprattutto, in modo simile da tutti gli autori (in modo che sia anche agevole il confronto).

In altre parole per dare una dignità scientifica una disciplina occorre innanzitutto provvedere quello che è chiamato dagli studiosi la “sistematizzazione delle conoscenze”. Se in una disciplina le conoscenze sono esposte in modo disordinato e senza una logica, non si tratta di una scienza.

Ordinare i contenuti, in effetti, significa soprattutto che tutti gli argomenti, oggetto di studio della scienza, trovino posto in un quadro unico. È stato lo scoglio più duro da superare in quanto le tematiche della scienza del buon governo non solo sono molto numerose, ma complesse e strettamente interconnesse le une alle altre, cosicché resta difficile “districarle” e “metterle in ordine” secondo uno schema logico.

 

5 – La completezza. Uno dei requisiti più importanti richiesti a una disciplina per essere considerata scienza è l’esistenza di manuali o di corsi universitari che trattino in modo abbastanza completo tutte le tematiche di cui si occupa. Chiaramente nessuno pretende la perfezione, ma è necessario almeno che le problematiche di primaria importanza siano accennate. Saranno, poi, altri autori ad approfondirle.

In secondo luogo questi manuali devono avere un approccio scientifico (cioè basati sul metodo scientifico e sul ragionamento razionale) e pluralistico, nel senso che non devono riportare solo il punto di vista dell’autore, ma anche le posizioni dei teorici più autorevoli. Prendiamo l’esempio dell’economia, esistono ottimi manuali, per lo più universitari, che trattano quasi tutte le tematiche economiche di cui si occupa questa scienza; alcune sono esposte in modo più superficiale, altre più approfondito, ma possono ritenersi completi.

Cosa diversa sono i saggi, che non solo non sempre hanno un’impostazione scientifica, ma spesso riportano soltanto il parere dell’autore. Ad esempio il volume “l’Italia che vorrei”, scritto da un noto politico italiano, non può essere considerato un saggio di scienza politica perché riporta soltanto l’idea del suo autore, che non si preoccupa nemmeno di far presente quanto è stato detto o scritto dai precedenti studiosi.

 

Una scala di scientificità. A questo punto è giusto fare una distinzione, o meglio proporre una classificazione delle discipline a seconda del loro “grado” di scientificità.

 

Al primo posto in questa scala troviamo le scienze esatte: sono veramente poche, la matematica, la fisica, le scienze naturali ecc., cioè quelle discipline in cui affermazioni sono convalidate da esperimenti o da prove certe. Sono attendibili all’99%.

Al secondo, posto troviamo le scienze, cioè le discipline che non solo si basano sul metodo scientifico, ma sono attendibili almeno all’80%. Ad esempio, non crediamo che la scienza politica, almeno per adesso, soddisfi questo criterio, anche altre discipline ci sono vicine, come la psicologia, l’economia, ma non sempre danno risposte certe e verificabili. L’aspirazione dei politologi del buon governo è di rientrare in questa categoria.

 

Al terzo posto, vengono le discipline su base scientifica, cioè che si basano su un ragionamento logico razionale, ma non sono affidabili neanche al 70%. La sociologia, ad esempio, è tra queste. È vero, moltissime ricerche sono condotte in modo scientifico e devono ritenersi attendibili, ma la sociologia, come scienza, non ha ancora un corpus unico. A parte alcune tematiche di carattere generale, come i metodi di ricerca e l’uso dei questionari, ogni autore “se ne va per i fatti suoi”. Basta mettere a confronto due manuali di sociologia, si vedrà che ognuno di essi si occupa di argomenti diversi.

 

All’ultimo posto, le troviamo le discipline filosofiche (nel nostro settore abbiamo la filosofia politica). Molte di esse hanno anche una base scientifica, ma ciò che li caratterizza di più è che ogni autore espone la sua teoria, dice la sua “verità”, quasi indipendentemente dagli altri. In effetti si tratta di discipline basate sulle opinioni, più che sul confronto e sulle verifiche, non solo ma i contenuti quasi sempre non sono esposti in modo razionale, né presentano i requisiti della completezza e della sistematicità.

 

IL METODO SCIENTIFICO

Una disciplina che aspira a diventare una scienza, come abbiamo detto, deve innanzitutto usare il metodo scientifico, ma per evitare equivoci è bene specificare in che cosa consiste esattamente. Condurre una ricerca in modo scientifico comporta due fasi distinte: una di analisi del problema (ossia raccolta di informazioni e studio del problema) e una di verifica. Ognuno di queste due fasi è divisibile, a sua volta, in 4 tappe.

 

L’ANALISI DEL PROBLEMA. Comporta 4 tappe:

1) L’individuazione del problema. L’attenzione dello studioso (o del politico) può essere attirata da un dato statistico (ad esempio un aumento inaspettato della disoccupazione), da un articolo sul giornale, dalle proteste di alcuni cittadini ecc., ad un certo punto si rende conto che “qualcosa non va” e che esiste una problematica sociale o politica che va risolta.

 

2) Raccolta di informazioni. A questo punto il ricercatore deve cercare di saperne di più. Può incominciare documentandosi con libri, riviste, ricerche su internet ecc., ma è sempre bene condurre anche una ricerca specifica sul campo. In parole povere si serve di uno o più metodi di “ricerca di raccolta dati”, di cui parleremo al capitolo successivo. Lo scopo è conoscere meglio il problema, ma anche quello di evitare la ripetizione di ricerche già effettuate nel passato. È bene, però, in questa fase non escludere nessuna ipotesi o spiegazione, perché ci potrebbe portare a conclusioni sbagliate.

 

3) Studio del problema. È la tappa della riflessione, dell’analisi, quella in cui, una volta acquisiti tutti i dati del problema (cioè quando siamo quasi certi di aver una conoscenza abbastanza approfondita del problema) si passa alle ipotesi e alle spiegazioni.

 

4) Formulazione di un ventaglio di ipotesi. In questa tappa si fa un elenco di tutte le cause, cioè i motivi che possono essere all’origine del problema. È indispensabile non escluderne nessuna a priori; quella che, a prima vista, ci può sembrare una spiegazione errata, a un esame più attento si potrebbe rivelare quella giusta.

 

LA FASE di VERIFICA. È la fase indispensabile per dare scientificità a una ricerca. Tutte le ipotesi devono essere confermate con esperimenti o con altri metodi. Comporta 4 tappe:

1) La scelta del metodo di controllo. Come vedremo più avanti esistono diversi metodi di controllo, quali di questi, nel nostro caso ci può essere utile?

L’ideale sarebbe il metodo sperimentale, ci può garantire una sicurezza nella verifica superiore a quella di tutti gli altri, ma il fenomeno è riproducibile in laboratorio? Come vedremo più avanti, è un metodo scarsamente applicabile in campo politico.

 

Il sistema migliore, ad ogni modo, è sempre quello di cercare la conferma alle proprie ipotesi con più metodi: ad es. esaminare dei casi che hanno attinenza con il nostro problema, confrontare i propri dati con quelli di altri scienziati, condurre un’inchiesta con dei questionari oppure servirsi del metodo storico.

 

2) Il momento della verifica. Si mette in pratica quando progettato al punto precedente, per vedere se tra ipotesi e risultati vi sia rispondenza. Si noti bene che non è strettamente necessario procedere con il sistema della conferma dell’ipotesi corretta, è possibile anche procedere per esclusione (come si fa, a volte, nelle diagnosi delle malattie).

In altre parole, si passano in rassegna le varie ipotesi e si eliminano, una alla volta quelle sbagliate.

È bene, anche, data la facilità della nostra mente ad incappare nell’errore, fare sempre almeno 2 o 3 controlli su tutto il procedimento, verificando, in particolare, se fattori esterni abbiano potuto in qualche modo influenzare l’attendibilità delle misurazioni.

 

3) L’analisi dei risultati. Si tratta di confrontare i risultati ottenuti con le premesse teoriche, se cioè tra ipotesi e risultati c’è rispondenza. Si possono verificare due situazioni: l’ipotesi viene confermata dagli esperimenti e in questo caso cessa di essere tale, cioè un’opinione personale, per diventare un nuovo assunto o concetto di cui tutti devono tenere conto.

