2 – I metodi di ricerca

 scienzapolitica CAPITOLO II

I  METODI di RICERCA

     Uno dei requisiti che deve soddisfare una disciplina per diventare una scienza, come abbiamo detto, è  indicare i metodi di cui intende avvalersi per le sue ricerche. I metodi di ricerca sono le modalità con le quali i ricercatori raccolgono le informazioni e poi le sottopongono a verifica. Esistono, quindi, due tipologie di metodi:

1) I metodi di raccolta dei dati. Sono: la ricerca bibliografica, la ricerca sul campo (o studio dei singoli casi), le inchieste, il metodo storico, il metodo statistico e il confronto politico. Hanno lo scopo di farci acquisire una conoscenza approfondita della tematica oggetto di studio.

2) I metodi di controllo. I principali metodi di verifica sono: il metodo comparato, il metodo statistico, il metodo storico (questi ultimi due possono essere utilizzati sia per la raccolta, sia per la verifica) e il metodo sperimentale. Servono ai ricercatori per verificare ipotesi e proposte di soluzione. È la presenza di un momento di verifica, infatti, a dare carattere scientifico alla ricerca.

1 – LA RICERCA BIBLIOGRAFICA

    Un ricercatore serio quando si accinge a fare una ricerca, indipendentemente dal tema di cui intende occuparsi, deve innanzitutto fare una ricerca bibliografica per formarsi un’idea abbastanza precisa di quanto si sa sull’argomento o hanno scritto gli autori precedenti, degni di considerazione. Ciò è necessario non solo per impadronirsi delle conoscenze già di dominio pubblico, ma anche per evitare di ricercare elementi noti o di proporre informazioni superate.

La ricerca bibliografica, però, non deve limitarsi solo alla studio di testi noti, ma bisogna estendere la propria indagine su Internet, riviste specializzate e visionare precedenti ricerche condotte in modo scientifico. “È inevitabile il ricorso a quanto si sa già sul fenomeno potenzialmente oggetto di indagine e dunque, come si usa dire, alla letteratura esistente in materia. La conoscenza delle precedenti ricerche è una parte essenziale” M. Cotta, 2009.

In secondo luogo bisogna cercare documenti: certificati, lettere, foto e ogni elemento che può essere utile ai fini della ricerca. Ad esempio, se si tratta di una ricerca sulla emigrazione degli italiani negli Stati Uniti può essere utile l’acquisizione della corrispondenza che avevano con le loro famiglie in patria e conoscere, ad es., quanti soldi in media gli emigranti inviavano a casa ogni mese.

 

2 – L’OSSERVAZIONE PARTECIPANTE

    È ritenuto dagli studiosi di scienza politica uno dei metodi migliori di ricerca. “Utilizzando il metodo dell’osservazione partecipante lo studioso si trova nelle condizioni di osservare direttamente e personalmente i fenomeni politici che desidera studiare” (G. Paquino, 2009). È senz’altro vero per la scienza politica, ma per la scienza del buon governo le cose differiscono leggermente per diversi motivi.

Per primo, come è evidenziato dagli stessi studiosi di scienza politica: “L’osservazione partecipante è una metodologia che può essere utilizzata con risultati di notevole interesse se lo studioso e il suo gruppo di ricerca hanno accesso al fenomeno che intendono esplorare. Per il suo libro sul partito politico, Michels, ha fatto ricorso non soltanto a documenti e i dati cui poteva accedere proprio in quanto iscritto al partito socialdemocratico tedesco, ma anche alle osservazioni derivanti dalla sua personale partecipazione alla vita interna del partito” Pasquino, 2008. In effetti, si può ricorrere a questo metodo se si ha la fortuna di vivere quando l’evento si verifica. In altre parole si può fare una ricerca basata sull’osservazione partecipante soltanto se si vive nel paese e nel periodo, in cui si può osservare l’oggetto di studio, perciò, come riconosce la maggior parte degli autori “la gamma di fenomeni analizzabile attraverso l’osservazione partecipante appare molto limitata” G. Pasquino, 2008.

La seconda ragione che ci spinge ad essere scettici è che non sempre ci si può fermare a ciò che traspare all’esterno. Nel nostro caso, cioè per studiare le problematiche socio politiche, la maggior parte delle volte occorre ricercare, indagare, “scavare”, ossia cercare i motivi al di là delle apparenze, perché la realtà può essere molto diversa da quello che appare. Per questo motivo è meglio affidarsi a una ricerca sul campo, che è una ricerca più complessa e più profonda. L’osservazione partecipante, perciò, è un metodo di indagine più utile in antropologia, ad esempio per studiare le culture primitive o in sociologia per analizzare le condizioni di vita dei lavoratori metalmeccanici in un quartiere di periferia, cioè piccole realtà, ma non in scienza del buon governo, dove di solito per farsi un’idea chiara di una tematica occorre andare oltre le apparenze. Ad esempio, a prima vista può non esserci una spiegazione logica al fatto che gli insegnanti italiani siano meno preparati dei colleghi tedeschi, ma se, poi, si indaga a fondo si scoprirà che i concorsi per ottenere una cattedra spesso sono viziati da pratiche clientelari.

Per terzo, occorre sfatare la convinzione che chi vive “dall’interno” certi eventi ha sicuramente una conoscenza migliore dei fatti. È come dire che il soldato che combatte in prima linea sa come sta andando la battaglia meglio di chi sta nelle retrovie. Il soldato in trincea, invece, conosce bene solo ciò che succede nell’aerea limitata dove opera, ma non sa quasi niente di cosa sta succedendo lungo il fronte. Ad esempio, può succedere benissimo che si convinca che la battaglia è vinta perché la sua compagnia è riuscita ad espugnare un forte, per poi scoprire, più tardi, che è stata una delle poche vittorie del suo esercito, che nelle altre zone si è ritirato. In effetti che l’osservatore viva direttamente certi eventi è importante fino a un certo punto, ciò che è fondamentale è l’accesso diretto alle informazioni. Per ritornare all’esempio precedente, un sottufficiale in retrovia, nell’ufficio di comando, ha una visione molto più completa del campo di battaglia di un soldato che la sta combattendo.

Il coinvolgimento diretto, in effetti, non è garanzia di una conoscenza migliore, se il ricercatore non ha accesso a tutte le notizie che gli possono dare una visione completa della situazione. Abbiamo incontrato personalmente diverse volte immigrati dei paesi dell’est, dall’Ucraina o dalla Romania, che parlavano con entusiasmo dei regimi comunisti esistenti nel loro paese prima del 1992. Se si aveva cura di indagare più a fondo, si scopriva, però, che essi parlavano a favore del comunismo solo perché conoscevano bene soltanto il settore dove operavano, mentre non avevano un’idea precisa di tutto il sistema economico, che faceva acqua da tutte le parti e che prima o poi sarebbe crollato, perché tarlato da troppe inefficienze e sprechi.