Nel secondo caso, se la ricerca non conferma l’ipotesi iniziale, quest’ultima deve essere ritenuta non valida. Non è comunque fatica sprecata perché l’esclusione di un’ipotesi può indirizzare la ricerca verso altri indirizzi in futuro.

 

4) La comunicazione dei risultati. In questa ultima tappa si porta a conoscenza gli altri ricercatori, ma anche i mass media e la gente comune, dei risultati della propri ricerca. A tal uopo non bisogna limitarsi a riportare solo le conclusioni, ma bisogna descrivere i modi, i tempi ed i procedimenti usati nella conduzione dell’indagine. Solo così, si tranquillizzerà tutti che la ricerca è stata condotta in modo corretto e che, di conseguenza, i suoi risultati possono essere ritenuti attendibili.

 

PERCHÉ LA SBG È UNA SCIENZA

La scienza del buon governo, se qualcuno ancora ne dubita, è una scienza perché soddisfa tutti i criteri che prima abbiamo indicato per essere considerata una scienza. Il vero scienziato, però, è pronto a mettersi sempre in discussione, per questo procediamo a un veloce esame per verificare se è davvero così.

 

Incominciamo, dai metodi di ricerca. Le cose sono facilitate dal fatto che la scienza del buon governo è una branca della scienza politica, per cui grosso modo ne condivide i metodi. In ogni caso, noi li abbiamo ben individuati e descritti (nel capitolo seguente).

Riguardo alla definizione, agli scopi e alle finalità della scienza del buon governo, è stato fatto in modo particolareggiato nelle pagine precedenti. Allo stesso modo i rapporti con la scienza politica sono stati ben specificati nella seconda parte di questo capitolo.

Anche la discussione sulle tematiche oggetto di studio della scienza del buon governo è stata affrontata in modo chiaro ed esauriente (vedi più avanti). Non solo sono state indicate, circoscritte e ordinate in unico quadro logico, ma addirittura ne è stato proposto un loro elenco dettagliato (d’altronde basta dare un’occhiata all’indice di questo volume).

Una cosa che è stata fatta solo in poche discipline, non certo in scienza politica dove gli argomenti spesso cambiano in modo significativo, a seconda degli autori.

 

Inoltre, che il nostro sia un approccio scientifico, è garantito da due fatti:

1) Il pluralismo, non si riporta solo la propria opinione, ma tutte le posizioni più rilevanti.

2) Nel corso della lettura di queste pagine, ci si renderà conto che la sbg non pretende di conoscere la risposta giusta per ogni problema, cioè di essere infallibile, ma indica le politiche pubbliche ritenute migliori dagli esperti per ogni problema, indicando per ognuna vantaggi e svantaggi.

In effetti, non riporta “la” soluzione per ogni problema, ma “le” soluzioni; saranno, poi, i politici a scegliere. Ad esempio, la sbg non dice gli ospedali convenzionati sono la soluzione migliore al problema dell’assistenza sanitaria, ma dice gli ospedali pubblici presentano questi pregi e questi difetti, mentre quelli gestiti da privati hanno questi vantaggi e questi svantaggi. In effetti, la sbg si limita a presentare le varie posizioni, poi ognuno trarrà le sue conclusioni.

 

LE SCIENZE di CUI SI SERVE

La scienza del buon governo per i suoi studi si avvale non solo del contributo della scienza politica, di cui si ritiene una branca, ma di tutte le scienze sociali, in particolare della sociologia, della psicologia sociale, dell’antropologia culturale e delle scienze statistiche, oltre ad utilizzare il contributo degli storici soprattutto per quanto riguarda gli studi comparati. Infine, come abbiamo detto, per tutto ciò che riguarda l’aspetto economico e finanziario, che è una parte essenziale di questa disciplina, fa tesoro di tutti gli studi e le ricerche portate avanti dagli studiosi di economia, disciplina che ha più di 300 anni di storia e di politica economica.

 

Vediamo brevemente i contributi che alcune di queste scienze possono dare:

    La sociologia. Attraverso il ricorso a propri metodi di indagine e tecniche di ricerca, studia la società e la vita sociale, allo scopo di comprendere le leggi che sono alla base delle loro dinamiche e del loro mutamento. Oggetto dello studio sociologico sono gli individui in quanto esseri sociali, interagenti cioè con altri individui, e quindi: le relazioni e le norme che stabiliscono (linguaggi, convenzioni, costumi, riti, leggi ecc.); gli aggregati e le strutture che creano (gruppi, famiglie, classi, istituzioni ecc.); i ruoli e i fenomeni che la relazione tra gli individui produce (status, poteri, conflitti ecc.).

La sociologia ha avuto come suoi primi oggetti di studio soprattutto i fenomeni legati allo sviluppo industriale e all’urbanizzazione, in quanto con la rivoluzione industriale e la fine della civiltà contadina, in cui ognuno produceva per i suoi bisogni, si hanno eccezionali sconvolgimenti non solo economici, ma anche sociali. Si affacciano alla ribalta problematiche nuove che non hanno alcun precedente nella storia. Si forma la classe operaia, si ha il fenomeno dell’urbanizzazione, la divisione del lavoro si accentua e si creano nuove gerarchie e nuovi classi sociali, come, ad esempio, gli imprenditori.

 

    La Statistica. Ramo della matematica che studia i metodi per raccogliere, organizzare e analizzare un insieme di dati numerici, la cui variazione è influenzata da cause diverse, con lo scopo sia di descrivere le caratteristiche del fenomeno, a cui i dati si riferiscono, sia di dedurre, ove possibile, le leggi generali che lo regolano. La statistica si suddivide in statistica descrittiva o deduttiva e in statistica induttiva o inferenza statistica. Nel primo caso si studiano solo i metodi per descrivere e analizzare le caratteristiche di un evento o di un gruppo di oggetti o individui, senza dedurre (inferire) conclusioni generali, valide per un gruppo più ampio. Nel secondo, invece, si studiano le condizioni per cui le conclusioni dedotte dall’analisi statistica di un campione sono valide in casi più generali.

 

La psicologia sociale. La psicologia sociale si interessa soprattutto all’uomo come essere sociale, studia gli effetti dei gruppi sui comportamenti degli individui, l’interazione tra le persone, l’aggressività, i ruoli ecc.. Analizza l’influenza dei processi sociali sui modi di pensare, di sentire e di comportarsi degli individui. È una branca giovane che in questi ultimi anni ha avuto un grande sviluppo ed è strettamente correlata con altre scienze umane, in particolare con la sociologia.

 

     La Criminologia. È la scienza che studia la natura, le cause e la dinamica dei delitti e i mezzi idonei a prevenire i reati. Essa si presuppone, quindi, due compiti fondamentali: determinare le cause, individuali e sociali, del comportamento criminale ed elaborare tecniche efficaci di contrasto del crimine. Per conseguire questi obiettivi si serve dell’ausilio di discipline come la biologia, la psicologia, la sociologia e l’antropologia. Chiaramente nel nostro caso è molto utile per affrontare le problematiche di ordine pubblico, che vedremo nel capitolo sul Ministero dell’interno.

L’economia e la politica economica. La prima è la scienza  che studia la produzione, la distribuzione, lo scambio e il consumo di beni e servizi, analizzando il modo in cui individui, gruppi, imprese e governi cercano di raggiungere in modo efficace l’obiettivo economico che si sono prefissati.

 

     La politica economica, invece, è la scienza che si interessa delle misure adottate dai poteri pubblici al fine di regolare l’andamento dell’economia di un paese.

Le misure riguardanti l’economia nel suo complesso fanno parte della macroeconomia, mentre quelle che agiscono in ambiti specifici, ad esempio in agricoltura, rappresentano elementi di microeconomia.

 

SCIENZA BUONGOVERNO e IDEOLOGIA

“L’ideologia – secondo l’enciclopedia Encarta –  è un sistema di idee e di valori che costituiscono la base di un movimento politico o religioso.” A nostro avviso una disciplina che si voglia occupare di modo scientifico di politica non può e non deve farsi fuorviare da alcuna ideologia, in quanto la scienza è neutra, non né di destra, né di sinistra.