L’ultimo limite di questo metodo è ancora citato dallo stesso G. Pasquino: “L’osservatore partecipante può lasciarsi coinvolgere dagli eventi e per questo diventare meno obiettivo e neutrale”. Se si vuol procedere in modo scientifico, infatti, è auspicabile un certo distacco dai fatti che si osserva. Lo studioso dovrebbe evitare accuratamente un coinvolgimento diretto e personale, ma non sempre ci riesce o ciò è possibile.

In conclusione l’osservazione partecipante è un ottimo metodo di ricerca, ma spesso occorre andare oltre l’osservazione diretta dei fatti, occorre indagare, parlare con la gente, raccoglie le testimonianze ecc., per questo è sempre utile integrare una ricerca svolta con questo metodo anche con altre fonti di informazione.

 

3 – LA RICERCA SUL CAMPO

    È il metodo principale di indagine dello politologo del buongoverno. Per evitare interpretazioni equivoche specificheremo esattamente in che cosa consiste, partendo da un esempio pratico. Che cosa fa un bravo giornalista che deve scrivere un dossier su un fenomeno sociale o politico, ad esempio sulle bande giovanili che spadroneggiano nei quartieri periferici di una grande città dando luogo a frequenti conflitti e a violenze?

Semplice, avvia una ricerca sul campo. Il che significa che si reca sul posto e incomincia a parlare con la gente, ad intervistare alcuni dei ragazzi che fanno parte di queste bande, sente il parere degli ufficiali di polizia e degli abitanti del quartiere, infine cerca di disegnare una mappa delle diverse zone e da quale banda ognuna di essa è controllata. In secondo luogo cerca di saperne di più su chi sono i ragazzi che compongono queste bande: figli di immigrati? Sbandati o emarginati? Giovani provenienti da famiglie disagiate o tossicodipendenti?

In parole povere il giornalista in questione cerca di farsi un’idea approfondita del fenomeno, provando a capire com’è nato, da quali motivazioni sono mossi i ragazzi o quanto è diffuso il fenomeno e quali misure ha preso la polizia per limitare le violenze.

Le informazioni raccolte, poi, vanno completate con tutti i dati statistici (vedi metodo statistico più avanti),  con ricerche su Internet e con un giro di telefonate per sentire l’opinione delle autorità locali e dei giornalisti.

È il metodo che dovrebbero seguire tutti politici prima di affrontare una certa tematica: scendere sul campo per acquisire una buona conoscenza del problema. In effetti, è il metodo dell’osservazione delle scienze sociali e consiste, appunto, nell’osservare il fenomeno politico sul campo, ossia nella realtà sociale dove si verifica. Solo che in scienza del buon governo, la semplice osservazione quasi sempre non basta per capire a fondo i problemi. Le tematiche politiche, infatti, spesso sono complesse e all’esterno possono apparire diversamente da come sono veramente. Per questo motivo, bisogna “indagare, intervistare, scavare”, insomma studiare il fenomeno come si trattasse di scoprire una legge della natura.

La ricerca sul campo perciò, è qualcosa di più della semplice osservazione. Ad esempio, molte persone sono convinti che le prostitute siano frequentate da uomini scapoli, che non hanno una partner, ma poi se si va ad indagare si scopre che la maggioranza dei clienti è composta da uomini sposati. I fenomeni politici presentano spesso di queste trappole e l’unico modo per scoprirle è svolgere delle indagini sul campo. In parole povere, la maggior parte delle volte occorre andare oltre ciò che appare dall’esterno per scoprire i veri motivi di un problema o ciò che si nasconde dietro la facciata.

 

Come condurre una ricerca sul campo. Una cosa è evidente: niente può essere improvvisato, perciò occorre sedersi a tavolino e programmare tutto. Ecco alcuni consigli utili da seguire:

Per prima cosa bisogna stabilire il fenomeno che si vuole osservare, avendo cura di circoscriverlo, perché ci si può disperdere senza arrivare a nessuna conclusione utile. In parole povere non si può pretendere di osservare tutto e tutti, bisogna scegliere la problematica su cui si intende concentrare la propria attenzione. Ad esempio, uno politologo può decidere di dedicare il suo tempo allo studio della microcriminalità, in particolare agli scippi, per cercare di capirne le cause e approntare gli strumenti più adatti per risolvere il problema.

In secondo luogo, occorre decidere le modalità e i luoghi dove condurre l’indagine, predisporre gli strumenti da utilizzare e infine, i metodi di registrazione dei dati (appunti scritti, filmati, schede di osservazione su cui segnare: frequenza, durata ed intensità del comportamento osservato, schemi su cui sintetizzare i risultati ecc.).

Per terzo, bisogna scegliere bene i collaboratori, che devono essere preparati e affidabili. Al contrario, è meglio evitare le persone instabili e superficiali, soltanto per risparmiare sui costi.

La ricerca sul campo, invece, non va assolutamente condotta in modo superficiale spesso utilizzando solo fonti indirette o dati raccolti da altri. Molti politologi si leggono alcune pagine di un recente libro, qualche articolo sui giornali ecc. e poi traggono le conclusioni. È un modo superficiale di procedere. La maggior parte delle volte ci vuole una conoscenza diretta degli eventi, occorre andare sul campo, parlare con i testimoni, sentire l’opinione di tutti gli interessati e così via.

LE  INCHIESTE E I SONDAGGI

    Le inchieste consistono nel rilevare, mediante interviste o questionari, il parere di un notevole numero di persone. È questa la principale differenza con il metodo precedente, dove spesso si sentono solo poche persone o quelle interessate (perciò si parla di studio dei singoli casi).

La seconda differenza è che non c’è osservazione diretta del fenomeno sul campo, ma si rileva l’opinione delle persone con interviste o questionari. Ovviamente, la cosa migliore è integrare i due metodi, la ricerca sul campo e le inchieste, in modo da avere una visione più completa della realtà.

Le inchieste, di solito, si prefiggono lo scopo di valutare i rapporti esistenti tra due variabili presenti nei soggetti presi in esame, ad esempio la relazione che esiste tra il ceto sociale delle persone e le loro opinioni o i loro comportamenti. Non sono affatto una prerogativa della scienza politica, ma sono usati in molti settori: nella psicologia sociale, in sociologia, nel commercio per condurre indagini di mercato e conoscere in anticipo se un nuovo prodotto avrà successo o per sondare i gusti e le tendenze dei consumatori. In politica attualmente vengono di solito usate per ottenere previsioni sui risultati elettorali, i cosiddetti sondaggi elettorali, o per sapere come la pensa la gente su certi argomenti come l’aborto, il divorzio o l’eutanasia.

Le inchieste si svolgono soprattutto con l’uso di questionari. Per questionario deve intendersi una serie di domande relative a uno o più argomenti, di solito collegate tra di loro, a cui i soggetti intervistati devono rispondere.