È attenta solo ai risultati.

Inoltre, partire da un’ideologia significa partire già da una posizione, avere già uno schema in testa o vedere la realtà attraverso una lente deformante, tutti atteggiamenti in contrasto con “il pensiero scientifico”.

Lo scienziato politico, invece, deve essere aperto a qualsiasi verità emerge, non può farsi influenzare da preconcetti o da pregiudizi; deve essere un libero pensatore, sensibile solo ai dati che gli provengono dalla realtà. Deve cercare di dare una soluzione ai problemi che è chiamato a risolvere, solo in base a criteri obiettivi e scientifici e senza lasciarsi condizionare da niente e da nessuno. Cosa impossibile a chi è già schierato politicamente.

 

È una convinzione che per fortuna sta diventando sempre più comune. L’evoluzione del pensiero politico, in effetti, si muove verso una “liberazione” dai condizionamenti ideologici. Dopo la caduta dei regimi comunisti, la fine della guerra fredda e l’attenuarsi dei conflitti di classe, alla fine del XX secolo, si è verificato, infatti, il sorprendente il declino prima delle ideologie forti: comunismo e capitalismo, poi il processo è continuato fino a che si è iniziato a parlare apertamente di “fine delle ideologie”. Oggi, in pratica, ha sempre meno senso parlare di partiti di destra o di partiti di sinistra.

Non solo, ma in entrambi gli schieramenti spesso si sono evidenziati atteggiamenti contrastanti con il loro retaggio ideologico. Ad esempio la Cina, pur restando comunista, si muove e agisce sui mercati mondiali come una vera e propria potenza capitalista. Al contrario, in alcuni paesi europei, partiti di sinistra, che fino a qualche anno fa si fregiavano dell’appellativo “comunista”, una volta al potere hanno privatizzato tutto, fino a trasferire a società private la gestione dell’acquedotto comunale. Uno scandalo per un vero comunista o socialista.

 

     Occuparsi di problemi veri. L’altro motivo che ci ha consigliato di stare lontano dalle ideologie è che la scienza del buon governo intende occuparsi di problemi veri, pratici, rifuggendo da impianti teorici, come le teorie politiche o le dissertazioni filosofiche.

La sbg non ama i discorsi fumosi, quello che dicono e non dicono, le cose scontate, la politica fatta con slogan, le speculazioni intellettuali o che si limitano soltanto all’enunciazione di vaghi principi teorici ecc., ma si interessa di problemi concreti come la criminalità, la povertà, la droga, lo stato sociale, la disoccupazione, l’organizzazione della sanità ecc.. Per la prima volta i problemi veri della gente diventano oggetto di studio di una scienza.

 

IL FATTORE UMANO

La scienza del buon governo può essere molto utile, suggerire strategie, dare indicazioni preziose, individuare le strutture di cui dotarsi per costruire un ottimo regime democratico ecc. ecc., ma, in ultima analisi, occorre fare sempre i conti con un fattore fondamentale: quello umano.

In effetti, non bisogna mai dimenticare che dietro le strutture c’è l’uomo.

Si può verificare benissimo che pessime strutture funzionino bene, perché al loro vertice ci sono uomini onesti, capaci e interessati al bene comune, mentre una organizzazione “quasi perfetta” può risultare inefficiente perché ai vertici ci sono politici incapaci, irresponsabili e corrotti. Ad esempio, la scienza del buon governo ci può suggerire come organizzare in modo efficiente il settore della sanità, ma ciò non è sufficiente per garantirci i risultati, in quanto l’elemento cruciale resta sempre l’uomo. Bastano pochi funzionari corrotti, spesso, per mettere in crisi un intero sistema.

Prendiamo il caso del sistema elettorale, quello proporzionale, come diremo più avanti, produce frammentarietà e spesso ingovernabilità. Nonostante ciò, in molti paesi funziona e non provoca frequenti crisi di governo. In Germania, ad esempio, sebbene non sia uscita una maggioranza netta dalle elezioni del 2006, i due partiti maggiori si sono accordati per garantire il funzionamento della democrazia. Questo perché i politici di questo paese si sono dimostrati responsabili, di grande professionalità, capaci di anteporre l’interesse del paese ai propri. Altrove gli stessi risultati elettorali avrebbero potuto portare caos e instabilità politica, avrebbero potuto persino aprire la strada a un colpo di stato.

Al contrario, non serve a molto avere un ottimo sistema elettorale, se poi gli elettori votano per una persona solo perché questa ha fatto loro un favore personale (voto di scambio) o addirittura “vendono” il loro voto in cambio di soldi (come succedeva in certi paesi del sud Italia nel dopoguerra, dove certi candidati regalavano una scarpa prima delle elezioni e una dopo, una volta eletti).

 

Un altro esempio? Non si fa che parlare male delle società pubbliche, che sono inefficienti, che producono clientelismo e sono sempre in deficit ecc. ecc., ebbene al nord Italia abbiamo avuto diverse società pubbliche, come quella che forniva acqua potabile al comune di Milano, che per moltissimi anni hanno funzionato benissimo e garantito ottimamente i servizi.

In conclusione, un sistema imperfetto può funzionare bene se in un paese c’è una classe politica onesta, responsabile e capace, come pure, anche il sistema politico più perfetto può risultare fallace se ai vertici ci sono politici incompetenti e corrotti.

 

Tutto ciò, però, è vero solo fino a un certo punto o nel breve periodo, in quanto, sul lungo periodo un regime democratico, dotato delle strutture giuste, ha in sé le potenzialità di “auto rigenerarsi”, cioè è capace di produrre le condizioni per il cambiamento. Ad esempio, se si organizza la sanità con i vertici delle ASL eletti direttamente dagli utenti (come suggerito nelle prossime pagine) e vanno al potere dei pessimi amministratori, i bilanci dell’azienda sanitaria andranno in rosso, ciò costringerà i dirigenti ad aumentare i contributi sanitari versati dagli assistiti. Il che provocherà indignazione, che alle elezioni successive si trasformerà in voto contrario.

In effetti, uno stato organizzato con criteri scientifici possiede gli strumenti per rinnovarsi. Se vanno al potere, ad esempio, politici incompetenti o, peggio, corrotti, il popolo voterà per i partiti di opposizione e l’equilibrio sarà ristabilito. I problemi sorgono, invece, quando in un paese si producono le condizioni che impediscono l’alternanza al potere. Da ciò l’importanza fondamentale di un buon sistema elettorale, ne parleremo nel capitolo sui regimi democratici.

In secondo luogo il buon governante tiene sempre presente la natura egoistica dell’uomo. Sa che chi va al potere, tranne poche eccezioni, cerca di fare i suoi interessi e molto meno quelli della comunità, per questo motivo prevede sempre dei meccanismi di controllo. In altre parole in ogni cosa ci devono essere sempre delle persone “diverse” a cui spetta il “quality controll”. Ad esempio, nella sanità, nel modello da noi suggerito più avanti, l’utente sceglie la compagnia di assicurazione sanitaria, che può cambiare quando vuole se è servito male. Gli ospedali sono tenuti sotto controllo sia dalle compagnie di assicurazioni sia dal Ministero della sanità, inoltre ci sono le associazioni di malati. Altro esempio, nel Ministero dell’interno sull’esperienza di paesi più progrediti come gli USA si consiglia la creazione di una “polizia interna” che controlla l’operato dei poliziotti per evitare che essi fingano di non vedere o peggio si lascino corrompere. In effetti nessuno deve poter fare i “suoi comodi” senza che sia sottoposto a qualche forma di fiscalità.