Il campionamento. Quando il numero di persone di cui si vuole sentire l’opinione è troppo grande, e ciò succede quasi sempre, si procede al campionamento, cioè si seleziona un numero ridotto di individui che siano rappresentativi dell’intera popolazione su cui si intende raccogliere i dati. Il problema principale in questi casi è la rappresentatività del campione, ossia i risultati devono indicare le preferenze di tutti i soggetti e non solo di quelli intervistati. Per questo motivo gli elementi del campione vanno scelti con regole precise in modo che essi rappresentino l’intera popolazione, che si vuole prendere in considerazione. Ad esempio, se si vuole condurre un’indagine su che cosa ne pensano gli studenti degli Istituti Superiori di una città, sull’educazione sessuale fatta a scuola, non si dovrà prendere in esame solo l’opinione degli studenti dei licei, ma di tutti.

Inoltre, il campione va scelto in modo che siano rappresentati tutti i ceti sociali, le fasce di reddito e i quartieri della città e non solo una parte di essi. In altre parole, in ogni istituto scolastico deve essere intervistato un consistente gruppo di studenti. Solo in questo modo l’indagine, anche se viene rivolta solamente al campione, porterà a risultati molto simili a quelli che si otterrebbe intervistando l’intera popolazione.

 

La scelta delle persone a cui proporre il questionario può essere totalmente casuale, ad esempio procedendo con estrazione a sorte, oppure seguendo certi criteri. Nel primo caso si parla di campione casuale e si hanno risultati attendibili solo se le persone estratte a sorte vengono intervistate tutte, in quanto nel campione casuale non sono previsti rifiuti o irreperibilità degli individui. Per questo motivo, la maggior parte dei ricercatori preferisce usare il campionamento sistematico, che consiste nel prendere dall’elenco della totalità della popolazione che interessa, un soggetto a intervalli regolari, ad esempio uno ogni venti persone. Questa procedura è usata soprattutto negli exit poll, cioè nelle interviste all’uscita dei seggi elettorali per sapere in anticipo le persone per quale partito hanno votato.

L’affidabilità. L’invasione dei sondaggi nella nostra vita è tale da far sorgere il dubbio: c’è da fidarsi?

Avere dei dubbi è legittimo, in quanto non sempre le inchieste sono condotte in modo corretto. Ad esempio, indagini condotte in Italia nel mese di agosto sono inaffidabili, perché una persona su due è in vacanza e così anche il personale più qualificato delle aziende di ricerca.

Altri sondaggi sono commissionati da giornali a corto di notizie, sono condotti in fretta (in due o tre giorni) e con scarsi mezzi (poche migliaia di euro). Anche molti esperti del settore segnalano una perdita di credibilità dei sondaggi e tra le cause principali indicano proprio lo straordinario aumento della richiesta che ha portato a entrare nel mercato anche società non sempre qualificate. Negli anni 2.000, infatti, in Italia c’erano quasi 200 istituti demoscopici. C’è, poi, il problema che spesso il personale è pagato male ed è costretto a orari massacranti, ciò fa sì che le persone più qualificate preferiscono fare altro.

Ad ogni modo, per rendere attendibile un’inchiesta occorre per lo meno tenere presenti delle regole elementari, come dichiarare la composizione del campione intervistato e il numero delle persone raggiunte, per secondo non bisogna intervistare mai la stessa persona per due sondaggi consecutivi, poi bisogna addestrare perfettamente gli operatori prima di impiegarli praticamente ed è necessario operare dei controlli nel corso dello svolgimento del sondaggio.

I risultati dei sondaggi possono influenzare in modo significativo l’elettorato. Ad esempio, divulgare un sondaggio che dà in netto vantaggio un certo candidato può convincere la gente che andrà al governo e quindi spingere gli indecisi ad appoggiarlo. Questo per la propensione della gente ad appoggiare il vincitore o per il desiderio di uniformarsi alla maggioranza.

 

5 – IL METODO STORICO

    È uno dei metodi migliori di ricerca, tuttavia dato che, spesso, ognuno intende qualcosa di leggermente diverso dagli altri, ci sentiamo in dovere di descriverlo con precisione. Per la scienza del buon governo  l’indagine storica è una ricerca che mira ad analizzare e descrivere una problematica in un certo periodo storico. Ad esempio, si studia il problema della corruzione dei politici nell’esecuzione delle opere pubbliche nell’antica Roma. Altro esempio, si analizza il fenomeno della “resistenza della burocrazia” alle riforme  ai tempi dello Zar Caterina II.

Il filosofo George Santayana ha scritto che coloro che dimenticano il passato sono condannati a ripeterne gli errori. Per questo motivo è opportuno fare tesoro dell’esperienza storica delle società che ci hanno preceduto.

Non è l’unica utilità di questo metodo, l’indagine storica, infatti, è preziosa anche perché ci consente di capire l’evoluzione temporale di una tematica. Ad esempio, si studia la prostituzione fin dai tempi dell’antica Roma per finire tempi moderni, per accertarsi, se il fenomeno, in varie forme o con diverse modalità, è sempre esistito in tutte le società.  È un metodo utilissimo soprattutto per capire com’è nata una problematica e come è cambiata nel tempo, e ciò spesso ci conduce a scoprirne le cause.

È un tipo di indagine, chiaramente, condotto attraverso lo studio di testi storici, di documenti e di testimonianze, se ancora sono in vita persone che hanno vissuto l’evento. A nostro parere, andrebbe condotta in ogni caso in quanto è sempre utile analizzare gli sviluppi storici di un fenomeno politico o sociale per capire da cosa è nato.

Esistono addirittura delle problematiche che richiedono espressamente il metodo storico, cioè la loro soluzione può essere cercata soltanto attraverso uno sguardo al passato. Un esempio di questo tipo di problematica è il mantenimento della pace. Quali sono i motivi più frequenti di conflitto fra gli Stati? Se si esamina attentamente il passato si scoprirà che le ragioni all’origine delle guerre non sono molto numerose: 1) Espansionismo militare, cioè qualcuno che si “allarga” a spese dei vicini per creare un impero. Tutte le guerre condotte dall’antica Roma sono esempi di guerre scoppiate per questa ragione. 2) Guerre di successione; frequenti non solo nel Medioevo, ma da quando è nato il mondo. Un esempio di questi tipi di conflitti sono le guerre civili nell’antica Roma, cioè nate per stabilire chi dovesse andare al potere. 3) Le guerre d’indipendenza, uno stato che cerca la propria autonomia e la propria sovranità, un esempio sono le guerre che hanno sostenuto un po’ tutti i paesi del terzo mondo per affrancarsi dalle potenze coloniali. Non andiamo oltre, ma se si studia la storia si scoprirà che i motivi all’origine dei conflitti non sono più di 4 – 5.

6 – IL METODO STATISTICO

    Le rilevazioni statistiche sono un considerevole aiuto nelle mani del politico, esse dicono tantissime cose, se aumenta la disoccupazione, se riprende l’inflazione, se le separazioni coniugali sono in diminuzione ecc., per questo motivo è importante corredare qualsiasi ricerca con dei dati statistici. Le pubbliche amministrazioni e le imprese pubblicano volumi di dati che possono aiutare ad analizzare quantitativamente la realtà sociale ed economica, perché non servirsene?