 

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L’OGGETTO di STUDIO

La scienza del buon governo, come abbiamo detto, si propone lo scopo di cercare le soluzioni alle problematiche che il governante, che ha di mira esclusivamente il bene comune, è chiamato ad affrontare. In parole povere studia le risposte ai problemi sociopolitici veri, quotidiani della gente. Trasformare la politica in una scienza, perciò, comportava due enormi difficoltà: la vastità dell’oggetto di studio (in pratica si spazia dal piccolo problema di microeconomia a quelli macroeconomici, a quelli della pace, dell’ordine pubblico, delle relazioni internazionali ecc.) e la sistematizzazione delle conoscenze. Quest’ultimo è stato l’ostacolo più duro che abbiamo dovuto superare, per questo inizieremo proprio da qui.

 

Sistemare le conoscenze. La fisica o le scienze naturali sono diventate scienze anche perché sono riuscite a dare un ordine funzionale ai loro contenuti. Se si studia, ad es., la zoologia si vede che gli animali sono classificati in modo intelligente, ad esempio sono distinti in vertebrati e invertebrati, più avanti si studiano i rettili, i mammiferi ecc. in altre parole i contenuti sono proposti in modo ordinato e secondo un piano organico. Era indispensabile fare lo stesso anche con la scienza del buon governo, altrimenti questa disciplina non avrebbe mai avuto un carattere scientifico.

È vero esistono già delle classificazioni di tipi di politica come quella di Theodore Lowi (1999), che distingue politiche distributive, politiche regolative, politiche redistributive e politiche costitutive, ma nessuna di esse era utile alle finalità della sbg, che erano quelle di trovare una risposta alle tematiche socio-politiche.

Per molto tempo la soluzione ci è sfuggita, dopo finalmente abbiamo avuto l’intuizione giusta. Abbiamo capito che nella realtà esisteva già un metodo empirico per classificare i contenuti della scienza del buon governo. L’idea è scaturita da un’osservazione: in tutti i paesi del mondo esistono il Ministero della Difesa, il Ministero del Tesoro o quello delle Entrate ecc., anche se spesso chiamati con nomi leggermente diversi. Era questo, dunque, il migliore sistema per dare una strutturazione alla disciplina. Bisognava classificare per settore: giustizia, ordine pubblico, pubblica istruzione, difesa ecc., creando delle “cartelle” per ognuno di questi ministeri. Cartelle che, alla stesura del libro, si sarebbero trasformate in capitoli.

 

    Le tematiche di cui si occupa. Tenendo presenti i vari Ministeri che ci sono non solo nel nostro paese, ma in tutti i paesi più avanzati, siamo arrivati così a suddividere le tematiche in vari gruppi.

 

Tematiche di ordine pubblico. Sono quelle che riguardano la sicurezza, come le misure per contrastare i vari tipi di criminalità. Nel nostro modello sono di pertinenza del Ministero dell’Interno.

 

Tematiche di giustizia e diritto processuale. Di pertinenza del Ministero della Giustizia sono le problematiche che riguardano i processi penali e civili e l’organizzazione della macchina della giustizia.

 

Tematiche del lavoro. Sono tutte le tematiche che riguardano i rapporti tra lavoratori e datori di lavoro, compreso la regolamentazione del diritto di sciopero. Nel nostro schema sono di pertinenza del Ministero del lavoro.

 

    Tematiche di assistenza sanitaria. Sono quelle riguardanti la cura e prevenzione delle malattie fisiche e mentali. Sono di competenza del Ministero della Salute.

 

Tematiche riguardanti la pubblica istruzione. Riguardano l’organizzazione delle scuole e delle istituzioni per preparare le nuove generazioni ai loro compiti futuri o per elevare il livello culturale dei cittadini. Sono di competenza del Ministero della Pubblica Istruzione.

 

Tematiche riguardanti i lavori di pubblica utilità. Lo stato e gli enti locali ogni anno avviano l’esecuzione di centinaia di opere pubbliche per dotare il paese delle infrastrutture di cui necessita un paese moderno. Di competenza del Ministero delle infrastrutture, riguardano soprattutto i sistemi di appalto e di controllo.

 

Tematiche ambientali. Gli esperti di questo settore si occupano principalmente dell’inquinamento dell’aria, delle acque e del suolo. Si tratta di tematiche balzate prepotentemente alla ribalta in questi ultimi 40 anni. Fanno parte di questo gruppo anche le problematiche dell’energia, settore diventato fondamentale negli stati moderni in quanto ormai funziona tutto elettricamente.

 

Tematiche degli enti locali. Sono quelle che riguardano le autonomie locali, nel nostro paese: Regioni, Province, Comuni ecc… Esistono in tutti gli stati del mondo, anzi i paesi più grandi come gli Stati Uniti o il Brasile, sono suddivisi in stati.

 

Tematiche riguardanti le Public Utilities. Le società di servizi, dette più modernamente public utilities, sono quelle che forniscono ai cittadini energia elettrica, acqua potabile, gas di città, telefoni, autostrade e così via.

Le tematiche riguardanti lo stato sociale. Il welfare state, nonostante sia fortemente contrastato da una buona parte degli economisti, resta ancora una realtà in tutti gli stati moderni. Queste tematiche si interessano di tutti gli interventi che lo Stato fa verso le classi sociali più deboli, come i poveri e disoccupati, per aiutare disabili, anziani, orfani ed ex detenuti e comprende anche la previdenza sociale e il sistema pensionistico. Nel nostro schema non sono competenza di un singolo ministero, ma degli istituti nazionali di previdenza e degli enti locali.

 

Tematiche di politica estera. La maggior parte di queste tematiche non è oggetto di studio della scienza del buon governo, in quanto si tratta di scelte individuali. Ad esempio, nessuno può consigliare a un paese di entrare a far parte di alleanze come la Nato o da che parte schierarsi nell’eterno conflitto tra paesi arabi o Israele, né se entrare a far parte dei paesi amici degli Stati Uniti. Sono scelte personali, che ogni paese fa in base al suo orientamento politico e alle proprie tradizioni storiche.

 

Tematiche economiche. La scienza del governo, al contrario della scienza politica, si occupa anche delle tematiche economiche, in quanto ritenute “inscindibili” da quelle socio politiche. Ad esempio, il problema della micro criminalità è strettamente connesso con quello della disoccupazione perché se la gente non ha da vivere è portata più facilmente a delinquere. Per fortuna le risposte a queste tematiche sono attingibili dalle scienze economiche, come l’economia o la politica economica.

In effetti, qualsiasi riforma, come quella della sanità, delle pensioni, del lavoro ecc., il governante intende affrontare, non solo è difficilmente circoscrivibile, ma non può essere portata avanti senza tenere in debito conto l’aspetto economico. Ad esempio, si può progettare la sanità migliore e più efficiente del mondo, ma se non si tiene presente le risorse disponibili, resterà tutto sulla carta; come pure la riforma della giustizia deve tener inevitabilmente presente i costi, altrimenti il problema di ridurre la lunghezza dei processi sarebbe facilmente risolvibile raddoppiando il personale e le aule. Invece, bisogna risolvere le problematiche tenendo conto anche l’aspetto economico, cioè di raggiungere i migliori risultati, con il minimo costo.

 

L’altro motivo che ci ha spinto a ritenere le tematiche economiche oggetto di studio della scienza del buongoverno è il fatto che essi costituiscono il numero principale delle scelte a cui sono chiamati governanti, in fin dei conti qualsiasi tematica presenta un risvolto economico, non fosse altro per i costi di realizzazione che essa comporta.

Non è solo il nostro parere, sono in molti politologi che stanno convergendo verso questa posizione. “Alcuni autori hanno sostenuto che le politiche pubbliche non sono in realtà il prodotto di variabili politiche, vale a dire delle strutture istituzionali, del sistema dei partiti o del colore dei governi, ma, al contrario, sarebbero essenzialmente il prodotto di variabili socioeconomiche”, G. Pasquino (2009).

Altri hanno messo in rilievo che, in generale, nelle democrazie occidentali, i partiti di sinistra abbiano scelto di combattere la disoccupazione correndo il rischio di un aumento dell’inflazione, mentre i partiti e i governi di destra hanno dedicato le loro energie a ridurre il tasso di inflazione anche se ciò significava una crescita della disoccupazione (Lindberg e Maier, 1985).

Anche Mitchel riconosce la “crescente e indissolubile, interpretazione della sfera politica con la sfera economica”. Infine, è la strada indicata dalla “political economy” che, in estrema sintesi, suggerisce “uno studio integrato che combini variabili economiche con quelle politiche”

 

Non sono invece di pertinenza della scienza del buon governo:

  1. a) Le tematiche etiche. Problemi come l’aborto, l’eutanasia, il divorzio, la fecondazione artificiale ecc., sono questioni a cui lo scienziato politico non può dare una risposta in quanto strettamente connesse con le convinzioni etiche e religiose.
  2. b) Le tematiche pertinenti l’organizzazione interna dei partiti. Ogni partito, come gruppo, si dota di sue strutture, di organi direttivi e di un’organizzazione interna e un’amministrazione, tutte tematiche di cui non si occupa la nostra disciplina.

 

  1. c) Le tematiche riguardanti le tecniche di consenso. Sono di pertinenza della psicologia politica, che è la branca della psicologia applicata alla politica che si prefigge lo scopo di individuare gli strumenti, in parte mediati dalla psicologia della pubblicità, per ottenere il consenso degli elettori. In effetti, gli psicologi politici, basandosi sui sondaggi di opinione e sullo studio delle motivazioni, indicano ai leader politici le strategie più opportune per raggiungere i loro scopi, che sono il raggiungimento e il mantenimento del potere.

 

  1. c) Le strategie elettorali. I politologi del buon governo non si interessano neanche di dare consigli in materia di alleanze o di strategie elettorali, in quanto esulano dal campo di loro competenza (sono più un compito di psicologia politica). Come pure non sono chiamati neanche a suggerire a un partito se entrare a far parte di una coalizione di governo o restare all’opposizione; d’altronde in questo campo i politici sono molto più esperti dei politologi e non hanno certamente bisogno di consigli.

Restano, infine, escluse anche le tematiche riguardanti l’organizzazione interna dei partiti, che sarebbero più di competenza di esperti di economia aziendale, in quanto li si potrebbe considerare delle imprese proprio come le altre.

 

LE RADICI STORICHE della SBG

La radici della scienza del buon governo possono farsi risalire addirittura al filosofo greco Platone. Egli nella Repubblica ipotizzò una comunità politica giusta, gestita da filosofi interessati al bene comune dei cittadini, ma maggiormente capaci, rispetto a questi ultimi, di cogliere l’idea del bene e di fondare su di essa la prassi di governo. Secondo Platone, gli strumenti che dovrebbero formare i governanti filosofi sono un regime di proprietà in comune e uno specifico sistema di educazione.

Un altro filosofo che può essere annotato tra i suoi precursori è Aristotele, allievo di Platone, anche se, essendo maggiormente indirizzato all’analisi scientifica della teoria della politica, può essere considerato più il padre della scienza politica. Nella sua opera Politica, per la prima volta egli classificò le diverse forme di governo (monarchia, aristocrazia e democrazia), esaminandone, poi, criticamente le attuazioni concrete, individuandone le degenerazioni e indicando nel contempo la polis come la società perfetta.

La teoria politica, in età romana, allorché i re furono cacciati, si incentrò, invece, sul ruolo della Repubblica, quale migliore forma di organizzazione politica di una comunità. Va a Cicerone il merito di aver definito in maniera chiara il concetto di Repubblica, intesa “non come un qualunque aggregato di uomini, ma come un insieme di persone accomunate dal consenso dato alle leggi e da un comune interesse”.

 

Nel Medioevo fu Tommaso d’Aquino a cercare di conciliare la filosofia di Aristotele con i precetti del cristianesimo, legando l’idea della naturalità del corpo politico di matrice aristotelica, a quella dell’origine divina di ogni potere. La riflessione politica medievale, però, si incentrò soprattutto sulle opposte pretese egemoniche della Chiesa cattolica e del Sacro Romano Impero. Nel 1075 Gregorio VII formulò il principio secondo il quale al papa era “consentito deporre gli imperatori” e “sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà fatto ai sovrani”.

Sul versante opposto si collocarono le cosiddette tesi regaliste, secondo le quali all’imperatore e al papa spettavano sfere di competenza differenti, perché il primo doveva governare nella sfera temporale e il secondo in quella spirituale.

A partire dal Rinascimento, la preoccupazione per la preminenza della Chiesa nella vita civile passa in secondo piano o viene meno del tutto. Machiavelli, poi, fu il primo a sfrondare la politica da questioni filosofiche e religiose.

Nel periodo immediatamente successivo, esattamente nel XVII secolo, troviamo un altro precursore della scienza del buon governo: il filosofo Tommaso Campanella. Egli, nel suo capolavoro La Città del Sole (1602), descrive una società ideale, regolata secondo ragione in cui il potere politico non si fonda sulla forza o sulla tradizione, ma sulla conoscenza.

Purtroppo la sua utopia politica si presenta più come un progetto teocratico finalizzato all’unità dei cristiani sotto la guida del pontefice, che il tentativo di dare avvio a una nuova disciplina.

 

A partire dal secolo XVII si affermarono quei principi che daranno origine alle moderne democrazie. Il filosofo e politico inglese Hobbes fu il primo a sostenere che il potere politico trae origine da un contratto fra individui, che lo istituiscono per meglio garantire a se stessi determinati beni, quali la pace e la sicurezza della vita, la proprietà privata e la libertà. Anche J. Locke, considerato il padre del liberalismo, sostenne che la sovranità restava nelle mani del popolo e il monarca usufruiva semplicemente di un mandato, che il popolo poteva ritirare, se lo riteneva opportuno.

 

Il secolo XIX, poi, dal punto di vista della teoria della politica, appare un periodo ricco di contributi teorici. Fra i principali è da ricordare l’approfondimento delle intuizioni liberali dei pensatori settecenteschi imperniate sui concetti di diritti e libertà individuali, intesi come un patrimonio da salvaguardare contro le inevitabili ingerenze dello stato. Questa linea di pensiero è legata essenzialmente agli apporti della filosofia anglosassone e, segnatamente, agli scritti di John Stuart Mill. Va, inoltre, menzionato Karl Marx, che auspicò l’avvento di una società comunista ed egualitaria.

 

Non andiamo oltre perché, come riconosce anche G. Pasquino “non esiste una vera e propria storia della scienza politica, nonostante alcuni tentativi più o meno meritori”, tuttavia ci sentiamo in dovere di citare un altro movimento, che si propose, sia pure con finalità e modalità diverse, lo scopo di applicare il metodo scientifico alla politica: il socialismo scientifico.

Carlo Marx criticò con asprezza i socialisti “utopisti”, che consideravano il capitalismo il risultato di un processo storico caratterizzato da un’incessante lotta di classe, e suggerì l’adozione del metodo scientifico nell’analisi delle leggi della storia e dell’economia per dimostrare che il socialismo era il risultato dell’evoluzione storica, che sarebbe stato imposto dallo stesso proletariato, in un processo di auto-emancipazione. La sua teoria, sempre secondo Marx, segnava il passaggio del socialismo dal regno dell’utopia a quello della scienza. Karl Marx e Friedrich Engels, l’altro teorico del socialismo scientifico, avevano sott’occhio il modello positivista dell’800, che poneva la scienza come strumento per analizzare e risolvere i problemi.

Il loro tentativo purtroppo non portò risultati fruttuosi, in quanto nessuno dei due riuscì tradurre in pratica il proposito di trasformare la politica in una scienza. Inoltre non esiste una teoria marxista dello Stato, senza contare che in ambito puramente politico il socialismo scientifico ha avuto solo smentite.

 

Il vero precursore della sbg, invece, può essere considerato il filosofo e famoso uomo politico francese Emile Littré, che nel 1870, tenendo presenti i principi del positivismo, fondò la “Scienza del governo degli Stati”. Neanche il suo tentativo fu fruttuoso anche perché non poté usufruire del contributo delle altre scienze sociali, all’epoca non così evolute. Ne ebbe un seguito con una scuola o qualcuno continuò a perfezionare i suoi studi.