Il metodo statistico può essere utilizzato sia nella raccolta dati, anzi in alcune tematiche è fondamentale (ad esempio, per documentare la discriminazione sessuale presente nel nostro paese, bisogna vedere quanto guadagnano in media gli uomini e quanto le donne), ma anche per la verifica di ipotesi o di teorie (ma di questo parleremo più avanti). L’aspetto quantitativo è ritenuto fondamentale per capire i fenomeni storici ma anche sociali (ad es. per analizzare la caduta dell’Impero Romano o spiegare l’esplosione della violenza politica che conduce alle rivoluzioni), anche da una nuova scienza chiamata “cliodinamica”, fondata Peter Turchin dell’università del Connecticut (USA) (rivista Muy Interesante, 5/2012). I cultori di questa disciplina aspirano a decifrare il passato quantificando i suoi principali fattori. I cliodinamici, infatti, non solo credono che studiare la storia in modo quantitativo è più utile per gli specialisti, ma che si possono correggere le disfunzioni sociali solo se si conosce con precisione che cosa ha portato al successo o al fallimento i nostri predecessori. Ad esempio, dai loro studi è emerso che non furono i barbari a provocare la caduta dell’impero Romano perché il declino era già iniziato nel periodo anteriore. Dai dati dell’epoca, si evince, ad es., che il numero degli insediamenti agricoli nell’impero, nel periodo che va dal 250 al 300 era caduto fortemente. Il che sicuramente provocò una diminuzione dell’attività agricola. Lo stesso accadde, un poco più tardi, per le ricerche minerarie. A partir dall’anno 350 iniziarono a diminuire drasticamente fino ad arrivare, nell’anno 400 al livello più basso di tutti i tempi. Segno che più nessuno si preoccupava di cercare nuove miniere o di sfruttare quelle esistenti. Nella Spagna romana delle 173 miniere che funzionavano al principio del 400, si passò a sole 21 alla fine del stesso secolo.

L’autonomia del metodo. Alcuni politologi, come G. Pasquino, sostengono che non si tratta di un metodo autonomo. “Ho escluso nell’ambito dei metodi il cosiddetto metodo statistico perché non mi pare che abbia una sua autonomia, ma che sia piuttosto una tecnica che serve agli altri metodi, li arricchisce e rende più precisi, se è quantificabili, risultanze delle ricerche” G. Pasquino, 2009. A nostro parere, dipende da come si considerano le cose. È chiaro che i dati statistici da soli non dicono molto, ma se li inquadra all’interno di una ricerca, integrandolo con informazioni attinte anche con altri metodi, si constaterà subito che sono di grande utilità. Ad esempio, se si vuole indagare sulle cause di microcriminalità giovanile, è utile conoscere dati quantitativi sul fenomeno, ad es. quanti crimini hanno commesso i minorenni negli ultimi 10 anni.

 

7 – IL METODO COMPARATO

     “È grazie alla comparazione che possiamo trarre lezione da altri paesi” Giovanni Sartori, 2004. Uno dei primi esempi di analisi comparata fu condotta proprio da Almond e si proponeva l’obiettivo di confrontare i sistemi politici di diversi paesi. Egli intendeva classificare i sistemi politici in base a due variabili: la cultura politica e le strutture di ruolo, importante nel creare, garantire e mantenere la stabilità politica. Con questa ricerca egli sottolineò lo stretto rapporto che collega la cultura politica omogenea e secolare e la struttura di ruolo differenziata, organizzata, basata sulla diffusione del potere, con la stabilità politica dei sistemi angloamericani. Al contrario i sistemi europei, nei quali la cultura politica è eterogenea e frammentata e la struttura dei ruoli inserita in contesti ideologici, sempre secondo Almond, risultano eminentemente instabili.

Il metodo comparato è uno dei metodi migliori e consiste, nel nostro caso, nel condurre parallelamente due indagini su una problematica in due paesi diversi (o in più paesi). Ad esempio, si analizzano i sussidi di disoccupazione in Germania e in Danimarca, per valutare pregi e difetti dei due sistemi. In effetti, per gli studiosi del buon governo (è meglio precisarlo perché a volte si intendono cose leggermente diverse), usare il metodo comparato significa: analizzare la stessa tematica, in due paesi differenti, soprattutto per valutare i costi – benefici delle soluzioni adottate. Ad esempio, si analizza come gli Stati Uniti sono riusciti a sconfiggere la mafia italiana nel loro paese per capire quali sono i metodi più efficaci per combattere la criminalità organizzata.

Un’indagine comparata è quella che cerca analogie tra sistemi politici. Ad esempio, si studia come hanno fatto gli inglesi a eliminare la violenza dagli stadi e si cerca di adottarne i sistemi. Questo metodo permette di scegliere tra più ipotesi ugualmente plausibili, perciò è un metodo fondamentale per la scienza del buon governo. Consiste nel cercare di controllare ipotesi e teorie e spiegazioni nella ricostruzione comparata di avvenimenti significativi. In pratica, si analizza un problema in un paese che l‘ha già risolto o in cui la situazione è nettamente migliore.

È un metodo che per fortuna si sta diffondendo anche da noi. Sempre più spesso in Tv si sentono politici che riferiscono l’esperienza di altri paesi, come la Germania o gli Usa o la Spagna.

Gli studiosi di scienza politica, tra cui M. Cotta ( 2009), distinguono tre modalità di comparazione:

La comparazione binaria. È l’analisi di due casi, talora si presenta come la comparazione tra due sistemi simili (strategia dei sistemi maggiormente simili) o tra due sistemi diversi (strategia dei sistemi maggiormente diversi). È una modalità particolarmente efficace perche è più facile paragonare in modo scientifico due casi che vari.

La comparazione d’area o area study. In questo tipo di studio comparato si esaminano dai 4 ai 6 casi, prendendo in considerazione una determinata area geopolitica comprendenti paesi con comuni tradizioni, culturali, linguistiche, socio economica ecc.. Oggi le più studiate sono l’area dei paesi scandinavi: Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia; l’area anglosassone Gran Bretagna, Canada, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Australia; e ultimamente quelle mediterranee del sud Europa: Grecia, Italia, Spagna e Portogallo. Quest’ultimo gruppo evidenzia come sia possibile costruire artificialmente un’area quando, per esempio, lo stesso fenomeno ricorre nei diversi paesi. In questo caso, ad esempio, si può analizzare la partecipazione democratica in paesi con un passato autoritario.

La comparazione multicasi. In questo tipo di studio si camparono molti casi, fino a 20 – 25. Nelle ricerche di queste dimensioni, chiaramente, cominciano a sorgere delle difficoltà in quanto i dati da tenere presente spesso sono quantitativi. La comparazione in questi viene fatta ricorrendo a classificazione o a tipologie. Un esempio di questi tipi di studi può essere “Patterns of democracy”, di Lijphart, 1999, che è riuscito a mettere insieme e a rendere coerenti aspetti qualitativi con aspetti quantitativi, nell’ambito di uno studio di 36 casi.