 

LA SCIENZA POLITICA. Nella seconda metà del XX secolo, saltando ai tempi moderni, si è capito finalmente l’importanza di tradurre in pratica il proposito di studiare la politica come una scienza, nasce così la scienza politica dal distacco dal diritto, in particolare dal diritto pubblico.

La prima cattedra nel nostro paese fu istituita solo nel 1956 e fu affidata Giovanni Sartori che è ritenuto, insieme a Norberto Bobbio, uno dei padri fondatori della sp italiana, che, però, è molto più “antica”, in quanto è fatta risalire a Gaetano Mosca con la pubblicazione, avvenuta nel 1896, del libro “Elementi di scienza politica”.

 

Oggi, la facoltà universitaria di scienza politica è presente in quasi tutte le università del mondo e dispone di cattedre, di professori, di studenti e di fondi per le ricerche. Non solo, ma ogni anno si pubblicano migliaia di libri e di articoli che la riguardano direttamente. Ma, come specificheremo meglio più avanti, si tratta di una disciplina principalmente interpretativa, descrittiva, che si limita ad analizzare i fatti politici e si preoccupa poco di suggerire “soluzioni”. Lo vedremo più avanti.

 

LA SCIENZA del BUONGOVERNO. Nell’anno 2008 ci siamo convinti che fosse necessario “uscire” dall’ambito della scienza politica e dare vita a una nuova scienza. Abbiamo pubblicato un nostro primo volume nei tipi della casa editrice “Mondo libro” in cui presentavamo la nostra iniziativa, iniziando ad attirare l’attenzione su questi studi.

 

Nel 2010, poi, abbiamo perfezionato la nostra idea, in un’altra pubblicazione e abbiamo aperto un sito su internet: www.governmentscience.info, che negli anni successivi abbiamo cambiato più volte fino ad arrivare all’attuale web site, che qui vedete.

Le polemiche nate quasi subito con gli studiosi di scienza politica, chiaramente quasi tutti docenti universitari italiani, ci impongono di precisare meglio la nostra posizione e il rapporto tra sp e sbg. Ne parleremo nel prossimo paragrafo.

SCIENZA DEL GOVERNO e SCIENZA POLITICA

La sbg si propone come una branca della sp, infatti ne utilizza conoscenze ed esperienze, in quanto ne sviluppa soprattutto la componente propositiva. In altre parole intende realizzare lo scopo della scienza politica applicata alla politica enunciato da tanti studiosi ad iniziare da Sartori (nel convegno di Milano nel 1967, tra le altre cose, parla della funzione della scienza politica come sapere applicativo).

Mentre la scienza politica è soprattutto analisi e descrizione dei fenomeni politici, la scienza del buon governo è principalmente una sua applicazione, che studia le soluzioni. Ad es. mentre la scienza politica analizza i diversi regimi democratici, distinguendo regimi parlamentari e governi presidenziali, la sbg suggerisce l’ingegneria costituzionale per creare un modello di democrazia funzionale, cioè che garantisca la governabilità e un sistema di alternanza al potere.

 

Tra la prima e la seconda esiste la stessa differenza che c’è tra politica economica ed economia politica. Mentre quest’ultima è soprattutto una disciplina analitica, che studia i fenomeni economici “analizzando il modo in cui individui, gruppi, imprese e governi cercano di raggiungere in modo efficace l’obiettivo economico che si sono prefissati”, la politica economica è “l’insieme di misure adottate dai poteri pubblici al fine di regolare l’andamento dell’economia di un paese”; in parole povere, suggerisce le strategie migliori per affrontare i problemi economici, ad esempio, come stabilizzare i prezzi e fermare l’inflazione.

Perché una nuova scienza?

La scienza del buon governo, secondo alcuni cattedratici italiani, tra cui G. Pasquino, si occuperebbe di tematiche che sono già oggetto di studio della scienza politica. Si tratta di un’obiezione giusta fino a un certo punto, all’inizio, infatti, anche noi ci siamo mossi nell’ottica di restare all’interno della scienza politica, poi ci siamo convinti che se si voleva procedere in modo razionale e conseguire risultati concreti, occorreva dar vita a una nuova disciplina.

 

I motivi che ci hanno spinto a una tale scelta sono stati molteplici.

1) Sostenere che la scienza politica sia una disciplina propositiva, a nostro avviso, significa “forzare un po’ la mano”. Dalla letteratura esistente non emerge chiaramente che si tratta di “una scienza applicabile”, come scrive G. Pasquino.

Basta dare uno sguardo ai manuali di scienza politica, in uso nelle maggiori università. La quasi totalità di essi è principalmente analitica, interpretativa della realtà politica, solo in pochi casi la scienza politica è propositiva, come ad esempio quando si occupa dei sistemi elettorali. Sono stati in molti, tra cui Sartori e Pasquino, non solo ad aver condotto studi comparati sui diversi sistemi elettorali, ma ad essersi spinti anche a proporre il sistema che a loro parere era migliore (il maggioritario a doppio turno di tipo francese).

 

È vero, esistono numerosi saggi che parlano dell’analisi delle politiche pubbliche, ma considerare come “appartenente” alla scienza politica qualsiasi trattato parli di politica ci sembra un po’ pretestuoso. Un volume per rientrare in questa categoria deve avere determinate caratteristiche, come uno studio su base scientifica e un approccio pluralistico, cosa che la maggior parte di questi saggi non ha.

Inoltre, quasi sempre non c’è niente che lega questi studi, cioè non sono inquadrati in uno schema più ampio, in modo da essere in relazione gli uni con gli altri. Né esiste alcun manuale o corso universitario che li riporta, anche se solo in modo schematico, tutti. In effetti manca il “quadro d’unione”; la completezza è, infatti, come abbiamo detto, uno dei requisiti principali che distingue le discipline scientifiche da quelle filosofiche, basate principalmente sulle opinioni.

Se guardiamo ad altre discipline vedremo che questo requisito è presente. Se, ad esempio, analizziamo un manuale di economia di una delle più prestigiose università americane, come il volume di Paul A. Samuelson, Yale University, che per anni è stato il più studiato negli Stati Uniti, vedremo che esso comprende tutte le tematiche economiche, dalle politiche fiscali a quelle monetarie ecc.. Chiaramente, alcune sono trattate in modo più approfondito, altre in modo più superficiale, ma ci sono tutte ed inquadrate in uno schema più ampio.

 

In secondo luogo, la stragrande maggior parte dei saggi che parlano dell’analisi delle politiche pubbliche sono libri bianchi, libri denuncia sulle “cose” che non funzionano nel nostro paese. Ad es. parlano delle disfunzioni del sistema sanitario italiano o della politica pensionistica, ma sono scarsamente propositivi, cioè non sempre offrono soluzioni o queste ultime sono basate sul metodo scientifico. Nessuno di essi, ad es., dà precise indicazioni su come andrebbe organizzato un sistema sanitario nazionale.

In conclusione, una cosa è la teoria e una cosa è la pratica. La sp può ritenersi “applicativa” solo a parole, però a parte sporadiche enunciazioni poi nessuno è “passato ai fatti”. Se si guarda la realtà, infatti, si scopre che la scienza politica si occupa principalmente di analisi dei fenomeni politici, di interpretazione delle realtà politiche ecc.. Inoltre, come ammette anche G. Pasquino (2008) “la maggioranza degli studiosi finisce per limitarsi all’esposizione delle risultanze ottenute”.

 

Una ricerca. Abbiamo cercato un’ulteriore conferma a questa nostra convinzione conducendo un piccola indagine. In biblioteca abbiamo vagliato con attenzione tutte le definizioni di scienza politica riportate nei manuali più noti.

Ebbene in nessuna di esse si accenna al fatto che la scienza politica ha anche un carattere propositivo. Secondo R. Bobbio (2003) “È lo studio dei fenomeni e delle strutture politiche, condotto con sistematicità e rigore, appoggiato su un ampio ed accurato esame dei fatti, esposto con argomenti razionali.” Più avanti nello stesso volume (dizionario di politica), si accenna a un’ulteriore funzione della scienza politica: quella di previsione. “Lo scopo della scienza politica è quello di spiegare i fenomeni che ha per oggetto e non soltanto di descriverli. Al processo di spiegazione è strettamente connesso quello di previsione, quest’ultimo è il principale scopo politico della scienza politica. Tuttavia la scienza politica è ben lungi, nell’attuale fase di sviluppo, dal poter fare previsioni scientifiche”.

 

In conclusione, nelle definizioni riportate sulla quasi totalità dei manuali di scienza politica non si fa cenno a una scienza politica “propositiva”. Essa è diventata tale, solo dopo che il sottoscritto ha proposto la scienza del buon governo, segnalandola a numerosi studiosi.

È vero, l’accettazione del principio che sia possibile conoscere i fenomeni politici in modo avalutativo e produrre un sapere suscettibile di applicazioni concrete, risale agli anni ’60, e vede in G. Sartori come uno dei suoi principali precursori, ma poi non si è proseguito su questa strada. In altre parole non si è data vita a una branca che si proponesse questo scopo o si è indicata la metodologia per tradurre in pratica questa intenzione.

 

2) La scienza politica ha un oggetto degli studi davvero molto vasto. Il suo campo d’indagine va dall’analisi della comparazione dei sistemi elettorali, alla partecipazione politica, allo studio i regimi dittatoriali, alla descrizione delle politiche pubbliche ecc. ecc.. È stato il principale motivo a convincerci che occorreva favorire la nascita di una nuova scienza. I contenuti di cui si occupa la sp, infatti, sono diventati così vasti, che si imponeva una specializzazione. È successo in tutte le discipline, guardiamo, ad esempio, la psicologia. Negli ultimi anni sono nate branche, come la psicologia sociale o la psicologia socio-cognitiva ecc.. In effetti, l’ampliamento delle conoscenze, in tutti i settori, spinge a creare nuove specializzazioni, in modo che ognuno si possa concentrare su tematiche specifiche.

A chi ci ha accusato, come il prof. E. Jones, di volere procedere a una “balcanizzazione della scienza politica”, abbiamo risposto che noi abbiamo proposto la creazione di una sola branca, non di una serie. Nessuno si è mai sognato di smembrare la scienza politica in una miriade di discipline, si è proposto di creare una “sola specializzazione”.

 

    3) Si tratta di una disciplina di fondamentale importanza e di grande l’utilità in quanto la sbg si propone di dotare i politici degli strumenti per governare in modo giusto. È stato uno dei motivi principali, a spingerci verso la soluzione di creare una nuova scienza. Dato che il nostro oggetto di studio, ossia la ricerca delle soluzioni ai problemi socio politici, ha notevoli implicazioni nella pratica, ci sembrava più opportuno che esistesse una scienza specifica. In fondo gli studi storici o quelli sui pianeti del sistema solare, per portare qualche esempio, hanno scarsa rilevanza pratica, in quanto le conoscenze raramente sono applicabili alla vita quotidiana, non è così per la scienza del buongoverno.

Pensate agli enormi vantaggi che si potrebbero avere se un domani nascessero dei centri di ricerca di scienza del buon governo o le università introducessero studi specifici. I politici avrebbero a disposizione degli esperti che darebbero loro dei preziosi consigli “su come governare bene”, cosa che non potrebbe non portare a un miglioramento notevole della qualità della vita. Non solo ma potrebbero evitare tantissimi errori dovuti all’inesperienza e alla mancanza di una cultura specifica. In effetti, se la nostra proposta di fondare una nuova scienza, avesse successo, avremo gente molto più qualificata alla guida dei paesi e le cose andrebbero sensibilmente meglio nel mondo.

 

3) La scienza politica, non può essere analitica, interpretativa, descrittiva e nello stesso tempo anche propositiva. Abbiamo visto l’esperienza dell’economia politica e della politica economica, che a un certo punto si sono dovute separare, perché i loro studi divergevano. Questo soprattutto perché, anche se può sembrare che scienza politica e scienza del buongoverno si occupino delle stesse cose, cambiando le finalità, cambia completamente l’ottica, di conseguenza, spesso cambiano anche i contenuti.

La scienza del buongoverno, ad esempio, si occupa anche delle tematiche economiche (utilizzando le conoscenze dall’economia) in quanto le ritiene non scindibili da quelle socio politiche. In fondo qualsiasi tematica può essere ricondotta a una economica, per questo motivo la conoscenza dell’economia dovrebbe far parte del normale bagaglio culturale di ogni politico. Il problema della criminalità, ad esempio, è strettamente collegato a quello dello sviluppo economico, perché quando la gente non lavora, è portata più facilmente a delinquere.

In alcuni casi, poi, gli interessi di sp e sbg, addirittura, divergono del tutto. Ad esempio, la scienza politica ha tra i suoi principali oggetti di studio i regimi non democratici, invece la scienza del buon governo si disinteressa del tutto di essi in quanto ritiene che la democrazia sia una conquista irrinunciabile; piuttosto concentra la sua attenzione sull’ingegneria costituzionale per creare una democrazia che funzioni come un’azienda ben organizzata.

In effetti proponendosi scopi diversi, ciò dà un diverso carattere agli studi. La scienza del buongoverno mira a suggerire le soluzioni ai problemi concreti e reali della gente, ossia la ricerca di una risposta alle “difficoltà quotidiane”, mentre la scienza politica si occupa principalmente dell’analisi politica.

Infine, una disciplina non può essere nello stesso tempo interpretativa e propositiva, in quanto si tratta di due momenti diversi. La disciplina propositiva può essere considerata una continuazione della prima, e data la vastità dei contenuti in oggetto era consigliabile fondare una nuova branca per dare più agibilità a tali studi.

 

4) La scienza politica ha già una sua precisa collocazione, se possiamo dire una sua “personalità”, si propone certe finalità, studia i fenomeni politici, ne cerca le motivazioni, cercando di pervenire a “leggi generali”, che possono servire a spiegare tutti i casi simili, perciò ci sembrava una forzatura volerle aggiungere un “prolungamento. Come scrive G. Pasquino “L’obiettivo della scienza politica consiste nel pervenire a generalizzazione e a spiegazioni di carattere nomotetico, vale a dire che consentono di formulare leggi di carattere generale e teorie probabilistiche.”

 

5) È facile verificare sp e sbg si occupano delle stesse cose semplicemente paragonando i contenuti di un ottimo manuale di Scienza Politica, come quello di G. Pasquino, con i contenuti (in pratica con l’indice) della sbg esposti in questo sito. Ad esempio, nel nostro lavoro manca qualsiasi accenno ai regimi autoritari e totalitari, in quando ritenuti inaccettabili; altro esempio, più che perderci nella descrizione dei numerosi sistemi elettorali esistenti in tutto il mondo, abbiamo mirato soprattutto a disegnare due nostri modelli, uno per i regimi parlamentari, uno per i regimi presidenziali, che garantissero la governabilità e favorissero l’alternanza al potere.

Inoltre, nel nostro studio le problematiche sociopolitiche sono suddivise e studiate, a seconda dei Ministeri di competenza. Metodo di classificazione che non esiste in nessuna altra opera di sp. Infine, tra le problematiche di cui deve occuparsi il politologo della nostra disciplina, come abbiamo detto, ci sono quelle economiche che occupano un posto centrale, tematiche che i politologi della sp ritengono estranee e perciò non riportano alcun accenno.

E si potrebbe continuare a lungo; ma anche quando sp e sbg parlano delle stesse cose, sono trattate con un’ottica diversa, descrittiva nella sp e con il chiaro intento di dare dei suggerimenti alla classe politica nel caso della sbg.

 

In conclusione, la scienza del buongoverno continua la strada indicata da tanti politologi come Giovanni Sartori e Gianfranco Pasquino: rendere applicativa la scienza politica. Per farlo abbiamo dovuto creare una nuova branca, ci scusiamo se ciò ci può far apparire presuntuosi.