 

    Il metodo storico comparato. È un metodo “misto”, si conduce un’indagine in due o più paesi, indagando anche nel loro passato.

    Il metodo statistico comparato. Si usano i dati statistici per confrontarli con altri provenienti da altre fonti. Non andiamo oltre perché, in fin dei conti, il metodo statistico è sempre comparato, ossia la stragrande maggioranza delle volte i dati raccolti servono per fare confronti.

 

8 – IL CONFRONTO POLITICO

    Un’altra fonte preziosa di informazione per i politici viene proprio dall’opinione degli avversari politici, dei mass media o delle persone che la pensano diversamente. Il concetto di democrazia, in effetti, nasce proprio da questo idea: discutere, per cercare la verità. Il Parlamento dovrebbe essere il luogo dove si discute di un problema, si sentono tutte le campane e poi si cerca la soluzione migliore. Nessuno può pretendere di conoscere la verità, perciò essere disponibili ad ascoltare gli altri, ci può aprire la mente.

Non bisogna mai dimenticare che quasi tutti i punti di vista hanno una loro logica, presentano un punto di verità che spesso è utile cogliere. Anche il comunismo che ha portato così tante miserie e sofferenze nell’Europa dell’est, partiva da un presupposto logico: mettere la proprietà in comune e ognuno attingeva secondo i suoi bisogni. Un’idea utopistica che non aveva tenuto conto della natura egoistica dell’essere umano.

Il confronto politico, però, non deve essere limitato ai soli oppositori, è importante, conoscere anche il parere dei mass media, cioè di televisioni e giornali, e soprattutto quello delle categorie di persone a cui è diretto il provvedimento o che operano nel settore, prima tra tutti imprenditori e sindacalisti. Il politologo del buon governo deve essere aperto a ogni contributo e cogliere in ogni occasione per arricchire le sue conoscenze. Come pure dovrebbe essere disponibile ad ascoltare tutti i punti di vista.

In fondo, i regimi democratici rispetto a quelli dittatoriali funzionano meglio proprio perché esiste una molteplicità di opinioni. Chi è al governo ha dei riscontri, che servono anche da controllo, mentre nei regimi totalitari circola una sola idea.

Questo metodo, però, comporta un grosso rischio. Occorre sì, sentire tutte le campane, ma anche evitare di farsi condizionare troppo. In altre parole, una volta sentite le opinioni di tutti e esaminate le varie posizioni bisogna trarre le proprie conclusioni. Il confronto con le altre parti politiche può fornire dei buoni motivi di riflessione, ma non bisogna neanche diventare delle banderuole al vento. Bisogna avere il coraggio di andare avanti, se si ritiene che le proprie idee siano quelle giuste.

In ultimo, bisogna evitare anche di farsi vincere dalla tentazione di cercare di accontentare tutti. Chi tenta di farlo, finisce per scegliere una soluzione ibrida che spesso, invece di avere i pregi delle varie proposte, ne ha tutti i difetti.

 

I  METODI di CONTROLLO

    Sono i metodi di cui si servono i ricercatori della scienza del buongoverno per sottoporre a controllo ipotesi, teorie e, nel nostro caso, le diverse soluzioni che emergono dallo studio. Sono grosso modo gli stessi metodi usati per la raccolta delle informazioni, in quanto quasi tutti possono essere usati anche per fare verifiche.

 

1 – IL METODO COMPARATO

    Il politologo americano G. Almond sosteneva che la scienza politica, non è scienza se non comparata. “Per lui, e per molti altri studiosi il metodo comparato è il metodo fondamentale per giungere a posizione empiriche che, superando il controllo della realtà, acquisiscono uno dei requisiti principali dell’attività scientifica. La maggior parte dei temi di macro politica a cui si può far riferimento sono pochi, perciò la comparizione si presta meglio a svolgere la funzione di controllo empirico” M. Cotta (2009).

È un metodo di controllo che viene utilizzato principalmente per sottoporre a verifica ipotesi e teorie, secondo Sartori, infatti, “paragonare serve a controllare, verificare o falsificare, se una generalizzazione (regolarità) tiene a fronte dei casi ai quali si applica.” In effetti, sempre secondo Sartori, il metodo comparato è un metodo di controllo che, a controllo eseguito, consente di imparare e di spiegare. In effetti il metodo comparato consiste nel mettere a confronto due o più realtà, per vedere se le ipotesi sono confermate. Ad esempio, si vede se nelle democrazie “permissive e ipergarantiste”, dal punto di vista dell’ordine pubblico, sono riusciti ad abbassare il tasso di criminalità.

3 – IL METODO STATISTICO

    È possibile usare questo metodo anche per controllare ipotesi e teorie. “Se i casi non sono pochi – scrive G. Pasquino – ad esempio, quando si analizzano i sistemi politici, è meglio utilizzare il metodo statistico.” Per verificare, ad esempio, se è vero che un regime democratico si afferma quando le diseguaglianze tra i gruppi sociali sono relativamente contenute e gli squilibri ridotti (come suggerisce Boix, 2003) si prende in esame un numero sufficientemente alto di paesi con contenute differenze sociali per verificare se la stragrande maggioranza di essi ha un regime democratico.

Per utilizzare il metodo statistico, però, è necessario che i dati a nostra disposizione siano numerici, cioè siano il risultato di un processo di misurazione quantitativa e che i casi siano numerosi. Ad esempio, se si vuol verificare se è vero che i regimi democratici vanno in crisi a causa della frammentazione politica e dell’incapacità di garantire la governabilità, si esamina nella storia tutti i casi di caduta della democrazia e si compila una statistica per constatare quante volte ciò è successo per l’incapacità del sistema elettorale di esprimere una maggioranza certa.

Allo stesso modo è possibile dimostrare che le donne hanno un ruolo politico secondario costruendo una tabella di tutti gli incarichi politici che il gentil sesso dal dopoguerra ad oggi ha ricoperto nel nostro paese. Ad esempio, si scoprirà che mai nessuna di essa ha ricoperto una delle cariche più alte dello Stato, come Presidente del consiglio o Capo dello stato.

 

2 – IL METODO STORICO

    Questo metodo, come il precedente, può essere utilizzato anche nella verifica di ipotesi. Ad esempio, se si è convinti che la prostituzione, come sostengono alcuni, è ineliminabile perché è sempre esistita in tutte le società e a tutte le latitudini, bisogna andare a verificare nei diversi periodi storici, di cui si hanno testimonianze certe, se è mai esistita una società senza prostitute.