 

———————— ELEMENTI di SCIENZA POLITICA ———————-

Liberamente tratto dal volume di M. Duverger, “I partiti politici” (1975)

 

LA LOTTA POLITICA

In tutte le società animali, compreso quelle umane, esiste la lotta per il potere. Nella maggioranza delle specie il capo non è soltanto il numero uno in ordine gerarchico, con evidenti vantaggi sugli altri, bensì il governante del gruppo, che ha compito di curare l’interesse collettivo. Il capo branco conduce il gruppo a cibarsi, lo riporta indietro, lo guida e, non per ultimo, assume una funzione di “capo guerriero” che dirige la difesa o l’attacco, a seconda delle circostanze.

Gli esseri umani non fanno eccezione a questa regola. Qualsiasi gruppo, una volta superate certe dimensioni, si deve dare un’organizzazione e una struttura gerarchica. Da questa esigenza fondamentale nasce la lotta politica, cioè la competizione per il potere e per stabilire la gerarchia. Un gruppo per poter funzionare, infatti, non solo ha bisogno di un leader, ma deve stabilire tutta una serie di ruoli e di quadri intermedi, che dall’alto vanno verso il basso. È indispensabile per limitare la conflittualità all’interno del gruppo (una volta, infatti, stabilita una gerarchia sociale, tutti la rispettano e i litigi diventano rari), ma anche per assegnare compiti e precedenze.

 

La lotta per il potere. In tutte le comunità il potere procura a chi ne è detentore vantaggi e privilegi, onori e prestigio, perciò è oggetto di un’aspra contesa, non solo tra individui, ma anche tra i gruppi o le organizzazioni. Il potere viene, infatti, esercitato sempre a vantaggio di un gruppo, di un clan o di una classe sociale, contro di esso la lotta viene condotta da altri gruppi, clan o classi che vogliono sostituirsi ai primi. Nei paesi democratici moderni sono nate organizzazioni specialiste, delegate proprio a questo compito: i partiti.

La conquista del potere, comunque, non è solo un fatto economico ma anche la ricerca di prestigio e privilegi. Ogni uomo si batte per far prevalere le sue idee o il suo modo di pensare, e l’essere umano è l’unico animale capace di morire per difendere le proprie idee.

 

LE ARMI DELLA LOTTA

Gli uomini e le organizzazioni impegnate nella lotta politica si servono di vari tipi di armi, nonostante l’obiettivo primo della politica sia proprio quello di eliminare la violenza e di sostituire i conflitti cruenti con forme di lotta pacifica e democratica. In effetti, anche se la politica tende ad eliminare la violenza, non riesce ad evitarla del tutto.

 

Le principali armi usate nella lotta politica sono:

1) La violenza fisica. Il potere storicamente trae origine dalle armi militari. “Il primo ad essere re fu un soldato fortunato”, Duverger (1975). In molte comunità umane è il più forte ad avere il potere. Il capo nelle squadre di teppisti o nelle bande di delinquenti è colui che ha il pugno più forte o il coltello più veloce. Per fortuna, oggi le cose sono cambiate. Il lungo cammino che ha portato all’affermazione dei principi democratici ha stabilito che il popolo è sovrano e delega il potere di governarlo attraverso libere elezioni. Negli stati moderni, la violenza è stata bandita (o almeno non ha più un ruolo determinante) e il potere si basa principalmente sul consenso popolare. Le uniche forme di protesta ammesse sono quelle pacifiche: manifestazioni, cortei, scioperi, contestazioni, sit in e così via.

 

2) I mezzi di informazione. L’invenzione della stampa fu un fattore determinante nel Rinascimento, in seguito produsse quella spinta liberale che sfociò nella rivoluzione francese. L’avvento dei giornali nel secolo scorso dette un grande contributo allo sviluppo della democrazia. L’importanza dei Mass media è oggi sottolineata dal fatto che sono ritenuti una sorte di “Quarto potere”. La televisione in particolare svolge un ruolo primario nelle campagne elettorali in quanto orienta l’opinione pubblica e crea consensi.

 

3) Il denaro. La ricchezza serve a procurare i mezzi con il quale si può conquistare o conservare il potere. Il denaro permette di condurre compagne campagne propagandistiche, di comprare giornali, programmi televisivi, persino armi e uomini politici, anche se, il più della volte, i finanziatori non si impegnano direttamente nella lotta politica, ma delegano questo compito a uomini fiducia, su quali possono esercitare, poi, pressione.

 

4) La propaganda. L’efficacia della pubblicità nelle battaglie politiche è un dato acquisito su cui non serve soffermarsi a discutere. Oggi le campagne elettorali sono condotte con sistemi analoghi a quelli delle campagne commerciali.

 

5) Le manifestazioni di piazza. Tutti i sistemi per contestare l’azione di chi sta al governo hanno un forte significato politico in quanto richiamano l’attenzione dei mass media e dell’opinione pubblica. Quasi tutte le rivoluzioni, come ad es. quella dei “garofani” in Portogallo, nel 1974, sono iniziate con scioperi, manifestazioni e cortei. È una delle poche armi a disposizione dell’opposizione per contrastare l’azione del governo.

 

6) Il clientelismo. Cercare il consenso popolare tramite metodi clientelari, favorendo gli amici o i membri del proprio clan, è un sistema antico quanto il mondo. In Italia, anche grazie al sistema elettorale, fino a poco tempo fa proporzionale, che favoriva queste pratiche, si è rivelata l’arma di lotta politica di lunga più efficace, spesso l’unica usata. Oggi, almeno a livello nazionale, le cose sono leggermente migliorate, nonostante ciò i metodi clientelari hanno un ruolo importante, soprattutto a livello locale.

 

LE ORGANIZZAZIONI IN LOTTA

Negli stati moderni la battaglia politica si svolge tra “organizzazioni” specializzate, che costituiscono una sorte di eserciti politici. Queste organizzazioni hanno strutture, articolazioni e gerarchie, commisurate alle esigenze della lotta di potere, ed esprimono gli interessi e gli obiettivi di forze sociali diverse, delle quali rappresentano appunto gli strumenti d’azione politica.

Le organizzazioni politiche si possono classificare in tre grandi categorie: i partiti, i gruppi di pressione e i sindacati.

 

    I partiti politici. Hanno come obiettivo la conquista del potere o la partecipazione al suo esercizio. Cercano di procurarsi seggi alle elezioni, di ottenere posti al parlamento per i propri affiliati o Ministeri nel caso vanno al governo.

 

I gruppi di pressione. Non hanno l’obiettivo di andare al potere o di partecipare al suo esercizio, ma tendono a influenzare coloro che lo detengono. Il loro scopo, non tanto mascherato, è difendere o proteggere i propri interessi o quelli dei propri membri.

I gruppi di pressione più numerosi sono le associazioni, che sono un insieme organizzato di persone, le quali, spontaneamente e senza scopo di lucro, decidono di unirsi per perseguire un risultato di comune interesse, di natura religiosa, scientifica, culturale, sportiva ecc.. In Italia esistono anche varie associazioni amatoriali e di categoria, organizzate sia su scala nazionale, sia a livello locale. Quasi tutte in tempo di elezioni appoggiano, spesso non ufficialmente, uno o più candidati.

 

I sindacati. Nonostante siano nati per tutelare gli interessi dei lavoratori e per partecipare, come parte sociale, con il governo e con i rappresentanti degli imprenditori, alla definizione delle scelte su questioni di interesse pubblico relative al mondo del lavoro, svolgono comunque un ruolo politico. Il movimento sindacale italiano è stato per lungo tempo strettamente legato ai partiti (ad esempio la CISL, a prevalenza cattolica, alla Democrazia Cristiana; la UIL, a prevalenza laico socialista, ai partiti socialista e socialdemocratico; la CGIL, la confederazione più a sinistra, al Partito comunista e, in misura minore, ai socialisti).

    Negli ultimi due decenni, a partire dalla chiusura del ciclo di lotte degli anni Sessanta e Settanta, i sindacati, almeno nei paesi industrializzati, hanno assunto un ruolo più definito e omogeneo. Oggi sono coinvolti nelle decisioni che riguardano fatti di interesse economico e sociale, partecipano all’elaborazione del diritto del lavoro, gestiscono direttamente settori della previdenza sociale e forniscono ai propri iscritti servizi di consulenza e assistenza legale.

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