“Supponiamo di volere controllare la veridicità/validità di un’affermazione generale concernenti fenomeni politici, ad esempio, se le rivoluzioni sono causate da “privazione relativa”. Come è noto disponiamo di un numero limitato di rivoluzioni, mentre le variabili rilevanti per il controllo di questa affermazione sono numerose. Focalizzando l’attenzione sulla variabile privazione relativa, il metodo storico comparato serve a verificare se, effettivamente, ogni qual volta si è prodotta una rivoluzione esisteva una privazione relativa. Se l’ipotesi non è confermata, diventa necessario esplorare quale altra variabile riesca a rendere conto degli avvenimenti rivoluzionari”  G. Pasquino (2009). In effetti, la storia comprende una casistica numerosa che ci può essere di grande aiuto nelle nostre ricerche, perché non utilizzarla?

Metodi misti: consistono nell’abbinare due metodi di ricerca. Abbiamo il metodo storico comparato quando il paragone viene fatto tra la situazione attuale e quella, ad esempio, di 50 anni fa. Il metodo statistico comparato quando si confrontano gli aspetti quantitativi di una problematica attuale con quelli presenti in un determinato periodo storico.

 

 4 – IL  METODO SPERIMENTALE

    Il  metodo  sperimentale è quello usato in chimica, in fisica, nelle scienze naturali e in tutte le discipline in cui è necessario ottenere dati certi, ripetibili e oggettivamente dimostrabili. Nel metodo sperimentale il ricercatore ha il pieno controllo delle condizioni in quanto ha l’opportunità di manipolare o controllare una o più variabili del processo che sta studiando. In ogni esperimento, infatti, il ricercatore saggia due o tre valori della variabile indipendente, per vederne l’effetto sull’altra variabile, quella dipendente.

Lo scopo è soprattutto quello di constatare se tra i due eventi esiste una relazione di causa-effetto, ma è anche quello di escludere eventuali spiegazioni alternative. Nell’osservazione in natura tutto ciò non è possibile, perché le numerose variabili indipendenti concorrono tutte insieme a modificare la variabile dipendente, senza che si possa stabilire quali di esse hanno un ruolo attivo e quali sono ininfluenti.

 

Il metodo sperimentale certamente consente di raggiungere delle certezze che non sono ottenibili con gli altri metodi, ma è applicabile alla scienza del buon governo?

I politologi, infatti, quando formulano teorie e le sottopongono a verifica, si imbattono in diversi ostacoli:

Innanzitutto nella difficoltà della sperimentazione. In fondo è relativamente facile sperimentare un nuovo tipo di motore, basta costruire un prototipo, montarlo su un’auto e poi provarlo in pista. Se va più forte o ha dei vantaggi rispetto ai motori tradizionali, lo si mette in produzione, altrimenti, si abbandona il progetto. Eseguire, invece, esperimenti in campo politico è molto più difficile che nelle scienze sperimentali che conducono le loro ricerche in laboratorio. “Il metodo sperimentale in politica si presta a poche possibilità applicative. La politica non si fa e non si studia in laboratorio, in quanto la maggior parte dei fenomeni politici, in modo particolare quelli che attengono ai sistemi e ai sottosistemi politici e alle loro interazioni, non possono in alcun modo essere studiati attraverso sperimentazioni“ (G. Pasquino, 2009). Per un politologo, infatti, spesso è impossibile allestire un esperimento controllato, ad esempio dividere la popolazione in due o più gruppi, trattare ciascuno di essi allo stesso modo, eccettuato un singolo fattore, se non fosse altro per i costi. Un tale esperimento, coinvolgendo così tante persone, avrebbe dei costi enormi.

Per secondo, non è applicabile a tutti i casi, soprattutto è inattuabile quando si tratta di sistema vasti e complessi. “Di solito gli studiosi di scienza politica sono interessati ad analizzare macro-problemi per i quali è inapplicabile il meccanismo dello stimolo in un momento ben definito” M. Cotta, 2009.

Per terzo, spesso resta molto difficile, se non impossibile, riprodurre fedelmente in laboratorio l’universo sociale ed economico reale. Inoltre, non sempre si riesce ad isolare la realtà che si intende studiare.

In ultimo, gli studiosi di scienza politica non sono in grado di misurare le variabili economiche e sociali con la stessa precisione che i fisici riescono a raggiungere misurando grandezze, come la lunghezza, la massa o l’intervallo di tempo.

Tutte queste difficoltà, però, non ci devono indurre a credere che sia del tutto impossibile applicare il metodo sperimentale alla politica. Restano ancora tre possibilità:

La prima, l’abbiamo già accennata nelle pagine precedenti. In fondo, il mondo intero può essere considerato un laboratorio vivente, in quanto ogni Stato seguendo una propria linea politica in un certo senso esperimenta una soluzione, da cui il resto dei paesi può imparare. Ad esempio alcuni paesi hanno legalizzato le droghe leggere, come la marijuana, il loro esempio ci fornirà un’esperienza fondamentale per operare delle scelte nel futuro. “Dalla Spagna, Portogallo ai sistemi politici dell’Europa orientale, la storia ha offerto non pochi esperimenti concreti, condotti quasi in un triste laboratorio, atti a soddisfare questi interrogativi. Naturalmente, non sono propriamente stati esperimenti di laboratorio”, G. Pasquino (2009). In parole povere, dato che in campo politico, a differenza delle scienze naturali, è molto difficile applicare il metodo sperimentale, i ricercatori dedicano molta attenzione agli “esperimenti naturali” offerti dalla storia.

 

La seconda possibilità è ricorrere a modelli di simulazione informatici, come sempre più di frequente si fa in economia politica. Se, ad esempio, si intende introdurre un nuovo tipo di tassa, gli ispettori del Ministero delle Finanze possono ricorrere a dei modelli fiscali, che sono complessi programmi informatici, per valutarne gli effetti su alcune categorie di contribuenti. L’esperienza può essere tentata anche in scienza politica, cioè simulare il funzionamento di un sistema politico al computer. In effetti, grazie ai modelli potrebbe essere possibile studiare l’esito di una politica pubblica, a parità di altre condizioni.

Il limite di questo metodo è dato dalla validità del programma informatico, che, se non riesce a ricostruire una riproduzione abbastanza fedele della realtà, può dare risultati poco attendibili. In effetti, il problema sta nella difficoltà di ricostruire delle simulazioni realistiche di un sistema politico perché i fattori in gioco sono moltissimi, molti dei quali imprevedibili.

Questo ostacolo, però, non deve scoraggiare dal farci intraprendere questa strada. In campo economico applicando questo metodo si sono ottenuti ottimi risultati (anche perché la scienza informatica è riuscita a costruire modelli informatici sempre più realistici e complessi). Ad esempio, modelli economici elaborati per assistere i governi nella formulazione delle politiche economiche sono stati spesso di grande aiuto. A tale scopo non solo negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo, sono sorte decine di società di consulenza che sviluppano modelli per prevedere le tendenze future, per fornire pareri informati e agevolare il processo decisionale non solo dei governi, ma anche delle grandi imprese. Un esempio eccellente è la “Global insight”, negli Stati Uniti, nata dalla fusione di due società: una fondata dai docenti di Harvad e dal MIT e una fondata dai professori dell’università della Pennsylvania, che è ritenuta una delle migliori del mondo. Perché non fare lo stesso in campo politico?

 

La terza possibilità è molto più concreta delle altre due, consiste nel verificare gli effetti di un provvedimento prima in una zona limitata. Ad esempio, si legalizza la vendita delle droghe leggere in una provincia, per studiarne i risultati. Bisogna stare attenti, però, a isolare la zona, perché se, ad esempio, si legalizza la vendita della marijuana in una città, sicuramente arriveranno compratori da tutto il paese. Se si vuole capire effettivamente cosa succede con una misura del genere, bisogna limitare l’esperimento ai soli residenti.

“Il metodo “difference-in-difference” cerca di valutare l’efficacia delle scelte politiche sulla base di esperimenti, un po’ come Galileo ha insegnato a fare a tutti gli scienziati quando faceva cadere dei pesi dalla torre di Pisa per studiare le leggi che regolano la caduta dei gravi. In pratica si tratta di provare su un’area limitata una soluzione e di avere gli strumenti per valutarne con precisione l’efficacia.” Focus, 2008.

In ultimo, richiamiamo l’attenzione sul fatto che in un certo senso il metodo indicato dalla sbg è già sperimentale, in quanto a differenza del modo tradizionale di fare politica, come vedremo più avanti, esiste una fase di valutazione dei risultati. In altre parole, una volta approvata una certa riforma, è prevista una fase di monitoraggio degli effetti a un certo intervallo di tempo, per vedere se essa ha risolto il problema. Nel caso non si sono avuti significativi miglioramenti, si possono studiare delle manovre correttive. In effetti, una volta individuata una soluzione, la si mette in atto e si vede se funziona. Se tutti gli Stati del mondo seguissero metodi simili oggi le cose nel mondo andrebbero sensibilmente meglio.

 

Concludiamo ricordando che se non è applicabile il metodo sperimentale, ciò non significa che non sia possibile usare il metodo scientifico. In altre parole anche se non si può procedere “verificando con esperimenti”, ci restano sempre gli altri metodi, sopra descritti, e cosa più importante il ragionamento razionale, logico. È l’arma migliore nelle mani del ricercatore della scienza del buon governo. L’argomento era molto vasto ed impossibile da inserire in questa pubblicazione, tuttavia, data la sua importanza, non abbiamo voluto perdere l’occasione di accennare almeno agli aspetti più salienti. Per chi volesse approfondire lo rimandiamo a nostre precedenti pubblicazioni.

 

IL RAGIONAMENTO RAZIONALE

    I metodi di ricerca visti nelle precedenti pagine ci possono dare delle indicazioni utili, farci capire o individuare i problemi, ma mai certezze. L’unico veramente “scientifico” è il metodo sperimentale, ma,  come abbiamo visto, è scarsamente applicabile alla politica. Tutto ciò ci costringe a un’amara conclusione: nonostante tutto, nonostante gli enormi progressi della ricerca, nonostante l’informatica sia ormai arrivata a livelli di “fantascienza” ecc., l’arma migliore nelle mani del ricercatore resta il ragionamento razionale, che è la capacità di ragionare in modo logico e scientifico. Per questo motivo ci sentiamo in obbligo di dedicare a questo argomento le ultime due pagine del capitolo. Chiaramente si tratta di un approccio “veloce”, in quanto non abbiamo lo spazio per ampliare l’argomento, per chi volesse farlo lo rimandiamo ad alcune nostre pubblicazioni di psicologia.

 

I MODI IRRAZIONALI di FARE POLITICA

    Esistono vari modi irrazionali di fare politica, vediamo quelli più comuni. A volte i politici si comportano così per precisi motivi, ad esempio fanno dei discorsi vaghi per non urtare una parte dell’elettorato o ricorrono al linguaggio erudito per dare l’impressione di essere colti, ma più spesso agiscono in modo poco logico senza averne coscienza. Conoscere questi modi irrazionali di fare politica è fondamentale perché così si possono evitare.

 

Usare un linguaggio fumoso, poco concreto. Un modo molto comune di essere irrazionale è tenersi sul vago e non scendere ai problemi concreti e ai modi per risolverli. Spesso i politici lo fanno per non perdere l’appoggio di parte dell’elettorato. Nel linguaggio della maggior parte dei politici, oggi, prevale l’astrattismo, l’arte di dire tutto e niente. Si può parlare, infatti, per ore dicendo solo cose scontate.

Utilizzare un linguaggio complesso, cioè vocaboli poco comprensibili. I politici di solito ricorrono al linguaggio cattedratico, si servono di espressioni “colorite”, per darsi importanza o per mettersi in mostra. Oggi, per fortuna, si sta incominciando a capire che spesso dietro il linguaggio forbito, pieno di vocaboli difficili, c’è mancanza di chiarezza interiore. Si è incominciato finalmente a privilegiare i contenuti alla forma.

Divagare da un argomento all’altro, di palo in frasca. Lo scopo è quello di evitare qualsiasi approfondimento che li può obbligare ad una presa di posizione, alienandosi in questo modo una parte dell’elettorato. È una delle strategie più usate per essere evasivi e inconcludenti. Spesso i politici cambiano la loro posizione a seconda della platea a cui si rivolgono, ma non di rado lo fanno perché non hanno le idee chiare.

Dire cose scontate, buone per tutte le occasioni. Ecco un brano dal discorso di un politico: “Bisogna promuovere l’occupazione, la pace e il benessere”. Cose belle, ma scontate, perché non esiste partito politico che non le vuole. Chi è contrario alla pace? Nessuno. Chi è per la disoccupazione? Nessuno.

Parlare per slogan. Il linguaggio politico è pieno di luoghi comuni, cioè di frasi che significano tutto e niente. Ad esempio “l’Italia deve affrontare in modo serio le nuove sfide che le pone la globalizzazione.” Non si dice quali siano queste nuove sfide, non si dice come affrontarle, si usa un linguaggio che va bene per tutti. È un modo irrazionale di fare politica.

Ricorrere alla demagogia, termine usato per indicare l’inclinazione ad assecondare le aspettative delle masse, allo scopo di guadagnare il loro consenso. Sin dall’antichità classica Aristotele aveva individuato nella demagogia una delle cause principali di degenerazione delle democrazie, perché basate sul consenso popolare che, per sua natura, è instabile e condizionato da fattori irrazionali.

Il modo più usato per fare demagogia è quello di promettere tutto. Quando si ascolta alcuni politici si resta esterrefatti. Si promette lavoro a tutti, sviluppo economico, aiuti alle imprese, meno tasse, sostegno assegni alle famiglie e così via. Se si volesse realizzare un programma del genere ci sarebbe bisogno di un bilancio pari a quello del governo degli Stati Uniti.

Non solo, ma spesso questi obiettivi sono in contrasto tra di loro. Ad esempio, il problema della disoccupazione è in contrasto con quello dell’immigrazione, se non si riesce a dare un lavoro neanche a tutti gli italiani, come lo si può dare anche agli immigrati? E poi gli immigrati non sono un numero limitato, anche se si riesce a dare un lavoro a tutti quelli che sono già nel nostro paese, ne arriverebbero altri centinaia di migliaia.

Procedere con operazioni di facciata, per dare un’impressione positiva di sé. Quasi sempre si tratta di palliativi, che al massimo alleviano il problema, ma non lo risolvono del tutto. Ad esempio, quando si introdusse la figura del poliziotto di quartiere, si fece credere alla gente che sarebbe stata la soluzione ai nostri bisogni di sicurezza. Nei fatti, questa misura non ha migliorato molto la situazione. La strategia del consenso elettorale esige che si dia sempre l’impressione che stia facendo qualcosa, che poi si tratti di misure inefficaci, spesso non è molto importante. Il popolo, se rabbonito nel modo giusto, si beve qualsiasi fandonia.

Servirsi della retorica, che è l’arte del parlare e dello scrivere in modo ornato e persuasivo. Essa mira a ottenere il consenso da parte dei destinatari e ha dunque un aspetto pragmatico centrato sui discorsi verosimili, fuori da certezze filosofiche o scientifiche. Non prevale la ricerca della verità, ma il desiderio di persuadere, di far valere le proprie ragioni, giuste o sbagliate che siano. È l’opposto del modo procedere scientifico, che significa mettere in dubbio se stessi, cercare la verità dubitando delle attuali verità.

RAGIONARE IN MODO RAZIONALE

    Il ricercatore che vuol dare un’impronta scientifica ai suoi studi, non deve limitarsi ad evitare certi errori di ragionamento, ma deve anche attivare certi modi di pensare. Ecco i consigli per ragionare in modo logico:

    Studiare bene le soluzioni dei problemi. La persona veramente razionale sa che non è facile individuare la soluzione giusta, per questo motivo si documenta su ogni problema per capirne di più. Al contrario, chi pretende di sapere già tutto, spesso agisce in modo superficiale. Il compito dello scienziato politico è documentarsi, studiare, valutare tutte le soluzioni prima di proporle. Si avvale dei metodi di ricerca della scienza politica esposti nel primo capitolo di questo volume.

Usare un linguaggio semplice ed efficace. Le frasi sono brevi, ma pregne di significato e referenti sempre a problematiche reali e concrete. Al contrario il linguaggio filosofico è fatto di periodi lunghi e contorti, i contenuti spesso sono astratti e non di rado si gira intorno ai problemi senza affrontarli in modo serio e non superficiale. Lo scienziato politico privilegia nettamente i contenuti alla forma letteraria, che considera solo un “involucro” esteriore.

Riferirsi a contenuti concreti, non ad enunciazioni teoriche o ad “ardite” dissertazioni filosofiche. Lo scienziato politico trascura le ideologie, che al massimo possono costituire un punto di riferimento, mentre mira alla soluzione dei problemi pratici, reali. Ad esempio, la frase: “Bisogna battersi per i principi della giustizia e della libertà, per creare una società migliore che stia attenta anche ai bisogni dei deboli”, è solo un’enunciazione di un principio teorico. Va bene per tutte le occasioni, può essere pronunciata indistintamente dagli uomini di sinistra che di destra.

Badare agli interessi della comunità, prima che ai propri. Non pretendiamo che i politici arrivino a sacrificarsi per il bene della nazione, ma almeno che non pensino unicamente ad arricchirsi o a ritagliarsi una fetta di potere, anche se è giusto che ognuno abbia un proprio tornaconto in quanto nessuno fa niente per niente.

 Avere una visione globale del problema e non limitarsi solo ad alcuni aspetti. È motivo principale per cui i politici commettono degli errori. In effetti nelle scelte politiche bisogna tenere conto sia dei vantaggi che degli svantaggi di una determinata scelta. Ogni soluzione ha sempre una contropartita, un prezzo da pagare. La domanda da farsi è questa: gli aspetti positivi superano quelli negativi?  Non ci dilunghiamo oltre, perché ne parleremo più avanti, a proposito dei metodi della soluzione delle tematiche.

Conoscere il metodo scientifico. Chi non lo conosce e non è avvezzo ai metodi delle scienze, non può certo estenderne i principi anche alla politica. In effetti per applicare il metodo scientifico alla politica bisogna avere una mentalità scientifica. Il politico che si comporta in modo irrazionale pensa di conoscere già la soluzione dei problemi e per questo non li studia, non fa ricerche, né si avvale dell’ausilio delle scienze umane, come la sociologia e la statistica. Per questo motivo riescono meglio in questa disciplina coloro che provengono da facoltà universitarie scientifiche, come ingegneri, matematici ecc., piuttosto che i laureati in scienza umane o in filosofia.

    Ragionare “per iscritto”, è il modo migliore per essere razionali. Bisogna privilegiare la forma scritta a quella orale in quanto la prima ci permette di ordinare meglio i pensieri. Non c’è niente di meglio di uno schema sintetico per aiutarci a ragionare in modo razionale. Inoltre, disegni e mappe concettuali ci consentono di avere un’idea completa del problema e di non tralasciare niente. Tutte cose utili per procedere in modo logico e scientifico.

 

LA SCELTA del METODO

    Abbiamo visto che esistono diversi metodi di ricerca, quali privilegiare dipende da molte cose, come le disponibilità economiche, ma soprattutto dal tipo di problematica che si intende studiare. Ad esempio, se si vuole saperne di più sul fenomeno della delinquenza giovanile in un quartiere periferico della città, si può condurre un’inchiesta con dei questionari per capire se la gente si sente sicura o è convinta che la situazione ormai sia fuori controllo.

La stragrande maggioranza delle volte, però, è bene usare più metodi di ricerca insieme, perciò è meglio parlare di scelta dei metodi. Un metodo non esclude, infatti, gli altri. Ad esempio, se stiamo analizzando quali sono i sistemi migliori per reclutare il personale insegnante di una scuola che sia davvero all’altezza dei tempi, si fa prima una ricerca comparata per vedere quali metodi sono usati nei paesi più avanzati del nostro, come in Finlandia.

In  secondo luogo si dà uno sguardo storico al passato, per vedere come si è giunti all’attuale situazione disastrosa. In terzo luogo si conduce un’inchiesta per vedere cosa ne pensano i genitori degli insegnanti. Quarto si cerca tutte le statistiche che è possibile reperire sull’argomento; in ultimo si fa una ricerca sul campo recandosi in alcune scuole, intervistando insegnanti, dirigenti scolastici e soprattutto controllando il livello di preparazione degli studenti. In effetti, solo l’interazione di più metodi ci può dare un’idea abbastanza precisa del fenomeno che si sta studiando.

È lo stesso quando si tratta di sottoporre a verifiche ipotesi o teorie, bisogna cercare un approccio sistemico, nel senso che occorre farlo, utilizzando il maggior numero di metodi possibili. Solo così si potrà essere abbastanza sicuri che la soluzione “approntata” è una delle migliori e si può passare ad applicarla  alla realtà.

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